Franco Cardini
E’ solo l’inizio (forse) ma il dialogo continui
 
da Resto del Carlino 21 febbraio 2006

Le violenze continuano e non c’è da sperare che si esauriranno né troppo presto né troppo facilmente. Dopo il sacerdote italiano ucciso in Turchia, gli assalti alle sedi diplomatiche e le bandiere bruciate dal Pakistan all’Indonesia alla Libia al Libano, ecco le uccisioni in Nigeria. Ed ecco i roghi delle chiese. L’offensiva musulmana, che è un po’ troppo semplicistico definir “fondamentalista”, sta provando per l’ennesima volta una verità che noi altri occidentali non vogliamo capire. Il punto è che noi sappiamo benissimo, dalla nostra Europa o anche dagli Stati Uniti, la distanza che corre e le articolazioni che intervengono quando si tratta di passare dalla sfera politica a quella religiosa.

Il nostro Occidente è senza dubbio un’area del mondo che ospita gran parte di quei due miliardi circa di cristiani che popolano il pianeta. Tuttavia, esso non è più una “Cristianità”: ciò significa che, pur essendo un mondo popolato da gente che si dice e magari si sente cristiana, ma a un livello più o meno alto e profondo di consapevolezza, tuttavia gli elementi istituzionali, politici, sociali, e anche morali che sono alla base della nostra convivenza non si riconoscono più nella fede cristiana. E’ vero che cristiane sono ancora le nostre radici: ma si tratta, appunto, di fondamenti che il processo storico si è incaricato di metabolizzare e di modificare.

VERITA’ BANALE
Questa verità, che a chiunque di noi appare banale, non è affatto colta nel mondo musulmano: dove, al contrario, è opinione diffusa, e non solo negli ambienti fondamentalisti, che cristianesimo e società occidentale siano un tutt’uno. Le malaugurate vignette danesi di alcuni giorni fa non avevano certo un’origine religiosa. Se avete la pazienza di navigare per qualche ora in linea, scoprirete al riguardo un mondo, per certi versi esilarante e per altri pericoloso, di supposizioni e di ipotesi dietologiche le quali con impressionante sicurezza, e talvolta anche con un ricco dispiegamento di dati in apparenza obiettivi, tendono a spiegare come dietro l’operazione delle caricature del Profeta vi fosse, secondo i gusti, o la mano dei gruppi fondamentalisti e terroristici islamici, oppure al contrario, la volontà di una bieca congiura neoconservatrice americana volta a scatenare nel mondo musulmano una violenza che giustificherebbe poi ulteriori attacchi, magari militari, al mondo islamico da parte occidentale. Come sempre succede, può darsi che qualche sparso elemento di realtà esista persino dietro queste irresponsabili fantasticherie. Le leggende, si sa, non nascono mai dal nulla. Questo non toglie tuttavia che leggende restino: anzi, che spesso si tratti di malvagie storielle volte a pescarne il torbido.

TRADUZIONE AUTOMATICA
La questione è tuttavia che il mondo musulmano oggi è scosso da una violenza antioccidentale che si traduce automaticamente in termini anticristiani. Dobbiamo accettare questo equivoco come parte di un presente estremamente difficile da gestire: dobbiamo lavorare, con fermezza e pacatezza, per spiegare che le cose non stanno così, per far appello a quella parte del mondo musulmano (che esiste) la quale sa benissimo che tra Occidente e Cristianesimo si è ormai consumato un divorzio che non è totale, ma che è ben preciso e netto. In altri termini, dietro le caricature del Profeta vi era senza dubbio un sottinteso antimusulmano in linea generale, e non solo antiterrostico come qualcuno ha cercato di farci credere: ma che le mani che hanno tracciato quei disegni offensivi non erano assolutamente mosse da intenti di polemica religiosa. Il mondo islamico stenta a comprendere e raccogliere la logica “laica” che muove le nostre azioni: e ha molto buon gioco qualunque mestatore il quale intenda dimostrare che quelle azioni che gli provengono dalle nostre sponde, e che sono assolutamente prive di un elemento offensivo di tipo religioso, hanno invece tale origine.

DIFFICILE DA SPIEGARE
In altri termini, il difficile è spiegare ai musulmani di tutto il mondo che la volontà sottostante alle vignette riguardanti il Profeta non intendeva assolutamente entrare nel merito del valore costituito dalla fede islamica; e che comunque tali vignette non avevano alcun sottinteso di valutazione contrapposta del Cristianesimo rispetto all’Islam. Chi le ha disegnate, molto probabilmente, si sente estraneo a entrambi questi mondi, sia pure in modo e misura diverse.

LEGGEREZZA
Tuttociò non fa che aggravare, d’altronde, la posizione su chi ha preso troppo alla leggera i primi segni di disagio e poi di violenza che si manifestavano tra i musulmani quando il brutto pasticcio delle caricature era cominciato. E’ evidente che l’ex ministro Calderoni non avesse alcuna intenzione, come egli ha dichiarato, di recar offesa all’Islam nel suo complesso: ma è non meno evidente che in questa situazione, in questo momento mondiale, un uomo su cui gravavano per giunta responsabilità di governo avrebbe dovuto avere la moderazione e il buon gusto necessari a sconsigliargli un atto che resta in ogni modo un’imperdonabile leggerezza e che comunque è finito con l’andare obiettivamente ad accrescere il pool delle violenze che erano già in atto.

IL RESPONSABILE
Calderoni è personalmente, purtroppo, responsabile in larga misura di quel che è accaduto in Libia, e non solo là. Questo non significa che si debba soltanto star a guardare. Hanno ragione gli osservatori i quali lamentano una inadeguata reazione da parte dei governi occidentali. E’ evidente che nessuno stato, né da questa né dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, può presentarsi come il tutore delle Chiese cristiane storiche: è però non meno evidente che la violenza anticristiana è in realtà una maschera che copre una precisa e dura volontà di colpire l’Occidente nel suo complesso.

PESO POLITICO
A questo punto, è evidente che il nostro peso politico deve essere fatto sentire con la massima energia e con la massima energia e con la massima decisione a tutti i governi musulmani, soprattutto a quelli che ci sono più vicini e amici. E’ evidente, in altri termini, che noi, pur restando laici nelle nostre espressioni politiche, non possiamo astrarre dal fatto che tra la nostra cultura e la fede corre un obiettivo legame. Un po’ come la faccenda del crocefisso nei pubblici uffici: è evidente che esso non rappresenta la sudditanza dello Stato o della società a nessuna Chiesa storica; ma è non meno evidente che quel simbolo incarna la sintesi della nostra storia, dei valori in cui crediamo, e del tipo di civiltà che abbiamo finora rappresentato e che intendiamo difendere. Male è stata la malaugurata offesa di Maometto; peggio ancora sarebbe subire le violenze anticristiane che si stanno scatenando in tutto il mondo musulmano nascondendosi dietro l’alibi che ciò non ci riguarda in quanto, credenti o no che siamo, la nostra qualità principale è quella di essere laici. In una circostanza come questa le responsabilità storiche, ivi comprese quelle identitarie, debbono essere assunte con la massima consapevolezza. Questo è quel che la società civile di tutti i Paesi occidentali chiede ai suoi governanti: chiarezza sulle distanze da prendere a proposito delle offese portate all’immagine del Profeta, e al tempo stesso energia nel pretendere un corrispettivo in termini di reciproco rispetto. Le azioni da intraprendere sono urgenti ed è impossibile far fi



 


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