| ROMA - Harry Wu è arrivato in Italia per
un tour, ospitato da amici; presentato dalla Lega alla Camera dei deputati,
lì parlerà, il 15 novembre, della più spaventosa
«industria» cinese.
Quella del lavoro forzato.
Perché Harry Wu, questo geologo di 68 anni, è per la Cina
quello che Solzenitzyn è stato per la Russia: come il grande
russo ha rivelato al mondo l'Arcipelago Gulag, Harry Wu sta rivelando
l'universo concentrazionario che il regime di Pechino mantiene ancor
oggi: il Laogai, il Gulag cinese.
Signor Wu, se non sbaglio anche lei è stato «ospite»
del Laogai.
«Sono stato internato per 19 anni. Dal 1960 al 1979».
Per quale delitto?
«Aver criticato l'intervento sovietico in Ungheria. Era
il 1956, gli anni dei "Cento Fiori", Mao aveva ordinato: "che
cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero si affrontino".
Allora ero giovane studente, e ingenuo, e come tanti ho interpretato
questa frase come un invito alla libertà d'opinione. Tanto più
che il Partito riunì noi universitari in gruppi di studio per
commentare vari articoli apparsi sul Quotidiano del Popolo che approvavano
l'invasione dell'Ungheria. In realtà, il Partito, con quel metodo,
stava raccogliendo prove per "smascherare i controrivoluzionari".
Io ci cascai in pieno».
E poi?
«Da quel momento, ero marchiato. Mi spedirono in campagna...
...per fare corsi di autocritica, e lì vidi come vivevano i contadini:
né luce, né acqua, né cibo, niente. Evidentemente,
la mia rieducazione non funzionò. Nel 1960 mi accusarono di furto
e mi internarono: dandomi cinque minuti per raccogliere le mie cose».
Che cosa ricorda del suo primo giorno nei lager cinesi?
«Dei cadaveri appesi a dei pali: per ammonire i nuovi arrivati.
All'inizio non riuscivo a mangiare il cibo, orribile. Un altro detenuto
mi disse: mangia, nessuno qui avrà cura di te. Cerca di sopravvivere».
E come ci è riuscito?
«Ho "scelto" di vivere. Del resto la mia condanna
era a tre anni, bastava resistere. Ma invece, nel '64, cominciò
un nuovo giro di vite. Il preludio della Rivoluzione Culturale. La Guardie
Rosse fecero irruzione nel mio lager, derubarono noi detenuti di tutto.
Scoprirono anche i miei libri...».
Libri?
«Shakespeare, Victor Hugo, Tolstoi. Li avevo seppelliti,
ma li scoprirono. Li distrussero davanti ai miei occhi mentre mi picchiavano.
Mi spezzarono un braccio».
E come mai fu liberato, nel 1979?
«Mao era morto, e la vite fu allentata. Molti di noi "politici"
furono liberati. Feci l'insegnante. Nell '85, come geologo, fui invitato
ad un corso all'università di Berkeley, California. Ottenni il
visto d'uscita, e naturalmente non tornai. Sono diventato cittadino
americano nel '94».
Però in seguito è rientrato in Cina.
«Più volte, allo scopo di raccogliere testimonianze
sul Laogai e le atrocità che vi si commettono. Ho per esempio
testimonianze registrate di medici e infermieri che raccontano di aver
eseguito espianti di reni da condannati a morte, poche ore prima dell'esecuzione
o subito dopo».
Ancor oggi? Ma il Gulag cinese non è in via di sparizione,
dopo la fine del maoismo duro?
«Beh, ai tempi di Mao il Laogai aveva almeno 20 milioni
di internati. Oggi i detenuti sono tra i 5 e i 6 milioni; almeno nel
migliaio di lager che sono riuscito a identificare, ma ne devono esistere
altri di cui non ho notizia.! In via di sparizione? Nient'affatto, anche
per un motivo: i lager sono oggi inseriti nel sistema produttivo cinese.
Gli internati lavorano per l'esportazione».
Per l'esportazione?
«Quando non lavorano nelle miniere o a stendere linee ferroviarie,
fabbricano merci e beni da export: giocattoli per la Mc Donald's, scarpe
per Nike e Puma... Il lavoro forzato, gratuito, arricchisce il regime
e le direzioni delle carceri. Per questo il Laogai non viene chiuso».
Ma Pechino nega.
«Nega. Ma l 'agosto scorso un giornale importante, il South
China Morning Post, ha raccontato che sei grandi banche occidentali
- dalla Deutsche Bank alla Merril Lynch, dalla Morgan Stanley alla Union
de Banques Suisses - avevano comprato il pacchetto azionario della "Henan
Rebecca": è una fabbrica di parrucche con capelli veri,
la più grande del mondo. Ma non è una ditta: è
il campo di rieducazione numero 3 di Henan, con migliaia di "lavoratori"
che sono forzati. Fanno turni dalle cinque del mattino fino alle due
del mattino seguente, per smaltire gli ordinativi. E forniscono anche
la materia prima: i capelli per le parrucche, sono i loro».
Ma almeno, tornando in Cina in questi anni, non ha visto che la
vita è migliorata?
«È migliorata per un piccolissimo strato di funzionari
del Partito e di "industriali" che sono spesso collegati al
Partito. Ma la massima parte della popolazione non guadagna nulla dal
boom economico. Se non turni di lavoro da 80 ore settimanali, e salari
da fame che nemmeno, spesso, vengono pagati. Ci sono centinaia di milioni
di cinesi che reclamano paghe arretrate. La libertà religiosa
è nulla, 30 milioni di cattolici vivono sotto il tallone della
polizia, 100 mila preti e religiosi sono i galera o uccisi, la gente
ha paura del sistema giudiziario... Chi guadagna dal boom? I privilegiati
del regime e le multinazionali».
In Europa, e in Italia, c'è chi parla di imporre forti dazi
alle merci cinesi.
«Non servono e non bastano. La differenza tra il costo del
lavoro in Cina e quella nell 'Occidente, dove vige la libertà
sindacale, è così enorme, che le merci cinesi resteranno
sempre competitive. Quel che serve è costringere Pechino a chiudere
i Laogai, a far finire il lavoro forzato; ed obbligare le aziende occidentali
a rivelare "dove" producono in Cina. Come stanno cominciando
a fare gli Stati Uniti».
Gli Stati Uniti?
«Il 9 novembre un deputato americano, Frank Wolf, ha presentato
una proposta al Congresso. Questa proposta di risoluzione impegna il
governo USA ad applicare le sue stesse leggi, che proibiscono l'importazione
di merci prodotte con lavoro forzato; invita il governo americano a
denunciare, in accordo col parlamento europeo, il sistema concentrazionario
cinese davanti alla Corte per i diritti umani; esige che il governo
cinese dia tutte le informazioni sui suoi campi di lavoro, e che permetta
ispezioni nei campi. E chiede infine una inchiesta internazionale sul
Laogai».
Temo che quella proposta sarà respinta. Bush sta per andare
in visita a Pechino per fare accordi commerciali.
«Invece no. La "proposta Wolf " è stata
presentata il 9 novembre, ed ha già ottenuto l'appoggio di un
grande numero di parlamentari, fra cui Nancy Pelosi, la capogruppo democratica.
La risoluzione Wolf ha buone possibilità di diventare legge,
e assai presto. Forse Bush dovrà andare a Pechino portando, anziché
favorevoli aperture commerciali, quella legge».
[Speriamo che questa fiducia negli USA sia ben riposta (N d R)]
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Harry Wu è ospite in Italia di Toni Brandi, che ha organizzato,
con amici, il tour del grande dissidente, compresa la presentazione
di Wu ad ambienti della Lega che è valsa la conferenza alla Camera
dei deputati.
Ieri, 14/11 c'è stata un intervista con il TG2 International.
Il 15/11 ci sarà un dibattito in RAI con Longo (RAI), Rampini
(La Repubblica), Sessi (Il Corriere della Sera) a cui seguirà
una conferenza stampa a Massa Carrara.
Gli altri appuntamenti sono:
il 16/11 una conferenza stampa al Parlamento Europeo;
il 17/11 una conferenza stampa a Bologna;
il 18/11 una audizione parlamentare ed una conferenza stampa a Montecitorio
ed in serata una conferenza stampa a Milano
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