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| Da Benedetto XVI non ci si dovrà aspettare un atteggiamento più “moderno” di quello di Giovanni Paolo II sulle questioni metafisiche o su quelle etiche. Ma quelle relative all’assetto del mondo, alla giustizia, allo sfruttamento, agli squilibri sociali, vedranno nell’attuale pontefice, come in quello passato, un difensore sicuro e inflessibile dei diritti dei più poveri, degli sfruttati, degli “ultimi”. Benedetto XVI è rispetto a Joseph Ratzinger quel che il poeta Orazio diceva, nel Carmen Saeculare, del Dio Sole: alius et idem. Il cardinale fino a pochi giorni fa Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e il Sommo Pontefice sono senza dubbio la stessa persona: ma fra loro c’è il conclave – che non è affatto una semplice elezione: è una “riunione al vertice” d’impegno e d’intensità straordinari – e l’assunzione del sommo ufficio di guida della Chiesa, che richiede doti eccezionali di fermezza e al tempo stesso di prudenza. Il dogma cattolico recita che il diretto intervento dello Spirito Santo rende infallibile, nell’elezione pontificia, la scelta dei cardinali. I dogmi non rientrano nelle cose oggetto di discussione razionale: non si giudicano né si discutono. Si possono solo accettare per fede o rifiutare. Non saranno quindi neppur oggetto di queste righe. Ma abbiamo tutti sentito, durante l’omelia della messa solenne dell’Intronizzazione, domenica 24 aprile, il Santo Padre affermare: “Il mio programma di governo e di non fare la mia volontà, di non perseguire le mie idee, ma di mettermi in ascolto con tutta la Chiesa e di farmi guidare dalla volontà del Signore”. Si tratta di un proposito e di una promessa entrambi fondamentali, che fanno della collegialità nella guida della Chiesa un pilastro del futuro pontificato. Subito dopo, scegliendo come centro della sua omelia una puntuale esegesi dei due simboli dell’autorità pontificia, il pallio e l’anello “del Pescatore”, il papa ha parlato della necessità di prendersi cura e di farsi carico di tutta l’umanità: l’irrinunziabile missione evangelizzatrice simboleggiata dalla rete gettata dagli Apostoli nel Mare di Galilea – e già nella dichiarazione Dominus Jesus dell’agosto 2000 il cardinal Ratzinger aveva indicato il dialogo tra le fedi come parte irrinunziabile di tale missione – non può andar disgiunta dalla necessità di guidare il gregge dei fedeli attraverso i deserti sia “interiori”, quelli del peccato e del dubbio, sia “esteriori”, quelli della storia del nostro tempo, spazzati (ha detto testualmente) dal vento “delle potenze dello sfruttamento e della distruzione”. Sfruttamento e distruzione contro le quali vale solo la pace. Ma non una pace qualunque, una pace semplice assenza di guerra. La vera pace, ch’è pace con giustizia. “la mia Pace – dichiara il Cristo nel Vangelo -: non quella che dà il mondo”. Su quelle parole, come su quelle pronunziate dal cardinal Ratzinger prima del conclave, nell’omelia durante la messa pro eligendo pontifice del 18 aprile e dedicata al relativismo, e subito dopo, in quella della solenne concelebrazione di ringraziamento del 20 successivo al centro della quale vi sono stati l’esigenza dell’unità fra i cristiani e il dialogo, si è scatenata la ridda delle interpretazioni. Ma uno dei più esperti, intelligenti e simpatici fra i membri del Collegio Cardinalizio, il cardinal Achille Silvestrini, ci ha fornito durante l’intervista rilasciata il 21 aprile al “Quotidiano Nazionale” una chiave di lettura indispensabile per comprendere il nuovo papa: “Date tempo al tempo e Ratzinger non vi deluderà…L’elezione a papa trasforma completamente l’uomo”. La scelta del nome Benedetto è di per se stessa un programma trasparente: l’Ordine benedettino ha contribuito potentemente alla creazione dell’Europa operando nel segno del Cristo attraverso l’evangelizzazione, lo studio e il lavoro una nuova feconda sintesi tra l’eredità romana e le nuove genti “barbariche” che alla Cristianità si andavano affacciando; e Benedetto XV è l’uomo che senza ambiguità e con fermo coraggio, tra ’14 e ’18, ha condannato la guerra “inutile strage”. A proposito della guerra un filo d’oro unisce il magistero di Benedetto XV nel ’14, di Pio XII nel ’39 e di Giovanni Paolo II nel 2003. Il nuovo papa, autore dello splendido libro Introduzione al cristianesimo che negli Anni Sessanta fu molto apprezzato dai giovani e che contribuì in modo notevole al rinnovamento della Chiesa postconciliare, si è posto con chiarezza e decisione su questa linea. La pace, il dialogo e la lotta decisa contro le forze dello sfruttamento e della distruzione sono la consegna che i pontefici del XX secolo hanno coerentemente consegnato alla Chiesa del III Millennio. E’ una via irreversibile. Molti però, in buona o (più spesso) in cattiva fede, temono – o sperano – un mutamento di rotta. Non sono ancor del tutto fugati i malintesi riguardanti la figura del cardinale Joseph Ratzinger, uomo di profonda fede e di vasta dottrina, teologo e studioso finissimo ma anche custode intransigente del dogma e della Tradizione. Tra le molte leggende che lo riguardano (e che siano “auree” o “nere” non m’interessa: decidete pure voi) c’è ad esempio quella che Joseph Ratzinger abbia scritto “a quattro mani” un libro con il presidente del Senato Marcello Pera; e che pertanto le loro posizioni siano del tutto concordi o quanto meno largamente convergenti. E’ quanto è stato nei giorni scorsi dichiarato appunto dal senatore Pera, le simpatìe del quale per il cattolicesimo e la Chiesa costituiscono, per tutti noi cattolici, una nuova e lieta sorpresa. Ma il libro “a quattro mani” è, nondimeno, una leggenda editoriale. Con tale espressione s’intende, infatti, uno scritto redatto insieme da due autori che abbiano alle spalle un lavoro comune e che siano portatori d’una visione delle cose talmente condivisa da poterla entrambi far propria nella sua totalità. Altrimenti, si parla di un libro di due o più autori, nei quali le posizioni restino distinte. Ora, il libro Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, firmato da Joseph Ratzinger e Marcello Pera, edito da Mondadori nel 2004 e ristampato ora da Mondadori-Panorama con una fascetta che lo presenta come “Il pensiero di Benedetto XVI. Le radici cristiane dell’Europa”, è certo un libro “di due autori”: ma tutt’altro che “ a quattro mani”. In realtà, il volumetto di 134 pagine è il risultato di quattro distinte parti: il testo della Lectio magistralis tenuta dal Pera il 12 maggio 2004 alla Pontificia Università Lateranense sul tema Il relativismo, il cristianesimo e l’Occidente, quello della conferenza del cardinal Ratzinger il giorno successivo presso la Sala del Capitolo del Senato sul tema Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani (“la successione dei due discorsi fu del tutto casuale”, precisa il Pera nella Premessa al volume, pag.3), una lettera del Pera al Ratzinger e una di questi a quegli. Già nella risposta al Pera, improntata a grande cortesia e generosa di riconoscimenti, il cardinale dichiarava di voler comunque prescindere “in quella sede” dal giudizio sulla politica del presidente Bush e sulla guerra in Iraq e di non intendere nemmeno soffermarsi sul tema della guerra giusta, limitandosi a rinviare su ciò al nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, nn.2307-2317, n. 2327 e sgg.; ma – così circoscritto un “territorio evitato” in modo che lasciava con straordinaria discrezione palesare il dissenso – evidenziava quindi una netta divergenza di vedute sull’idea sostenuta dal Pera di una “religione civile cristiana” che chiaramante si rifà al Perché non possiamo non dirci cristiani di Benedetto Croce, una prospettiva laicistica, storicistica e immanentistica del cristianesimo che nessun credente potrebbe accettare. Queste cose debbono esser sottolineate al fine di non consentire che si diffonda, appoggiata da potenti mass media a ciò interessati, la lectio facilior d’un Benedetto XVI in tutto e per tutto coerente con Ratzinger e d’un Ratzinger a sua volta appiattito sulle posizioni della parte politica che vede nel senatore Pera uno dei suoi più autorevoli leaders. Che così non sia risulterà chiaro a chiunque esamini le posizioni del Santo Padre (anche quelle espresse quand’egli era ancora cardinale) e quelle dell’ala prevalente del centrodestra – a parte qualche mugugno in AN e nel CDU – a proposito di temi quali appunto il cosiddetto “Occidente”, il relativismo e il rapporto con l’Islam (sia in sé e per sé, sia come parte del più vasto tema del dialogo interreligioso). Si assuma come riferimento, per non andar troppo lontano, proprio il testo della periana Lectio magistralis del 12 maggio: e lo si confronti a non dir altro con quello della prima delle tre successive omelie pronunziate da papa Ratzinger immediatamente prima e immediatamente dopo l’elezione pontificia. Il tema del relativismo è, in entrambi, fondamentale. E qui l’accordo, sul quale insiste il Pera mentre su di esso appare piuttosto elusivo il Ratzinger, appare una questione più nominalistica che sostanziale: più sulla “parola” che sulla “cosa”. Il Pera, difatti, discute di un “relativismo” che avrebbe i suoi campioni nel contestualismo wittgensteiniano, nel “pensiero debole”, nella “neolingua” del politically correct, nel decostruttivismo di Derrida; il suo vero obiettivo polemico, tuttavia, è il “relativismo antropologico” di Claude Lévi-Strauss, vale a dire il principio secondo il quale ogni cultura ha una sua propria “ragione”, un suo codice interno, ed è solo alla luce di essi che la si può comprendere. In questo senso ogni cultura è unica, irrepetibile, preziosa, e una gerarchia fra le culture è improponibile; in questo senso non si può parlare di culture “migliori” o “peggiori”; e tanto meno di “superiori” o “inferiori”, cosa questa che esporrebbe a un pericoloso piano inclinato in fondo al quale c’è il razzismo. Lo stesso parlar di culture “primitive”, presupponendo un rigido determinismo storico che postulerebbe un’unica possibile via di sviluppo obbligato, un “binario unico” sul quale tutte dovrebbero procedere, è ormai desueto: si preferisce parlar di “culture tradizionali” e si evita ormai la stessa nozione di “progresso storico” – espressione anch’essa di sapore deterministico – per usare semmai quella di “processo storico”, che comporta la necessità della comprensione analitica dei singoli itinera storici e culturali e del loro rispettivo, specifico percorso. La lotta contro il “relativismo” proposta da Pera parte da un assunto etnocentrico per finir col sostenere obiettivamente la “moralità” del Nuovo Ordine Mondiale fondato sull’adeguamento dell’intero pianeta agli interessi dei ceti dirigenti occidentali, del loro sistema finanziario, delle multinazionali e della Superpotenza che ne è “comitato d’affari”. Tutt’altra cosa è il relativismo che preoccupa il mondo cattolico e ch’è stato l’obiettivo polemico dell’omelia del cardinal Ratzinger nella messa pro eligendo Pontifice: ma sul quale il prelato aveva già più volte insistito. In tale circostanza, egli lo ha così definito: “Il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi moderni. Si va costruendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultimo problema il proprio io e le sue voglie”. Si tratta proprio della relativizzazione dei princìpi morali caratteristica del pensiero laico moderno e parte integrante di quel “processo di laicizzazione” che tende a spingere l’autorità della Chiesa sempre più nel recinto degli atteggiamenti intimi e dei problemi di coscienza; e che ha fin dal XVIII secolo stabilito, in etica come in politifca, il primato dell’individuo. Ora, va da sé che in quest’àmbito di problemi si apre un capitolo destinato a restar oggetto di un duro contenzioso fra Chiesa cattolica e mondo laico: i problemi che toccano anche – fra l’altro – la morale sessuale, il diritto di famiglia, le questioni genetiche, la bioetica. Su ciò, non credo ci si possa attendere da papa Ratzinger un atteggiamento diverso da quello ch’è stato proprio di papa Wojtyla; ma, aggiungo, non si deve credere che indirizzi di tenore differente avrebbero potuto provenire nemmeno da un papa Martini o da un papa Tettamanzi. Su ciò, del resto, è comprensibile che una larga parte della sinistra possa reagire con delusione o con disappunto: ma anche una parte della destra – compresa quella della quale, appunto, dovrebbe attualmente far parte il liberale Pera – dovrebbe reagire con delusione o con disappunto non minori, se non preferisse nei confrotni della Chiesa , in questo momento, un tatticismo che a proposito di qualunque problema rasenta l’ipocrisia (del resto li abbiamo visti, lorsignori, render compunto omaggio alle spoglie di quel giovanni Paolo II i ripetuti appelli per la pace, in occasione delle due guerre irakene, di quella balcanica e di quella afghana avevano sprezzantemente ignorato); mentre non ritengo che sull’aspetto morale delle questioni familiari o di quelle bioetiche possa esister troppa differenza tra i cattolici “tradizionalisti” e quelli “progressisti”. Qui, la linea di frattura passa attraverso posizioni che hanno il loro fondamento in questioni teologiche, filosofiche, antropologiche ed etiche: e la composizione tra le posizioni dei “credenti” (cattolici, ma anche ortodossi, in larghissima misura protestanti, nonché ebrei e musulmani) e quelle dei “laici” resta problematica. Sul piano politico, difatti, si registra al riguardo una larga trasversalità: né altrimenti potrebb’essere. Una frase del Ratzinger è stata ripresa, con evidente volontà propagandistica, dalla pubblicità di “Panorama” al libro Senza radici: “L’Occidente non ama più se stesso: della sua storia oramai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”. Ma per i liberal-liberisti che intendono appropriarsi strumentalmente del pensiero del Ratzinger presentandolo come coerentemente transitato in Benedetto XVI, quella “grandezza” e quella “purezza” starebbero appunto nelle realizzazioni della Modernità, comprese la cultura dell’individualismo in tutti i suoi aspetti, il sistema capitalistico e l’attuale gestione del processo di globalizzazione. E’ questo il “primato dell’Occidente” secondo i liberal-liberisti: ed esso sarebbe minacciato da forze sovversive che ieri erano catalizzate attorno alle pur differenti forme del progetto socialista, mentre oggi sarebbero rappresnetate anzitutto dal fondamentalismo islamico, brodo di coltura del terrorismo. Esattamente al contrario, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI scorgono il pericolo che l’Occidente perda il suo primato etico e civile proprio nella misura in cui esso si allontana dalle sue radici cristiane, cedendo a quell’individualismo nel dispiegamento del quale ha appunto consistito il “processo di laicizzazione”. Quello che il Ratzinger ha qualificato come l’ “odio di sé dell’Occidente” non è affatto per esempio la contestazione di quelle recenti scelte politiche, finanziarie, economiche o militari dettate dall’egemonia statunitense (e/o da quella delle multinazionali) che a molti sono parse inopportune e soprattutto ingiuste, bensì l’oblìo delle radici cristiane. Il “relativismo” obiettivo polemico di Benedetto XVI non è quello antropologico di Lévi-Strauss, che insegna a rispettare tutte le culture del mondo in quanto portatrici ciascuna di un suo insostituibile valore, bensì quello etico che, con l’alibi del “primato della persona umana”, si fa indifferente rispetto al problema dell’inaccettabile attuale distribuzione della ricchezza del mondo (la vera radice dell’ingiustizia, la profonda sorgente della violenza) e consente il trionfo dell’egoismo e dello sfruttamento. Proprio di quello “sfruttamento” che, insieme con la “distruzione”, è il vento mortale che spazza il deserto in cui vaga l’umanità di oggi secondo l’omelia della messa dell’Intronizzazione di Benedetto XVI. La cartina di tornasole di quest’insanabile (per quanto, purtroppo, ancora massmedialmente occultata) opposizione tra chi ha scelto di fiancheggiare e di sostenere il turbocapitalismo da una parte e la Chiesa cattolica dall’altra, sta nel giudizio sull’Islam. Nella sua Lectio magistralis del 12 maggio 2004 – si veda Senza radici, p.11 - Marcello Pera riprende un giudizio di Oliver Roy espresso in L’échec de l’Islam politique (Paris 1992) fingendo di non accorgersi non solo che si tratta di un libro già invecchiato nel profluvio di pubblicazioni e soprattutto di eventi che s’è rovesciato su tutti noi nell’ultimo decennio, ma anche e soprattutto che quel che il Roy chiamava, allora, l’Islam politique, non è affatto l’Islam tout court, bensì semmai quel che ormai, seguendo un’indicazione di Gilles Kepel, dovremmo definire l’ “islamismo”: vale a dire l’ –ismo applicato all’Islam, la fede islamica intesa come ideologia politica, quella che con imprecisione e generalizzazione non meno gravi siamo soliti definire con il termine generico e inappropriato di “fondamentalismo”. Confondendo “Islam” e “islamismo”, anche a causa di una – volontaria o no? - traduzione inadeguata delle parole del Roy, il Pera applica all’Islam nel suo complesso un giudizio che lo studioso francese intendeva applicare esclusivamente ad alcuni ambienti radicali di esso: traendone conclusioni che vanno nel senso dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntington, un’infausta tesi che il Pera mostra di condividere pur affermando che senza dubbio l’Occidente è migliore dell’Islam, ma precisando (bontà sua) che tuttavia ciò non implica, quanto meno da parte occidentale, l’ineluttabilità dello scontro. L’antirelativismo del Pera è analogo a quello dei presidenti statunitensi Wilson e Bush: fede nei “valori universali”. E, naturalmente, nel monopolio di essi da parte della Modernità occidentale, che avendo il merito di averli elaborati sarebbe l’unica a poter definirli e ad aver il diritto d’imporli. Senonché l’antirelativismo di Wilson era irenico, quello di Bush è armato: e, se l’Europa non lo accetta, ciò avviene ad avviso del Pera non già in quanto esso contrasti con il diritto internazionale e – com’è stato dimostrato – nel 2003 abbia aggredito l’Iraq, paese membro dell’ONU, sulla base di menzogne propagandistiche, bensì perché essa non sa più “trovare un’identità propria” (Senza radici, p.40). Peccato che nel triste febbraio-marzo 2003, cercando di fermare la banda Bush, i governi francese e tedesco stessero proprio lavorando non solo per difendere la legalità internazionale e sventare un sanguinoso conflitto l’effettiva conclusione del quale è ancora lontana, ma per aprire al tempo stesso un nuovo capitolo nella lenta e difficile costruzione di un’autentica solidarietà e quindi d’un concreto senso d’identità europea: e che sia stato in quel frangente proprio e anzitutto il governo italiano espresso da quella maggioranza di cui Marcello Pera fa parte, scegliendo di schierarsi a fianco dell’invasore, a vanificare un’occasione unica di affermar l’indipendenza dell’Europa dalla Superpotenza e avviare così un vero processo di ricostituzione identitaria europea. D’altronde, prima o poi anche questi nodi verranno al pettine: è compatibile un autentico processo d’indipendenza della patria europea con l’attuale assetto della NATO, che subordina le forze armate europee a una potenza extraeuropea, e al permanere di basi statuniutensi sul territorio europeo? E’ vero: questa, come direbbe il vecchio Kipling, è un’altra storia. Ma quanto a lungo sarà possibile continuar a finger d’ignorarla, anche da parte della sinistra che si appresta a diventar “di governo”? Torniamo comunque all’Islam, il giudizio di Benedetto XVI riguardo al quale è di ben altro tenore di quello formulato dal pera sulla scorta d’una lettura fraintesa del Roy. Già proprio nella sua conferenza del 13 maggio al Senato, il cardinal Ratzinger dichiarava che “l’Islam è in grado di offrire una base spirituale valida per la vita dei popoli”. A suoi avviso, il recupero di un’identità forte non conduce affatto allo scontro con le identità diverse, ma è al contrario condizione indispensabile per un vero dialogo. “Per le culture del mondo, la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente è qualcosa di profondamente estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro” (Senza radici, p.72). E’ chiaro che la prospettiva del Santo Padre è quella dell’evangelizzazione, che nella fattispecie dell’Europa e di tutto l’Occidente parte dall’accettazione del fatto che, ormai, al loro interno i cristiani siano – tale era già il pensiero di Giovanni Paolo II – delle “minoranze creative”(Senza radici, p. 109sgg.): e che tale prospettiva è obiettivamente inconciliabile con quella d’una “religione civile cristiana” nella quale il cristianesimo sia ridotto a etica e a memoria storica. Tale tipo di “religione civile”, di fatto un postcristianesimo ateizzato (non a caso funzionale alla postdemocrazia che in Occidente si sta affermando attraverso la scomparsa degli stati e il crescente monopolio del potere di fatto da parte dei detentori di quello economico-finanziario-tecnologico-mediatico e della loro executive class), può piacere a quei gruppi della destra liberal-liberistica e cattoconservatrice italiana che plaudono attualmente alle nozze statunitensi tra neocon e teocon e che restano affascinati dinanzi alle coreografie religiose dei born again in Jesus Christ senza preoccuparsi del fatto che buona parte dell’umanità odierna muoia di fame o non possa curarsi perché le multinazionali dei farmaci tengono alti i prezzi delle medicine; a quanti ieri vedevano nel cattolicesimo un baluardo strumentale contro il comunismo, e oggi uno contro l’Islam; a quelli che vorrebbero ripristinare il crocifisso dappertutto come segno di “appartenenza identitaria” ma non sentono il bisogno di tenerne uno in casa propria; a quanti lottano “per la sacralità della vita” (e a mio avviso fanno benissimo) ma non s’indignano poi se nel mondo ci sono paesi nei quali – a partire da certi States della Superpotenza – chi non ha i mezzi economici per pagarsi le cure viene lasciato morire, e chiamano tutto ciò “libertà”. Tale filocristianesimo agnostico è, agli occhi di un credente, di gran lunga peggiore di qualunque forma di ateismo. Come si vede, quindi, da Benedetto XVI non ci si dovrà aspettare un atteggiamento più “moderno” di quello di Giovanni Paolo II sulle questioni metafisiche o su quelle etiche. Ma quelle relative all’assetto del mondo, alla giustizia, allo sfruttamento, agli squilibri sociali, vedranno nell’attuale pontefice, come in quello passato, un difensore sicuro e inflessibile dei diritti dei più poveri, degli sfruttati, degli “ultimi”. Nessuna tra le grandi battaglie in corso in questi anni nel mondo si deve naturalmente trascurare, e in ciascuna di esse ciascuno di noi ha il diritto di scegliere il campo che gli spetta. Ma quella per la giustizia, e dunque per l’autentica pace, è essenziale e primaria. Su di essa, riguardo ad essa, tutte le donne e tutti gli uomini in buona fede e di buona volontà non possono esitare: chi decide di stare dall’altra parte, da quella del deserto “dello sfruttamento e della distruzione”, può sognar finché vuole nuove crociate e può dirsi finché vuole cristiano, ma non starà mai dalla stessa parte della Chiesa cattolica.
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