Maurizio Blondet
Visto da Mosca
 
28 aprile 2007 - Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.

Robert Gates durante la visita al Cremlino dello scorso 23 aprileUn incredibile commento dell’incredibile Sandro Viola su Repubblica: con Putin, è tornata l’Unione sovietica.
Perché?
Perché Putin minaccia di uscire dal trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE, che del resto la NATO evita dal ‘99 di ratificare) e intanto lo ha sospeso.
Per Sandro Viola, il fatto è più grave di quello che l’ha provocato: ossia la volontà di Washington di piazzare i suoi missili antimissile a ridosso della Russia, in Polonia e in Cechia.
Il che dovrebbe farci intuire a quali padroni obbedisce il grande giornale progressista e un po’ a sinistra.
Silenzio sulle manovre americane per vincere le perplessità europee («resistenze» sarebbe una parola grossa) su un progetto di dominio strategico giustificato in modo ridicolo: si tratta di difendere Cechia, Polonia ed Europa tutta contro i missili che potrebbe spararle l’Iran.
A sentire i commenti americani, sono riusciti nello scopo, gli europei «fanno blocco dietro agli USA», o almeno sono stati «calmati».
Effettivamente, come ovvio nel servilismo europeo, alcune perplessità sono state inghiottite, il rammollimento dei molli ha avuto successo.
Poi (silenzio di Viola) Robert Gates, il ministro della guerra del Pentagono, è andato a rammollire  Mosca - che aveva seguito attenta il rammollimento europeo - in visita il 23 aprile.
Vi ha trovato un Putin amichevole, un clima che ha definito «eccellente», tanto più che veniva con un’offerta da lui definita «eccezionale», una cooperazione sugli antimissile, «con la possibilità di condividere i dati d’allarme precoce che possono emergere dai radar installati in Cechia».
Un’offerta che non si può rifiutare, pensano al Pentagono, tuttora incapace di comprendere che il mondo non servile s’è fatto un’idea precisa di quanto valga la «cooperazione militare» USA: basta chiedere ai governi, ancorchè fantoccio, di Iraq e Afghanistan.
Sicchè Gates è stato colto di sorpresa, e l’ha confessato, dal comunicato di Mosca che l’ha inseguito sulla via del ritorno: la cooperazione non interessa.
Silenzio di Viola sul fatto che gli americani hanno aperto una crisi gravissima e non necessaria (come la guerra in Iraq) nei rapporti euro-russi.
Silenzio sul fatto che la responsabilità è la loro, della loro arrogante non-volontà di tenere in contro l’allarme di Mosca.
Arroganza che la Rice ha esibito alla riunione dei ministri degli Esteri NATO ad Oslo, definendo gli allarmi russi (anzi «sovietici», ha detto con lapsus deliberato) «ridicoli».
Silenzio del giornale progressista-quanto-permette-De-Benedetti  anche sul fatto che è stata la Russia a dover fare la parte che spettava agli europeidi, per la loro stessa dignità.
Il ministro della Difesa, Sergei Lavrov, ha dichiarato: «Ciò che vediamo nell’offerta americana sono vari scopi che non affrontano il caso primario, ossia un’analisi congiunta della minaccia» (che sarebbero i missili iraniani).
Si ha l’impressione che tutto sia già stato deciso a Washington.
L’Europa stessa non è stata consultata.


E’ l’oggettiva fotografia della situazione: l’Europa non è stata consultata.
Ma si consultano forse i cagnetti?
Scodinzolante, D’Alema s’è affrettato a ripetere, come «l’amica Condy», che «l’Europa non è contraria a queste installazioni, che non chiamerei nemmeno antimissile dal momento che sono abbastanza modeste».
Lo scodinzolatore è anche un esperto strategico.
Sandro Viola dice che è Mosca che provoca la guerra fredda.
Ma tace, ovvio, sulla controproposta di Putin: quella di «una valutazione congiunta della minaccia».
Con americani e con europei.
La proposta è cruciale, e Putin la ripeterà nel vertice NATO del 10 maggio prossimo.
E’ importante perché dà una sponda agli europei (se vogliono, possono cogliere la palla al balzo: già, quanto è reale la minaccia dei missili atomici e intercontinentali di Teheran?), e perché ridicolizza l’offerta «eccezionale» americana come meritano tali offerte dopo il disastro iracheno: quanto valgano le «valutazioni delle minacce» distillate al Pentagono lo ha dimostrato Colin Powell, nel febbraio 2003, mostrando all’ONU foto satellitari e persino flaconcini comprovanti le armi di distruzione di massa di Saddam.
Il fatto è che il mondo è cambiato, la superpotenza non lo è più tanto, e gli europoidi farebbero bene a prenderne atto.
Anche a Repubblica.
Allora, dunque, perché non valutare insieme, senza affidarsi ciecamente alla celebrata «sigint» (intelligence elettronica) USA, che ha compiuto così evidenti meraviglie?
Per quale ragione al mondo l’Iran, anche se potesse (il che è escluso per un decennio almeno) dovrebbe incenerire con bombe atomiche che non ha Parigi o Praga o Roma?
Non è tutto questo allarme un semplice prodotto della propaganda israeliana, «Ahmadinejad nuovo Hitler» e così via?
Un semplice atto di lucidità politico-strategica basterebbe.


Gli USA - anche a Repubblica dovrebbero prenderne atto - non mettono i loro antimissili per difendere noi, ma per dividerci e rafforzare il loro dominio sull’Europa occidentale.
Per di più, sono perdenti: dunque il servilismo non conviene più come una volta.
Ma saremo capaci di compiere questo atto di lucidità strategica, noi del continente rammollito?
Sicuramente no finchè Sandro Viola scriverà che la Russia è tornata l’URSS, e che le accuse di Mosca sul denaro straniero che finanzia gli oppositori sono paranoie da sovietici.
Mosca sa bene - Viola l’ha taciuto - quello che ha scritto giusto un anno fa (numero di marzo-aprile 2006) Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations, ossia l’organo privato dei Rockefeller che gestisce la politica estera pubblica USA: che ora Washington può sferrare  «impunemente» la guerra nucleare contro la Russia senza temerne ritorsioni, perché la superiorità atomica americana è assoluta e invincibile, mentre «la quantità di bombardieri strategici russi è crollata del 39%, quella dei missili balistici intercontinentali del 58%, e dei sottomarini con missili balistici dell’8 %», e i radar russi «sono attualmente incapaci di identificare il lancio di missili americani da sommergibili locati nel Pacifico», mentre l’armamento americano si perfeziona ogni giorno di più.
Conclusione: «presto sarà possibile per gli USA distruggere il potenziale nucleare di Russia e Cina con un singolo attacco».
Qual’ è la potenza minacciosa e guerrafondaia?
La «nuova URSS» che profferisce simili tracotanti minacce senza provocazione, non è forse dall’altra parte dell’Atlantico?
Non ha forse ragione Mosca di sentirsi minacciata da queste frasi, che Repubblica ha taciuto?
Non ha forse avuto le prove della manovra di strangolamento operata dal Reich sio-americano contro il suo territorio e i suoi interessi legittimi?
Come Polifemo accecato e impotente, l’America in preda ai neocon minaccia la violenza - la sola risposta brutale che riesce a concepire - contro l’ingegnosa astuzia con cui Putin ha contrastato prima il saccheggio delle risorse nazionali, e poi l’accerchiamento politico.


La cecità del Polifemo idiota ha avuto un’altra manifestazione recente.
I giornali USA hanno detto che Putin ha cercato di creare «un cartello del gas», una OPEC gassosa, con Algeria ed Iran, ma ha fallito.
Ma Putin, in Algeria, ha detto un'altra cosa: «Non abbiamo alcun disegno di creare una specie di cartello, ma per me sarebbe una buona idea coordinare le nostre attività, specie nel contesto di esaudire il nostro scopo primario, quello di assicurare una fornitura certa e affidabile di energia ai nostri consumatori principali. Stiamo già coordinando le nostre attività sui mercati di Paesi terzi».
Capite cosa vuol dire?
Qualcosa di più astuto che l’OPEC.
L’OPEC, come cartello dei soli produttori, ha più o meno fallito: lega gli associati a «quote» di produzione che sono state invariabilmente sforate da questo e da quello (sauditi in testa, per ordine USA), ciò che ha ridotto a nulla il suo potere contrattuale o di ricatto, e a meno di nulla la sua capacità di fissare i prezzi.
Anche perché il greggio, estratto da conglomerati per lo più americani, ha un ampio mercato «spot», le petroliere in navigazione vengono vendute e comprate dieci volte prima di arrivare a destinazione…
Il gas non è il greggio.
Non c’è quasi un «mercato» speculativo, né spot.
Ci sono gasdotti che collegano stabilmente produttori ai consumatori principali, come quello che unisce l’Algeria all’Italia.
Il gasdotto algerino fu uno dei grandi successi di Enrico Mattei, successi politici (armò la resistenza algerina, fra l’altro) ed economico-sociali, perché trattò «alla pari».
Putin, lo sappia o no, sta percorrendo la strada di Mattei.
Il suo modello non è un cartello di produttori, ma un’alleanza fra produttori e consumatori principali.
Uniti strettamente da contratti di fornitura a lungo termine, bilaterali e privati, che servono ai bisogni rispettivi in modo complementare.
Il gasdotto del Baltico, deciso fra Putin e Schroeder, è solo il primo esempio.
Gli accordi ENI-Gazprom sono un altro.
Il disegno generale è chiaro: un insieme di confederazioni tra produttori e consumatori-chiave li unisce con solidi legami complementari, non solo economici ma politici e di sicurezza.
Questi legami formano, se già non esiste, una visione comune della sicurezza  energetica internazionale, ciò che rafforza la coesione interna e la rilevanza geopolitica esterna della confederazione del gas.


I produttori e i consumatori sono «legati» permanentemente dai reciproci interessi in un rapporto che è vantaggioso per gli uni come per gli altri.
Mentre il mercato del petrolio è «liquido» e speculativo (e dominato dalla finanza USA), questa nascente confederazione del gas è rigida: e la rigidità protegge da interruzioni delle forniture, mette al riparo da embarghi politici dettati da Us-raele.
Per acquietare gli allarmi europei dovuti a tale rigidità, Mosca ha dato ai consumatori una parte significativa nella esplorazione, produzione, transito e prezzatura.
Non ha da temere troppo la concorrenza, perché, per esempio, Russia e Algeria forniscono del gas sezioni diverse e complementari dell’Europa, il nord la prima, il sud la seconda.
Ovviamente, i consumatori che non aderiscono alla stessa visione multipolare della Russia e dei suoi partner strategici non potranno chiedere l’ammissione: si troveranno automaticamente fuori dal cerchio della sicurezza energetica internazionale attivamente creata da Putin.
Ora, chi resta fuori sono gli Stati Uniti.
Essi fanno molto meno uso di gas che l’Europa, ma il gas è la materia energetica del futuro, dato che - grazie anche agli USA - le aree petrolifere sono ogni giorno più instabili ed insicure.
Fino a pochi anni fa, le «sorelle» anglo-americane avevano il controllo di tutto: delle riserve, della produzione, dei mercati e del sistema petrolifero globale in sé.
Oggi non più, e sempre meno in futuro.
Oggi la Russia ha il 27-35% delle riserve di gas naturale mondiali, l’Iran il 51%, anche se largamente da sviluppare.
Con l’Algeria (e gli esportatori di gas di petrolio liquefatto o GPL, Indonesia fra i primi), la confederazione tessuta da Putin conta per i due terzi delle riserve mondiali.
L’Europa dipende già fortemente dal gas, l’Asia emergente ne dipenderà ineluttabilmente: la Cina e l’India progettano gasdotti con l’Iran.
La realtà che albeggia è stata descritta in questi termini (1):
Una proliferazione di regimi che controllano una fonte energetica e sono poco filo-americani.
Una volontà comune di sottrarre l’energia gas al «mercato» libero, ma di usarla come strumento geopolitico.
L’emergere energico sui mercati globali non di multinazionali liberiste, ma di grandi monopoli di Stato (come Gazprom) che tagliano l’erba sotto i piedi alle «sorelle».


La fine del liberismo, ossia della dittatura della finanza, sul settore più politico dell’economia.
E tutto ciò, nella sempre più stringente dipendenza dell’Occidente dalle importazioni energetiche.
E’ un ordine nuovo, non anglo-americano, né finanziario né globalista, che sta emergendo.
L’Europa c’è già dentro, non per sua decisione, ma per l’irresistibile forza della geopolitica.
A che le serve scodinzolare ancora per Washington?

Maurizio Blondet


Note
1) Joseph Stroupe, «Global Axis of oil and gas», Asia Times, 26 aprile 2007.


 




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