Maurizio Blondet
Mancano le «regole»? Forse sono troppe
 
7 luglio 2007 -

romano prodi e giorrgio napolitano«In Italia manca la cultura delle regole», sento dire ad un ascoltatore che interviene in un programma di Rai3.
L’ascoltatore è palesemente di sinistra, perchè deplora - moralistico - la famigerata «evasione fiscale» nonostante i diuturni sforzi di Visco.
Ci sono tanti evasori e disonesti perché «manca la cultura delle regole».
Abbiamo sentito tante volte questo luogo comune, che pensiamo si debba condonarlo.
Invece no.
Non è un’innocua frase fatta.
Essa nasconde qualcosa di socialmente pericoloso.
Più pericoloso che la inosservanza delle «regole».
Anzitutto, la pretesa di imporre una «cultura» delle «regole».
Le due parole sono quasi due contraddizioni in termini.
Una cultura riguarda, per definizione, non delle regole ma dei «principii», magari dei costumi, delle usanze, dei «mores» tramandati: qualcosa che ha radici nel passato storico, o in una realtà essenziale, nel carattere di un popolo formato dai secoli.
Le «regole» invocate sono invece convenzioni che esistono solo nel presente.
Rispetto ai principii e alle essenze - per esempio il diritto naturale, ciò che il buon senso chiama giustizia  e senso morale - le «regole» stanno su un gradino molto più basso.
Sono invenzioni.
Nei casi migliori sono norme convenzionali, come la disposizione di guidare tenendo la destra (si può ordinare di tenere la sinistra, con risultati identici).
Nei casi peggiori, sono norme arbitrarie.
Arbitrii del potere contro le persone e la comunità.
La pretesa del «matrimonio gay», la proposta di «legalizzare le droghe», la norma che già legalizza l’aborto, rientrano in questo tipo di disposizioni nate dall’arbitrio, nel presente senza radici.
Chi dunque evoca le «regole», chi usa questa parola evitando di sostituirla magari con «legge», con «diritto», lo fa - lo sappia o no - per riservarsi di cambiarle ad arbitrio.
L’arbitrio del potere arbitrario.


Il prelievo tributario si aggira già sul 50% dei redditi, e ci sembra tanto.
Ma Visco può decretare prelievi del 65%, Lenin portò l’esazione fiscale degli imprenditori privati, anche i piccoli artigiani, all’80%: e bisognava comunque obbedire alla regola nuova.
Se Visco aumenterà il prelievo all’80%, la parte più ideologica dell’elettorato di sinistra intimerà che bisogna rispettare la «regola».
E’ già avvenuto, avviene continuamente.
Un atto prima punibile - come l’aborto - è diventato legale: ricordo che a suo tempo, a qualcuno che obiettava, Maurizio Costanzo (lui, il miliardario ripugnante e onnipresente, di cui mai si ricorda la sua appartenenza alla loggia massonica P2) gridò, fulminandolo: «Ma è una legge-dello-Stato!».
Già sacralizzava una «regola» appena inaugurata, manco fosse  il Decalogo scritto sulle tavole mosaiche.
Come si vede, questa mentalità evita, e vieta di evocare, la questione se la nuova regola sia «giusta», e dunque se un margine di evasione non sia legittimato, o persino necessitato dalla necessità di sopravvivere del contribuente.
O se sia «giusto»  l’aborto, la droga libera, i DICO e così via.
Il discorso di cosa sia il «giusto» e «ingiusto» - il grande tema di Socrate e Platone - viene ridicolizzato: la «giustizia» è una «essenza platonica», inaccertabile, su cui corrono le opinioni più opposte, tutte arbitrarie.
E’ la «cosa in sé», che Kant decretò inconoscibile, e che Hegel dopo di lui dichiarò inesistente.
Ciò di cui l’uomo ha diritto di occuparsi sono i «fenomeni» (ossia le apparenze) e le loro relazioni come si manifestano nello spazio e nel tempo.
Chi pone domande sulla giustizia e sulla verità, è un sorpassato «metafisico», un «realista» che crede, come gli scolastici medievali, che sotto i fenomeni esista una realtà sostanziale, cosa da gran tempo smentita dalla «scienza».
Marx, che pretese di mettere Hegel (l’idealista che poggiava sulla testa) sui propri piedi, e da hegeliano scientifico, chiamò i fenomeni le «forze reali sociali ed economiche» in scontro dialettico.
Tutto il problema della presunta giustizia si riduce a capire chi «possiede i mezzi di produzione», e ad impadronirsene con tutti i mezzi.
Naturalmente, per un hegeliano scientifico come Marx, non esiste la natura, e men che meno una natura umana supposta immutabile.
Anche quella è una illusione di metafisica, una introvabile «cosa in sé».
Cambiate i «rapporti di produzione» economici e sociali, dice Marx, e cambierete la presunta natura umana.


Un grande esperimento di formare l’uomo nuovo è avvenuto, nel Gulag, nelle stragi di Mao, nei campi della morte di Pol Pot: un uomo felice di vivere nella proprietà collettiva, di non possedere in proprio alcuna «sostanza» né materiale né morale (non esiste la sostanza, solo l’apparenza fenomenica), lui stesso un ingranaggio del collettivo.
Conosciamo i risultati.
Da tutti in apparenza condannati.
Eppure, chi invoca le «regole» ed esige la «cultura delle regole» (ma non dei principii e del diritto), diffonde quello stesso virus, sia pure in forma attenuata, illuminista, ossia radicale (nel senso di Pannella).
E mira tendenzialmente agli stessi esiti.
Esagero?
Provate a considerare cosa vuole in realtà quella gente moralistica, come certi magistrati alla Caselli, quando esigono «il rispetto delle regole».
Qui, «rispetto» è un termine fuori luogo.
E’ impossibile aver rispetto delle regole, che sono convenzioni arbitrarie.
Al massimo, si possono attuare, eseguire, si può obbedire alle regole, quando sono palesemente utili, come la guida a destra (o a sinistra in Gran Bretagna).
Ma quei magistrati, in realtà, vogliono per le regole (giacobine, sfornate dal parlamento ad ogni piè sospinto) il «rispetto» che si doveva, nel Medioevo, alle norme morali più alte, alla santità, a Dio.
I giudici e quelle sinistre attenuate (come un virus) vogliono che noi «rispettiamo le regole» loro, in un senso preciso: vogliono che le «interiorizziamo».
Pretendono che le facciamo diventare la nostra coscienza morale: sia il divieto di fumare al ristorante, sia l’aborto legale o la droga depenalizzata, vogliono che le facciamo nostre con il nostro incondizionato assenso interiore.
Come assoluti, come essenze.
In una parola, vogliono la «socializzazione» dell’uomo.
L’uomo è un essere sociale, ma loro vogliono l’uomo come essere socializzato.
E c’è una bella differenza.


L’uomo socializzato è quello che rispetta con perfetta adesione interiore le «regole» più arbitrarie, perché sono politicamente corrette.
L’uomo nuovo: quello che dichiara normali gli anormali, i trans e gli omosessuali, e legali le loro nozze.
L’uomo che approva i truffaldini studi di settore anche se prelevano tasse su un reddito non guadagnato.
L’uomo che s’inchina alla shoah come evento unico, sacrale e fondante (se no è antisemita).
L’uomo che fa degli arbitrii la propria legge morale, come voleva Kant: «la legge morale in me», anche se - Kant lo ammetteva - non fondata su nulla; la celebrata morale kantiana,  non è null’altro che un insieme di «regole» e compiti conosciuti in quanto tali, non basati su alcun principio - perché i principii, la «cosa in sé», sono inconoscibili.
E’, come si può intravvedere, la morale protestante, di Bush e dei telepredicatori, ipocrita e formale, in nome dell’«ordine costituito».
Perché ormai questo sottofondo ideologico non è solo di sinistra.
Anzi.
Negli Stati Uniti «cristiani» evangelici, ci sono 2,6 milioni di persone in carcere: un record storico, se si eccettua il Gulag.
Come mai?
Perché là il problema del Male (un’essenza) è stato superato una volta per tutte, e ridotto al tema del «controllo della devianza sociale».
E la iniquità e povertà sociale da cui nasce la delinquenza sono affrontati con misure di «ordine pubblico» allo scopo di dare «sicurezza» ai ceti che non sono poveri né vittime di iniquità.
La stessa ideologia, applicata da sinistra, porta invece a legislazioni penali come quella italiana: la pena ha lo scopo di «riabilitare» il matricida e il rapinatore, come fosse un cane che ha preso cattive abitudini e va addestrato meglio - e infatti il reo viene «affidato ai servizi sociali».
Il drogato o lo zingaro ladro andranno in una «comunità terapeutica»: non si tratta di malvagi, ma di malati curabili.
E la pena non dev’essere «afflittiva» perché non c’è alcuna autorità che possa infliggere pene: l’autorità è una «cosa in sé», una essenza, una idea platonica da gran tempo scaduta.
Non ci sono autorità morali, ma solo tecnici di riabilitazione.
Qual’ è la radice comune di questa «destra» e di questa «sinistra»?


E’ il razionalismo illuminista, che ha sostituito una volta per tutta la giustizia e la verità e la morale con le «regole» socialmente utili.
Lenin, Mao e Pol Pot non riuscirono a fabbricare l’uomo nuovo.
L’illuminismo ci sta riuscendo meglio.
Grazie ai media e alla pubblicità, crea l’uomo socializzato che rispetta sacralmente le regole, che desidera ciò che tutti desiderano, che interiorizza la credenza che l’omosessualità sia «normale» e l’abuso di cocaina, o le discoteche assassine dl sabato sera, siano «ricreative».
Che crede che il disordine sociale nasca dalla mancanza di norme, e continuamente sforna nuove «regole».
E’ l’illuminismo che non educa più i bambini (e ne fa dei bulli) perché convinto non solo che non si deve esercitare alcuna autorità, ma soprattutto che il razionalismo illuminista, in sé, basti a raffinare le tendenze basali dell’animale umano.
In pratica, questo tipo umano ritiene che per convincere i bulletti a non torturare il compagno più debole e povero, occorra e basti leggergli la Costituzione.
Che contro lo scatenarsi di irresponsabilità violenta, stupida e malvagia, autodistruttiva, dei nostri adolescenti, sia sufficiente «l’educazione civica a scuola».
Si obietterà: almeno, il nuovo tentativo di fabbricare l’uomo nuovo non è coercitivo come quello di Stalin.
E’ buonista.
E’ permissivo.
Ma al contrario, già si vedono i segni di una volontà estrema di coercire chi non «rispetta le regole», nel senso che si rifiuta di «interiorizzarle», di trapiantarle nella sua coscienza (previamente svuotata di ogni essenza e contenuto, costume, tradizione).
Chi discute l’olocausto viene pestato e incarcerato.
Un vescovo contrario ai DICO viene minacciato di morte.
La magistratura, anzi tutto il sistema, tende a colpire il mancato rispetto delle «regole» come delitti: l’omicidio è punito meno dell’evasione fiscale, e riscuote meno indignazione sociale.
Chi provasse a ridiscutere l’aborto subirebbe il linciaggio mediatico, l’ostracismo sociale, e forse per finire il colpo alla nuca delle nuove Brigate Rosse.
La raccolta differenziata dei rifiuti è diventato un obbligo sacro, la cui violazione per sbadataggine viene duramente punita.
E si fanno leggi sempre più minuziose e asfissianti per «regolamentare» ogni cosa.
Provate ad accendervi una sigaretta in un ristorante, e rischiate grosso, tutti i presenti si rivolteranno contro di voi, inquinatore incivile, che non rispetta le «regole».
L’abuso di cocaina, invece, costituirà il cuore di un’allegra serata tra amici.


Sento l’obiezione: Blondet, come al solito, esagera.
Invece no, e posso provare che non c’è alcun ostacolo a che il sistema buonista e illuminista, che impone la tolleranza e il pluralismo come «regola», non mostri di punto in bianco la grinta coercitiva della Ghepeù, una Ghepeù rinnovata, sanitaria, ecologica.
Perché l’ostacolo può essere di un solo tipo: nei principii.
Nella decisione di aderire alla verità e alla giustizia, e magari ai costumi dei nostri padri, a noi trasmessi da epoche religiose.
Ma proprio questo non vogliono i moltiplicatori di «regole».
Non vogliono ci sia mai ricorso ai principi e a verità assolute.
Vogliono l’interiorizzazione di «regole» che devono restare quello che sono, convenzioni momentanee, arbitri.
La «cultura delle regole» fa tutt’uno con l’a-nomia post-moderna, l’assenza di principii  interiori (dal greco nomos) col «vietato vietare».
Tanto che si è potuto scrivere che «l’anomia come stato di desideri illimitati è una virtù moderna, assolutamente essenziale per il ‘progresso’ illuminista, altrimenti gli uomini non metterebbero in discussione l'autorità» (1) e vivrebbero nella tradizione (oscurantista per definizione). Naturalmente, la volontà emancipata da ogni principio produce alla fine aggressività senza limiti: dei bulli come del potere.
Questa violenza non è punita; mentre la libertà di pensiero, per esempio, viene ogni giorno più limitata per legge al politicamente corretto.
Del resto, già lo slogan «vietato vietare» rivela una intenzione coercitiva.
Naturalmente l’accusa mi verrà ritorta: che cosa vorresti allora?
Una società autoritaria, punitiva, coercitiva?
Dove i padri schiaffeggiano i figli maleducati e i transessuali non possono andare in giro con i seni chirurgicamente plastificati?
Una società codina, papalina, moralistica?
Una società di divieti?
No.


Sognerei esattamente il contrario: una società con meno «regole», ma con dei «principii».
Dove la domanda sul vero e sul giusto, sul bene e sul bello non censurata fiorisse nel cuore degli uomini, e ne formasse il carattere.
Da caratteri ben formati ci si può attendere che non gettino sassi dai cavalcavia, non prendano mazzette, non si droghino, paghino i tributi giusti, non vadano a letto con transessuali, senza bisogno di «regole» esplicite e minuziose che prescrivano loro ciò che è accettabile per convenzione in ogni circostanza della vita.
Una società con «principii» avrebbe meno bisogno di controlli regolamentari.
E’ la società senza principii, a-nomica, che richiede legalizzazioni del mostruoso e del malvagio - come per esempio la fecondazione in provetta, regolamentata perché «altrimenti sarebbe il Far West».
Meglio il Far West che la legalizzazione di Mengele e dei suoi esperimenti sul materiale umano.
O no?
Ma so già che è un sogno impossibile.
Subito, a proporre questo, si viene tacciati di «metafisica», ossia di religiosità, la massima colpa.
E come ha sancito Lyotard, la società della tolleranza illuminista deve reprimere soltanto due cose: le «metanarrative» (il Vangelo, per esempio) e le «spiegazioni totali» (le visioni del mondo tradizionali, organiche) perché queste sono contrarie al «pluralismo».
La repressione di ogni aspirazione verso l’alto è la condizione della società permissiva: potete fare tutto, meno porvi il problema con cui Socrate diede inizio all’Occidente culturale: cosa è vero e giusto.
Già si vede nell’atteggiamento verso i musulmani; per loro, nemmeno un briciolo della tolleranza esibita verso i finocchi ed ogni altro genere di deviato o disonesto politico-sociale (Mastella, ad esempio).
C’è qui una qualche contraddizione?
C’è.
Mai l’Occidente è stato più opaco a se stesso.


La invocata «cultura delle regole» coincide con l’esplosione di milioni di infrazioni gratuite, dai graffiti sacrileghi sui muri alle mazzette e alla corruzione «normale» dei politici, dalla secessione corpuscolare di gruppi, regioni e villaggi, dalla insubordinazione generale agli stupri ripresi col telefonino alla repressione mediatica del pensiero, fino a guerre dementi e crudelissime.
Strano, la «cultura delle regole» ci accompagna verso l’auto-estinzione nichilista.
Oppure è essa che ci trasporta?

Maurizio Blondet

Note
1) Stjepan Mestrovic, «The barbarian temperament», Londra 1993,  pagina 98.


 





Vuoi essere informato sulle novità del sito e le iniziative di Identità Europea?
iscriviti cancellati


© Identità Europea 2004
Sito ottimizzato per una visione 800 x 600 px
Explorer 5.0 - Netscape 6 - Opera 7
e superiori


 

articoli censurati dalla stampa