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In attesa dei testi relativi alle visioni che Pio XII ebbe del Cristo, la Congregazione per la Causa dei Santi ha ora tra le mani ulteriore materiale per il processo di beatificazione. Perché la Chiesa dichiari un suo figlio beato vi sono due elementi: la dichiarazione della eroicità delle virtù cristiane e l’accertamento dei miracoli avvenuti per intercessione del soggetto in corso di beatificazione.
Pio XII fu convinto apostolo di pace ed esercitò al massimo grado le sue capacità diplomatiche per scongiurare il Secondo Conflitto Mondiale. È anzitutto una verità storica che le fonti diplomatiche mostrano da quasi mezzo secolo. Fu Paolo VI a consentire la diffusione degli “Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre mondiale”: dodici voluminosi tomi pubblicati dal 1965 al 1981 attraverso i quali il mondo avrebbe dovuto conoscere l’intensa opera diplomatica condotta dalla Santa Sede negli anni della guerra. Un oscuro disegno contro la persona del Pontefice ha coperto la verità sotto l’abbondante paccottiglia storica prodotta da sedicenti studiosi o da storici professionalmente scorretti o incapaci di svolgere il lavoro di imparziale analisi che il loro alto compito prevede ed impone. Considerando esclusivamente l’attività diplomatica della Santa Sede tra il marzo ed il settembre 1939, è necessario (ma non sufficiente) ripercorrere in rapida rassegna i passaggi principali che videro i Sacri Palazzi “al centro della Storia”. Il 2 marzo 1939, suo giorno genetliaco, il Cardinale Eugenio Pacelli, Segretario di Stato e camerlengo di Santa Romana Chiesa, viene eletto 264° successore dell’apostolo Pietro. Nel breve arco di tempo di un’alba e di un tramonto, la Chiesa ed il mondo intiero hanno un nuovo Pastore, “pastor angelicus”. Il tempo corre inesorabile verso un nuovo cataclisma. In continuità formale e sostanziale col suo predecessore, Pio XII e la sua “squadra” (Miglione alla Segreteria di Stato, Tardini e Montini, rispettivamente, alla I e alla II Sezione della Segreteria) affrontano l’immane prova di arrestare il conto alla rovescia fatale già innescato il 15 marzo con l’ingresso delle truppe tedesche a Praga. Salta Monaco, salta l’appeasement di Chamberlain. Danzica è ad un passo e la Polonia si mobilità. Ora Parigi e Londra non sono più disposte a concedere alcunché ad Hitler e alla sua voracità. Mussolini, da parte sua, fa bombardare, il 7 aprile, venerdì Santo, la città di Tirana. Due giorni dopo Pio XII apre la ufficialmente la serie di appelli in favore della pace. Denunciando l’ipocrita politica di riarmo internazionale giustificata dall’alibi della difesa da possibili aggressioni, il Pontefice durante l’omelia di Pasqua fa un chiaro accenno al “dissidio… tra l’universale aspirazione alla pace e le non meno universali minacce ed ansie di guerra vieppiù alimentate dalle piaghe di un mondo sordo ai richiami della pace e della giustizia, di un mondo dominato dalla folle corsa agli armamenti da parte delle grandi potenze”. Ben lungi da intervenire in un conflitto mondiale, gli Stati Uniti, comprendono subito il ruolo chiave che potrebbero giocare il Pontefice e la diplomazia vaticana in un frangente così delicato per le sorti del mondo. Molte persone di buona volontà, anche semplici fedeli, giungono alle stesse conclusioni di Roosevelt il quale, da parte sua, nutriva profondo rispetto per il Papa sin dai tempi del primo viaggio di Pacelli negli USA (1936). L’esperienza diplomatica del Nunzio e Segretario di Stato Pacelli consiglia attenzione, pragmatismo, ma anche rapidità nella manovra e duttilità nella strategia. Se spiragli alla pace possano aprirsi, è convinta la Santa Sede, questi possono e devono passare per Mussolini, l’unico interlocutore dotato di un sì forte ascendente su Hitler da contenere le sue mire bellicose. In tale senso, attraverso i buoni uffici del padre Tacchi Venturi e del Nunzio in Italia, il Papa fa appello ripetutamente alle autorità italiane, ora direttamente con Mussolini ora con il ministro degli Esteri Ciano, sin dai primi di maggio del 1939. La storia non lo ricorda spesso, ma durante questa prima missione del padre Venturi, Pio XII propone di convocare una conferenza internazionale per impegnare alla pace le potenze europee: Italia, Germania, Francia ed Inghilterra. Mussolini prende tempo, pur riconoscendo con lucidità che un attacco tedesco alla Polonia avrebbe di fatto scatenata la guerra. Il giorno successivo il Duce comunica un cauto e generico favore nei confronti dell’iniziativa vaticana. Il 3 maggio partono dalla Segreteria di Stato quattro telegrammi alle nunziature presso Parigi, Berlino, Londra e Varsavia per riferire la proposta del Pontefice di “risolvere in conferenza tra loro le questioni che minacciavano accendere il conflitto”. Influenzati negativamente dal ricordo ancora vivo della Conferenza di Monaco, i destinatari rispondono con un cortese ma motivato rifiuto. Parigi ritiene prezioso l’intervento del Pontefice (solo) come extrema ratio per evitare la guerra. Al Santo Padre si “concede”, in definitiva, di intervenire soltanto ad un passo dalla catastrofe, quasi che Egli potesse godere di diritto, in quanto Vicario di Cristo, dell’onnipotenza divina! Dopo un incontro chiarificatore a Milano fra Ribbentropp e Ciano, giunge inesorabile il “no, grazie” da parte del Governo italiano (inizialmente favorevole) e tedesco. Il 22 maggio Italia e Germania firmano il Patto d’Acciaio. La prima fase diplomatica vaticana non è coronata dal successo. Cionondimeno risulta ben chiaro l’impegno immediato, forte e unanimemente riconosciuto da parte della Santa Sede sia nel ricondurre sul terreno politico e diplomatico la spinta annessionistica di Hitler sia nell’operare, in piena autonomia di pensiero ed azione, di concerto con le forze favorevoli alla soluzione incruenta della crisi europea. Dopo un intenso pressing diplomatico da parte della Santa Sede, durante tutto il mese di maggio del 1939, sfuma l’idea di organizzare una Conferenza internazionale per giungere alla definizione pacifica delle controversie europee. Il Papa non perde affatto coraggio concentrando tutto lo sforzo diplomatico su Roma. Trattare con il Reich s’era rivelato impossibile e infruttuoso, meglio è, si pensa nei Sacri Palazzi, cercare di stabilire un ponte fra Roma e le potenze alleate e così guadagnare Mussolini alla causa della pace. La Santa Sede si adopera con alacrità come trait-d’union fra i governi coinvolti attraverso le nunziature e le rappresentanze estere presso la Santa Sede. La Segreteria di Stato si prende carico dello scomodo ruolo, pur consapevole che i margini d’azione si facevano sempre più stretti: da un lato le dichiarazioni antitetiche di Ciano (contrario all’ipotesi della guerra e tantomeno ad un ingresso dell’Italia nel conflitto) e di Mussolini (“certissimamente” convinto della ineluttabilità della guerra); dall’altro l’intransigenza di Parigi e Londra nei confronti di Hitler e delle sue mire espansionistiche verso Danzica e la Polonia tutta. Un passo più ad est da parte delle truppe di Hitler avrebbe aperto le ostilità. Alla diplomazia vaticana non rimane altro da fare che aprire un filo diretto con Varsavia per aiutarla e consigliarla nel difficile momento (ad ovest la minaccia tedesca, ad est la non meno pericolosa spinta espansionistica sovietica). Il 23 agosto, la firma del Patto di non-aggressione Germania-URSS con allegato il protocollo segreto per la spartizione della Polonia, chiude Varsavia in una morsa mortale. Lo stesso giorno l’ambasciatore inglese a Berlino, Henderson, scrive che “era giunto il momento in cui il Pontefice avrebbe ancora potuto lanciare il supremo appello alla ragione”. La diplomazia europea si arrende all’inevitabile precipitare degli eventi: solo Pio XII, concordano Parigi e Londra (e forse anche Roma), ha l’autorità di bloccare il passo dell’esercito tedesco attestato ai confini della Polonia. È la genesi dello storico Radiomessaggio pronunciato dal Pontefice la sera del 24 agosto 1939. Quattro testi diversi furono preparati dalla Segreteria di Stato. In essi si respiravano le ansie e le richieste che durante l’estenuante giornata erano state espresse dai rappresentanti di quasi tutti i soggetti interessati (Reich escluso). “Un’ora grave suona nuovamente per la grande famiglia umana, ora di tremende deliberazioni, delle quali non può disinteressarsi il Nostro cuore, non deve disinteressarsi la Nostra Autorità spirituale”: apprensione e fermezza emergono distintamente dall’incipit del discorso del Pontefice, il quale, con accenti profetici, ricorda che “gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono”. Facendo appello alla “forza della ragione”, Pacelli pronuncia parole divenute patrimonio dell’umanità sempre tentata dalla nefasta “voce” delle armi: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. Il piano d’attacco doveva scattare nella notte tra il 25 ed il 26. Hitler ha però una esitazione all’udire la supplica e l’anatema del Vicario di Cristo. Mussolini comunica al Fuhrer che l’Italia non sarebbe entrata in guerra. Pio XII lancia quindi l’ultima offensiva per la pace: convincere il Duce. Le istruzioni del Pontefice a Tacchi Venturi sono chiare: comunicare a Mussolini la soddisfazione per gli sforzi da lui condotti ma, allo stesso tempo, richiedere un impegno più forte e concreto. Il Capo del Governo accetta e, fatto poco noto, redige personalmente un documento di lavoro per i negoziati su Danzica: la regione sarebbe tornata tedesca ma la Polonia, in cambio, avrebbe ottenuto agevolazioni commerciali sui traffici in loco assieme ad altre previsioni favorevoli sulle minoranze etniche e sul cosiddetto “corridoio”. Mussolini arriva perfino ad affermare che se il Pontefice fosse riuscito a far approvare la bozza di accordo a Varsavia, Hitler sarebbe stato costretto ad accettare l’apertura del negoziato, pena avere “tutti” contro. Al Duce fa buon gioco questo ruolo, già ricoperto a Monaco, di pacificatore. Secondo Tacchi Venturi, Mussolini “senza venir meno all’Asse, pensa possa astenersi dallo scendere in campo con le armi”. Il calendario riporta la data del 31 agosto 1939. Pio XII accetta il rischio e fa predisporre un telegramma per il Nunzio a Varsavia. Secondo Tardini, il Papa in nome della salvaguardia della pace, poteva cadere nella trappola della strumentalizzazione: sostenitore di Mussolini e complice di Hitler. Maglione pensa opportuno inviare una copia del telegramma a Londra donde arriva, rapido, un rassicurante placet. Il Nunzio a Varsavia, però, nicchia, vuoi per questioni formali, vuoi per il convincimento che ormai fosse tutto compromesso. Pio XII non cede ancora: non più uno, ma due telegrammi fa inviare a Varsavia. Il Nunzio avrebbe dovuto comunicare al Presidente del Consiglio la proposta di negoziato (contenuta nell’altro telegramma indirizzato al Presidente della Repubblica) con particolare riferimento alla gestione della questione delle minoranze tedesche. E’ sempre in questo ultimo giorno del mese di agosto che, passata da una ventina di minuti la una, Pio XII fa recapitare agli ambasciatori di Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e, persino, al rappresentante diplomatico di Washington al Quirinale (gli Stati Uniti non avevano un Ambasciatore presso la Santa Sede) un appello con il quale si supplicava, riprendendo il Radiomessaggio del maggio con toni molto più espliciti, Polonia e Germania a sedersi al tavolo dei negoziati. All’alba del 1° settembre le truppe tedesche superano i confini orientali della Polonia: è la seconda guerra mondiale. L’attività del Santo Padre non si fermò con lo scatenarsi della guerra. I dodici volumi degli “Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre mondiale”, ad imperitura memoria, certificano l’eroicità di Pio XII nel tempo più buio del secolo trascorso “come chi - disse Pacelli stesso nel 1945 - si china al capezzale d’un agonizzante e con ardente amore si ostina a contenderlo, pur contro ogni speranza, alle strette della morte”.
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