|
|
|
ROBERTO BERETTA: Il dibattito sulla bioetica e sulla morale familiare mira ad accreditare appunto la «laica ragionevolezza» della posizione cattolica. La querelle su Darwin è ormai orientata, invece che alla scomunica, ad inglobare teoria scientifica e dogma. La polemica sull'attendibilità dei vari apocrifi via via ultimamente divulgati (dal vangelo della Maddalena a quello di Giuda) ha spinto l'apologetica ecclesiale a puntare sulla storicità delle sue fonti, a dimostrare razionalmente le basi della tradizione. Persino l'infinito scontro sul Codice da Vinci ha visto i credenti schierati sul fronte del «ragionevole» e del «dimostrabile» contro le più fantasiose ipotesi di complotti internazionali e improbabili sette. Tutto corretto, giusto e persino doveroso. Ma siamo poi certi che sia questo il miglior linguaggio che la gente si aspetta da noi? I cattolici e la Chiesa, cioè, si affannano a concatenare ragionamenti plausibili anche ai non credenti e a parlare un linguaggio il più possibile «scientifico», pensando che sia questo ciò che la modernità si attende; ma è proprio così? In realtà, tutto fa credere che invece la società sia assai più propensa a farsi convincere dall'immaginario, dal mitologico, dall'emotivo, insomma da tutto ciò che è irrazionale. Il gran successo delle saghe cinematografiche tipo Narnia o Tolkien, ad esempio, o anche del maghetto Potter, dicono appunto il gradimento per un'epopea eroica, ancorché del tutto fantasiosa. Il predominio dell'«immagine» in tutti i campi, dalla televisione (vedi reality) alla politica, testimonia per una stagione che vuole essere affascinata dall'apparenza ben più che dal dimostrabile. L'affiorare di fenomeni e credenze «irrazionali» paiono certificare stanchezza e sfiducia nelle presunte certezze di una scienza spesso reputata troppo arrogante. Questo non vuol dire che sia sbagliato, oggi, far appello alla razionalità; ma solo che - forse - non è con questo linguaggio che si può sperare di comunicare su vasta scala ai contemporanei. La Chiesa in particolare - che viene da un quarantennio post-conciliare di faticosa riconquista della «parola» in tutti i sensi, sacro e profano - rischia di trovarsi fuori tempo nell'applicare le categorie della ragione mentre gli uomini sono ormai sensibili a ben altri fattori: come la potenza del silenzio, la lingua del simbolo, la forza sotterranea dei gesti e delle tradizioni, il mistero del rito, persino il fascino di una «lingua segreta» come il latino... La post-modernità è «irragionevole»; urge recuperare il possesso di codici comunicativi dei quali un tempo la Chiesa era pur maestra. L’armonia tra fede e ragione è caratteristica della tradizione cattolica, come il 24 aprile 1870 sottolineò la costituzione dogmatica conciliare Dei filius e sintetizzò Paolo VI il 22 luglio 1970: «Noi, figli della Chiesa, spesso accusati di oscurantismo, siamo invece ottimisti circa la capacità del pensiero umano a risolvere, in certa misura, s’intende, il suo massimo problema, quello della verità, e della Verità suprema, che è Dio. Se non bastasse la testimonianza della sapienza dei secoli e dei grandi pensatori, quella della Sacra Scrittura, e quella della nostra coscienza e della nostra esperienza, noi possiamo essere grati al Concilio Vaticano I d’aver difeso la ragione umana». All’argomento Giovanni Paolo II volle dedicare un’intera enciclica, la Fides et ratio, appunto, e proprio questo era anche il tema – indicato con chiarezza fin dal titolo e tuttavia stravolto da quasi tutti i media – della lezione tenuta da Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre scorso. Certo, la ragione non basta. O meglio, la ragione stessa avverte di non essere in grado di comprendere tutto e di non potersi ergere a principio assoluto. Ecco perché la Chiesa non ha mai parlato soltanto alla ragione ma ha saputo sempre utilizzare, come sottolinea Beretta, altri «codici comunicativi»: silenzio, simboli, gesti, tradizioni, riti. Ma sono, appunto, linguaggi, che tengono cont o della complessità degli esseri umani. Non convince invece Beretta quando, notando che la società è «più propensa a farsi convincere dall’immaginario, dal mitologico, dall’emotivo, insomma da tutto ciò che è irrazionale», sostiene che la Chiesa rischierebbe «di trovarsi fuori tempo nell’applicare le categorie della ragione mentre gli uomini sono ormai sensibili a ben altri fattori». Le spinte verso l’irrazionalità non vanno assecondate acriticamente e nello stesso tempo la ragione deve essere difesa da assolutizzazioni indebite. Come fece nell’Ottocento la Chiesa, ferma e lucida nel respingere tanto l’esoterismo e le religioni alternative al cristianesimo, quanto il materialismo e il positivismo. Tendenze che sembrano risvegliarsi oggi, quando nelle società occidentali opulente e insoddisfatte si moltiplicano irrazionalismi (consumisti o meno) e ottusi dogmatismi nascosti dietro proclami di laicità. Ed è dunque urgente difendere la ragione. |
||
|