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Da anni ci viene ripetuto che è necessario esser tolleranti: la tolleranza è così divenuta un comandamento civile della post-modemità, tanto indiscusso quanto acriticamente accolto. Ma tu tolleri il bene o il male? Tolleri il bene? Ma il bene è oggetto di desiderio, di ricerca appassionata, è ciò che amo e che mi procura gioia. E piuttosto il male che tollero. Tant’è vero che se dicessi «io ti tollero» tu ti offenderesti, perché dire «io ti tollero» significa ammettere implicitamente che tu per me sei un male, prova questa che la lingua viva è immune dai virus dell'ideologia. La tolleranza come ha evidenziato il cardinal Caffarra nell'intervista del 2 novembre scorso - ha, quindi, per oggetto qualche realtà che io giudico come cattiva o dannosa, che vorrei eliminare, ma, non potendo fari o, obtorto collo la sopporto. La tolleranza, inoltre, suppone un criterio che mi consenta di distinguere il bene e il male. Ora, se una società civile pretende di fondarsi sulla tolleranza dovrà almeno esser d’accordo su un criterio del male e del bene. Ora, però la cultura relativista è convinta che l’uomo non sia capace di conoscere la verità delle cose, e quindi tanto meno la loro bontà o malizia. Il relativismo conoscitivo, riducendo tutto al rango di opinione cangiante e strettamente personale, ci preclude la possibilità di avere un parametro oggettivo e incondizionato. Perciò, mancando valori, beni e verità condivise la tolleranza, tanto esaltata, diventa indifferenza. Il pluralismo culturale più aperto e spregiudicato degenera in una sona di spettacolo estetico in cui possiamo anche osservare con curiosità e stupore le stravaganti costumanze dei nostri vicini, ma sospendiamo qualsiasi giudizio di valore: non ci curiamo di esprimere un qualsiasi giudizio sui nostri vicini, in quanto amici, in quanto persone. Anzi guai a chi osasse esprimere dei giudizi in termini di bene o di male su chi ci sta accanto: sarebbe accusato di intolleranza, salvo poi scendere in piazza o indire assemblee pubbliche per protestare e decidere provvedimenti per dei «fenomeni per cui abbiamo sviluppato delle intolleranze», come l'immigrazione refrattaria all'integrazione, i reati contro patrimonio come gli atti di vandalismo, i furti e i borseggi, o peggio reati contro le persone, come omicidi e stupri. Proprio tali manifestazioni di piazza e assemblee pubbliche, indette anche recentemente nella nostre città, sono un ulteriore segno dell’inconsistenza e mito della tolleranza: per una convivenza che voglia essere autenticamente civile e esiziale voler tollera programmaticamente, tutto. La tolleranza produce, poi, un ulteriore conseguenza: la sospensione del giudizio di valore rende inappropriato parlare di impegno etico in qualsiasi senso. Ci è permesso solo l’apprezzamento estetico e nulla di più. Tutti i problemi sono ridotti a problemi di "stili di vita". La tolleranza coniugata con «la dittatura del relativismo» ci conduce ad avere un approccio turistico o estetico all' esistenza e a chi ci sta vicino e in sostanza a una profonda indifferenza davanti alla consistenza della persona dell’altro. La tolleranza, quindi, è un atteggiamento potentemente riduttivo, che consapevolmente o inconsapevolmente conduce alla destrutturazione della nostra città, alla demolizione del senso ultimo del vivere insieme. Il programma di voler tollerare tutto inevitabilmente provoca quella insicurezza e quel disagio che molti bolognesi vivono all'interno della propria città: questa, anziché dare sicurezza e agio nel vivere, è segno di caos e di delinquenza. La vita associata ha bisogno di un'etica spiritualmente più stimolante della tolleranza, ha bisogno di una cultura dell'accoglienza, non vuota e parolaia, ma sincera e fattiva, del rispetto della persona altrui, rispetto tanto convinto e solido da crescere in solidarietà fino all'amore di carità. |
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