Le violenze continuano e non c’è
da sperare che si esauriranno né troppo presto né troppo
facilmente. Dopo il sacerdote italiano ucciso in Turchia, gli assalti
alle sedi diplomatiche e le bandiere bruciate dal Pakistan all’Indonesia
alla Libia al Libano, ecco le uccisioni in Nigeria. Ed ecco i roghi
delle chiese. L’offensiva musulmana, che è un po’
troppo semplicistico definir “fondamentalista”, sta provando
per l’ennesima volta una verità che noi altri occidentali
non vogliamo capire. Il punto è che noi sappiamo benissimo, dalla
nostra Europa o anche dagli Stati Uniti, la distanza che corre e le
articolazioni che intervengono quando si tratta di passare dalla sfera
politica a quella religiosa.
Il nostro Occidente è senza dubbio un’area del mondo
che ospita gran parte di quei due miliardi circa di cristiani che popolano
il pianeta. Tuttavia, esso non è più una “Cristianità”:
ciò significa che, pur essendo un mondo popolato da gente che
si dice e magari si sente cristiana, ma a un livello più o meno
alto e profondo di consapevolezza, tuttavia gli elementi istituzionali,
politici, sociali, e anche morali che sono alla base della nostra convivenza
non si riconoscono più nella fede cristiana. E’ vero che
cristiane sono ancora le nostre radici: ma si tratta, appunto, di fondamenti
che il processo storico si è incaricato di metabolizzare e di
modificare.
VERITA’ BANALE
Questa verità, che a chiunque di noi appare banale, non è
affatto colta nel mondo musulmano: dove, al contrario, è opinione
diffusa, e non solo negli ambienti fondamentalisti, che cristianesimo
e società occidentale siano un tutt’uno. Le malaugurate
vignette danesi di alcuni giorni fa non avevano certo un’origine
religiosa. Se avete la pazienza di navigare per qualche ora in linea,
scoprirete al riguardo un mondo, per certi versi esilarante e per altri
pericoloso, di supposizioni e di ipotesi dietologiche le quali con impressionante
sicurezza, e talvolta anche con un ricco dispiegamento di dati in apparenza
obiettivi, tendono a spiegare come dietro l’operazione delle caricature
del Profeta vi fosse, secondo i gusti, o la mano dei gruppi fondamentalisti
e terroristici islamici, oppure al contrario, la volontà di una
bieca congiura neoconservatrice americana volta a scatenare nel mondo
musulmano una violenza che giustificherebbe poi ulteriori attacchi,
magari militari, al mondo islamico da parte occidentale. Come sempre
succede, può darsi che qualche sparso elemento di realtà
esista persino dietro queste irresponsabili fantasticherie. Le leggende,
si sa, non nascono mai dal nulla. Questo non toglie tuttavia che leggende
restino: anzi, che spesso si tratti di malvagie storielle volte a pescarne
il torbido.
TRADUZIONE AUTOMATICA
La questione è tuttavia che il mondo musulmano oggi è
scosso da una violenza antioccidentale che si traduce automaticamente
in termini anticristiani. Dobbiamo accettare questo equivoco come parte
di un presente estremamente difficile da gestire: dobbiamo lavorare,
con fermezza e pacatezza, per spiegare che le cose non stanno così,
per far appello a quella parte del mondo musulmano (che esiste) la quale
sa benissimo che tra Occidente e Cristianesimo si è ormai consumato
un divorzio che non è totale, ma che è ben preciso e netto.
In altri termini, dietro le caricature del Profeta vi era senza dubbio
un sottinteso antimusulmano in linea generale, e non solo antiterrostico
come qualcuno ha cercato di farci credere: ma che le mani che hanno
tracciato quei disegni offensivi non erano assolutamente mosse da intenti
di polemica religiosa. Il mondo islamico stenta a comprendere e raccogliere
la logica “laica” che muove le nostre azioni: e ha molto
buon gioco qualunque mestatore il quale intenda dimostrare che quelle
azioni che gli provengono dalle nostre sponde, e che sono assolutamente
prive di un elemento offensivo di tipo religioso, hanno invece tale
origine.
DIFFICILE DA SPIEGARE
In altri termini, il difficile è spiegare ai musulmani di tutto
il mondo che la volontà sottostante alle vignette riguardanti
il Profeta non intendeva assolutamente entrare nel merito del valore
costituito dalla fede islamica; e che comunque tali vignette non avevano
alcun sottinteso di valutazione contrapposta del Cristianesimo rispetto
all’Islam. Chi le ha disegnate, molto probabilmente, si sente
estraneo a entrambi questi mondi, sia pure in modo e misura diverse.
LEGGEREZZA
Tuttociò non fa che aggravare, d’altronde, la posizione
su chi ha preso troppo alla leggera i primi segni di disagio e poi di
violenza che si manifestavano tra i musulmani quando il brutto pasticcio
delle caricature era cominciato. E’ evidente che l’ex ministro
Calderoni non avesse alcuna intenzione, come egli ha dichiarato, di
recar offesa all’Islam nel suo complesso: ma è non meno
evidente che in questa situazione, in questo momento mondiale, un uomo
su cui gravavano per giunta responsabilità di governo avrebbe
dovuto avere la moderazione e il buon gusto necessari a sconsigliargli
un atto che resta in ogni modo un’imperdonabile leggerezza e che
comunque è finito con l’andare obiettivamente ad accrescere
il pool delle violenze che erano già in atto.
IL RESPONSABILE
Calderoni è personalmente, purtroppo, responsabile in larga misura
di quel che è accaduto in Libia, e non solo là. Questo
non significa che si debba soltanto star a guardare. Hanno ragione gli
osservatori i quali lamentano una inadeguata reazione da parte dei governi
occidentali. E’ evidente che nessuno stato, né da questa
né dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, può
presentarsi come il tutore delle Chiese cristiane storiche: è
però non meno evidente che la violenza anticristiana è
in realtà una maschera che copre una precisa e dura volontà
di colpire l’Occidente nel suo complesso.
PESO POLITICO
A questo punto, è evidente che il nostro peso politico deve essere
fatto sentire con la massima energia e con la massima energia e con
la massima decisione a tutti i governi musulmani, soprattutto a quelli
che ci sono più vicini e amici. E’ evidente, in altri termini,
che noi, pur restando laici nelle nostre espressioni politiche, non
possiamo astrarre dal fatto che tra la nostra cultura e la fede corre
un obiettivo legame. Un po’ come la faccenda del crocefisso nei
pubblici uffici: è evidente che esso non rappresenta la sudditanza
dello Stato o della società a nessuna Chiesa storica; ma è
non meno evidente che quel simbolo incarna la sintesi della nostra storia,
dei valori in cui crediamo, e del tipo di civiltà che abbiamo
finora rappresentato e che intendiamo difendere. Male è stata
la malaugurata offesa di Maometto; peggio ancora sarebbe subire le violenze
anticristiane che si stanno scatenando in tutto il mondo musulmano nascondendosi
dietro l’alibi che ciò non ci riguarda in quanto, credenti
o no che siamo, la nostra qualità principale è quella
di essere laici. In una circostanza come questa le responsabilità
storiche, ivi comprese quelle identitarie, debbono essere assunte con
la massima consapevolezza. Questo è quel che la società
civile di tutti i Paesi occidentali chiede ai suoi governanti: chiarezza
sulle distanze da prendere a proposito delle offese portate all’immagine
del Profeta, e al tempo stesso energia nel pretendere un corrispettivo
in termini di reciproco rispetto. Le azioni da intraprendere sono urgenti
ed è impossibile far fi
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