Mauro Bontempi
La Chiesa, il Papa e la proprietà privata
 
febbraio 2008 - dal sito www.papanews.it
CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa non condanna la proprietà privata. È bene chiarire questo concetto visto che di recente circolano, “liberamente distorte”, simili interpretazioni del Magistero di Benedetto XVI. L’ultimo pretesto, in ordine di tempo, è stato il Messaggio del Pontefice per la Quaresima. La semplice lettura del testo basterebbe a chiudere la questione senza lasciar spazio a dubbi interpretativi: “Secondo l’insegnamento apostolico - scrive Benedetto XVI nel secondo punto del Messaggio - noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo”.

Infatti, ha ricordato il Papa durante l’udienza generale del mercoledì delle Ceneri, “non dobbiamo idolatrare i beni materiali -così come la società moderna spingere a fare - ma utilizzarli per andare incontro alle necessità del prossimo”. “Lo sappiamo per esperienza che la ricchezza non ci dà la felicità”: vecchio adagio, sempre valido. Le parole del Pontefice non variano affatto il giudizio che la Chiesa ha elaborato sulla proprietà privata, semmai lo arricchiscono e rinverdiscono, portandolo di nuovo all’attenzione dei fedeli e dei non credenti. Il tema è oggetto di una lunga controversia all’interno della stessa Chiesa sin dai primi secoli. I detrattori della proprietà privata citano due famosi brani del Nuovo Testamento: l’episodio del giovane ricco, con l’esplicito richiamo di Cristo alla condivisione delle ricchezze (Lc 18, 18-25), e la descrizione della vita della prima comunità cristiana, nella quale “tutti i credenti  stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (At 2, 44-47).

La condanna nei confronti di qualsiasi legittimazione della proprietà privata, parve ad alcuni, i cosiddetti “apostolici”, così evidente da rifiutare l’ingresso nelle proprie Comunità a coloro che possedevano ricchezza. Urgeva un chiarimento dei Padri della Chiesa. Sant’Agostino per primo si pronunciò contro le pratiche discriminatorie nei confronti dei possidenti. Per San Tommaso la proprietà privata trova legittimazione sia nella legge eterna sia nella legge naturale. Il giovane ricco “venne criticato - precisava l’Aquinate - perché pensava che i beni materiali fossero assolutamente suoi, come se egli non li avesse ricevuti da qualcun altro, e cioè Dio”. Cristo condanna l’eccessivo attaccamento, non il diritto di possedere in genere. C’è, poi, un grosso nodo da sciogliere, quello lessicale: nel Vangelo di Luca (14,26), Gesù afferma che “se un uomo non viene a me e non odia suo padre, la madre, la sposa, i figli, i fratelli, le sorelle, e perfino la propria vita non può essere mio discepolo”. Nella lingua di Cristo non esiste il concetto di comparazione. La traduzione corretta del brano evangelico è quella fornita da Matteo (10,37): “Chi ama il padre o la madre più di me…ecc.”.

Gli ammonimenti di Cristo, quindi, si rivolgono a coloro che antepongono a Dio qualsiasi valore terreno, ancorché puro e nobilissimo come l’amore per  i genitori, nonché per la propria vita. A proposito del collettivismo economico applicato nella prima Comunità cristiana, San Tommaso e la Tardo Scolastica ricordano brani del Vecchio Testamento in cui il benessere è considerato dono di Dio da apprezzare e, ad ogni modo, mai condannato di per sè. Gesù, figlio di un artigiano, probabilmente padrone della propria bottega, così come Pietro lo era della propria barca, scelse, come discepolo, un esattore (Matteo) e, come amici, il ricco Zaccheo e Giuseppe d’Arimatea. Il Maestro non chiese mai, a nessuno di loro, di rinunciare al possesso dei propri beni, bensì all’attaccamento a questi. Ciò detto, il fatto che si praticasse fra i primi cristiani la messa in comune dei beni, non comporta affatto alcun vincolo per i fratelli religiosi, semmai una proposta di vita da accogliere liberamente; né, tantomeno, impone tale pratica ai laici, il cui ‘jus gentium’ stabilisce il diritto alla privata proprietà. Non si tratta, infatti, di un principio autoevidente, come per la legge naturale, ma di usi ed abitudini diffusi, condivisi e necessari al vivere comune.

Nel caso di specie due sarebbero le leggi comuni fondamentali: la divisione della proprietà è diritto necessario alla società umana; la proprietà deve essere divisa. La proprietà privata gode di alcune virtù che i sistemi di collettivizzazione dei beni non assicurano o, addirittura, osteggiano: assicura la pace e la giustizia sociale impedendo abusi economici (tra i quali, per primo, che i “ladri e agli avari” godano degli stessi diritti dei retti e probi), favorendo lo sviluppo e la cooperazione di tutte le forze attive; incrementa la redditività dei beni produttivi visto che, come recitava un proverbio medievale, “un asino posseduto da molti lupi viene presto mangiato”. Il peccato originale, infatti, ha generato i due presupposti fondamentali dell’economia e della teoria classica: la scarsità (mezzi limitati per scopi alternativi) e la molla universale del vantaggio personale.

La Tarda Scolastica con spirito analitico, acuto, elaborò un articolato impianto teorico in difesa della legittimità della proprietà privata ribadendo però un concetto chiave sviluppato poi nella dottrina sociale del secolo trascorso: la proprietà privata non trova legittimità nell’ambito della legge naturale normativa, la cui violazione determina sanzioni adeguate alla primazia assoluta della fonte stessa.

La proprietà privata, per essere benedetta agli occhi di Dio, deve essere posta al servizio dell’uomo e della società.

Ciò si realizza quando la ricchezza è destinata a produrre benefici per gli altri e la società (vedi CDSC nn. 326-328). Se il benessere, lecitamente acquisito, è dono di Dio, la povertà non può, né deve aver il sapore di una condanna dell’Onnipotente: nell’etica protestante descritta egregiamente da Weber c’è, al contrario, questa concezione di fondo tendente a considerare il “ricco-salvato” e il “povero-dannato”. Nulla di più lontano dal messaggio cristiano che il Pontefice ha sentito il bisogno di ricordare ai fedeli durante il pregnante cammino della Quaresima. L’elemosina assume i toni della preghiera: consentendo “uno sguardo più profondo, che trascende la dimensione puramente materiale”, “allena” lo spirito alla carità cristiana, la vera palestra dell’amore.

La povertà, piaga di ogni società in ogni tempo, avvicinando nella dimensione del dolore l’indigente al Cristo Crocifisso, può essere combattuta con il sano contributo di ogni Cristiano, senza radicalismi di forma ma con il solo radicalismo vincente, quello dell’amore.

 

 

 




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