intervista a Franco Cardini
DEMOCRAZIA E POSTDEMOCRAZIA
(“Rocca”, 15 novembre 2002)
 
 

Il fatto è che i nostri parametri di libertà-non libertà sono rimasti fermi o quasi al vecchio conflitto tra libertà demoliberale e demoparlamentare e totalitarismo nazista o comunista. Abbiamo ancora difficoltà ad individuare i tratti del totalitarismo liberistico espressione del quale sono «pensiero unico» o political correctness. Questa la differenza tra postdemocrazia e non democrazia, tutto sommato....


Ciò che fa la democrazia non è la forma dello stato, ma la partecipazione del popolo allo stato» (Arthur Moeller van den Bruck).

«La libertà non è star sopra un albero - e nemmeno avere un'opinione - Libertà non è sentirsi liberi - Libertà è partecipazione» (Giorgio Gaber).


La complessità della politica, il trasferimento in sedi transnazionali di importanti funzioni, l’inafferrabilità dei centri di potere reali allontanano progressivamente il cittadino dalla partecipazione politica.

Correlativamente, l'inquinamento burocratico-affaristico si diffonde nei soggetti politici istituzionali locali, parlamenti nazionali, regioni, ecc. Che cosa ne sarà (che ne è) della democrazia fin qui realizzata, e sperata? Nell'introduzione a La paura e l'arroganza, uscito quest’estate da Laterza, per cercare di capire, come lei scrive, al di là dei luoghi comuni gli eventi montanti dopo l'11 settembre, lei parla di inquietanti «post-democrazie»: come si configurano; che cosa le differenziano dalle non-democrazie?

La democrazia è ormai oggetto di critiche di ogni provenienza. Non è un caso se in Italia, in soli pochi mesi ne hanno scritto in modo piuttosto severo, da sponde che potrebbero definirsi «opposte» (ma non so quanto effettivamente lo siano, pur mantenendosi lontano fra loro) un cattolico liberalconservatore come Domenico Fisichella e un marxista leninista come Luciano Canfora, entrambi seri e autorevoli studiosi. Ma vorrei soprattutto richiamare l'attenzione sull'ultimo libro di un sociologo intelligente, Sabino Acquaviva, La democrazia impossibile. Monocrazia e globalizzazione della società (Marsilio 2002), il quale fra l'altro sostiene che «l'involucro vuoto della democrazia continua e continuerà ad esistere. La democrazia muore ma gli individui restano liberi perché muore la libertà come fatto sociale ma non come evento individuale».

Personalmente, sono meno ottimista di Acquaviva: la libertà sta morendo anche come fatto individuale, circondata, condizionata e svuotata dal di dentro dai mass media, dalle sollecitazioni esterne, dalla pubblicità, dall'imposizione di «mode» che diventano costumi, dallo smarrirsi generale del senso della tradizione, dello stato e del limite. Solo che si tratta di un'eutanasia. Il cittadino occidentale ridotto a consumatore abdica alla sua libertà: ma, dal momento che non vi sono né partito unico, né polizia politica, né apparato propagandistico-repressivo a condizionarlo, si sente libero. Il fatto è che i nostri parametri di libertà-non libertà sono rimasti fermi o quasi al vecchio conflitto tra libertà demoliberale e demoparlamentare e totalitarismo nazista o comunista. Abbiamo ancora difficoltà ad individuare i tratti del totalitarismo liberistico espressione del quale sono «pensiero unico» o political correctness. Questa la differenza tra postdemocrazia e non democrazia, tutto sommato.

Premesso che la parola «democrazia» di per sé non significa nulla e va aggettivata («parlamentare», «liberale», «plebiscitaria e/o totalitaria» - ci sono anche quelle ... -, «popolare»), se assumiamo come riferimento di base del sistema democratico il criterio maggioritario (in opposizione ad esempio a quello centralistico) il carattere effettivo di una democrazia si può misurare soltanto analizzando la costruzione del consenso, vale a dire come si articola e si struttura la decisione individuale, e se essa è davvero libera e criticamente sorvegliata. Una democrazia di cittadini condizionati non è una democrazia.

Nella postdemocrazia esiste il voto di scambio, le decisioni effettive vengono prese sempre più da enti e organi sottratti al controllo dell'elettorato attivo e si verificano situazioni come quella statunitense, dove il presidente federale può essere eletto da meno della metà del corpo elettorale degli aventi diritto in quanto l'altra metà non è interessata o è impossibilitata (da un sapiente meccanismo di esclusione punitiva) a esercitare il diritto di voto.

In effetti, nella cultura corrente vengono a mancare i presupposti della democrazia: il valore della pari dignità dei cittadini e degli uomini, di una reale uguaglianza per tutti, del progredire insieme: sostituiti da una folle corsa alla disuguaglianza, all'avere per sé, al potere per il potere, all'individualismo spinto (generatore di conformismo anziché di libertà). Certo, la democrazia è sempre in crisi, perché si affida alle mani di tutti e di ciascuno, e dipende dai valori - o dai disvalori - che ci mettiamo dentro. Lei cita una bella frase di Terzani: «È il momento di uscire allo scoperto, è il momento d'impegnarsi nei valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale più che con nuove armi». Verissimo. Ma siamo capaci di questo? non siamo un po' tutti anche i figli del nostro tempo?

La democrazia moderna è senza dubbio fondata sul trinomio libertà-uguaglianza-fratellanza, ma si tratta di una fondazione imperfetta. La democrazia occidentale, in realtà, non riposa solo sui presupposti della rivoluzione francese, ma anche su quelli (che per molti versi potremmo definire liberalconservatori) di quelle precedenti, la parlamentare inglese e l'indipendentista americana. Questa schizofrenia di fondo accentua il carattere contraddittorio del trinomio rivoluzionario francese: a parte la fratellanza, difficilissima a imporsi nella realtà (ed è possibile concepirla sul serio concretamente in termini universali?), la libertà e l'uguaglianza sono concettualmente opposti. Si tratta di valori che vanno di continuo confrontati e l'equilibrio dei quali ha costituito appunto, per due secoli, l'essenza della vita politica e della lotta politico-sociale. Tiziano Terzani richiama a una necessità inderogabile in tempi di post-liberaldemocrazia: bisogna imparare a delegare sempre meno, a riassumersi quanto più sia possibile doveri e responsabilità in modo diretto. Oggi, il punto è la partecipazione: che non può ridursi al solo momento elettorale, pena lo svuotamento definitivo della democrazia e il passaggio alla postdemocrazia che si risolve in un sistema mondiale di tipo oligarchico e nella sparizione progressiva degli organi di governo anche sovranazionali, sempre più egemonizzati da gruppi di potere incontrollabili come le multinazionali. Rinvio per questo ad A. de Benoist La democrazia: il problema (Arnaud 1986) e a M. Gauchet, La démocratie contre elle-même (Gallimard 2002).

La democrazia è spirito democratico, è tensione morale: il più fragile e vulnerabile dei sistemi. Il caso italiano è singolare nella sua plateale involuzione, con una concentrazione di potere scandalosa quanto umiliante nelle mani di una sola persona, con gli attacchi continui e serrati ai cardini della democrazia e ai poteri dello stato. Come spiegare questa clamorosa sconfitta della liberaldemocrazia nel nostro Paese, questa rottura nella continuità dei valori democratici acquisiti dalla costituzione repubblicana dopo anni tragici che sembravano ormai consolidati nella coscienza civile?

Non vedo in termini così drammatici l'evoluzione della situazione italiana: essa è coerente con un trend occidentale ben collaudato, anche se non ancor evidente in tutte le sue caratteristiche. Gli «attacchi continui e serrati ai cardini della democrazia e ai poteri dello stato» sono quelli tipici, appunto, del passaggio un po' di tutto l'Occidente dalla democrazia liberalparlamentare (che gli occidentali, ingenuamente o perfidamente, vorrebbero imporre quanto meno nelle sue forme a tutto il resto del mondo) alla postdemocrazia dominata dai gruppi di pressione e di potere finanziari, economici, tecnologici che tendono ad appropriarsi dei poteri pubblici e a controllarli senza assumersi responsabilità degli eventuali fallimenti. Per ora, in apparenza, solo la superpotenza statunitense rimane quale modello di «superstato forte», che può addirittura irridere alle istituzioni democratiche sovranazionali (molto imperfette, d'accordo) calpestando le risoluzioni dell'Onu e disattendendo le decisioni della Corte Internazionale. Ma in realtà, come dimostra il governo dei petrolieri Bush-Cheney-Rice, anche al vertice degli Usa è in corso il processo di «allodializzazione» dei pubblici poteri, invasi ed egemonizzati dalle corporations. Dinanzi a questo gravissimo problema, per ora inarrestabile e irreversibile ma non indisincantabile né indenunziabile), gli abusi del governo Berlusconi diventano ridicoli.

Ancora più del danno alle istituzioni democratiche, pesa il danno morale che si arreca alle coscienze. Col disorientamento, si sente crescere intorno un senso di cinismo, di sfida estrema, di violenza gratuita contro gli altri e contro sé stessi. Cala vistosamente il senso della legalità, male endemico della società italiana. E cala proprio quando, a partire dalle grandi stragi di mafia, un soprassalto di orgoglio, un rinnovato senso civico si veniva affermando. Il messaggio che ora si coglie è la riconferma che conta la forza e non il diritto; che le leggi sono per i deboli e non per i forti, i quali se non gli vanno bene se le fanno su misura. E le ricadute, si sa, aggravano la malattia.

Il punto è - in Italia, ma credo in tutta la cosiddetta società occidentale (il che significa nelle élites politiche ed economico-tecnocratiche del mondo intero, profondamente «occidentalizzate» anche quando i popoli ch'esse controllano non lo sanno) - i governi non sono per nulla peggiori delle società civili che essi rappresentano. Anzi, comincio a credere sia vero il contrario. Il governo e la maggioranza parlamentare italiana rispecchiano fedelmente (con molte eccezioni personali, questo va da sé) una società che ha quasi del tutto perduto identità - salvo i tentativi strumentali di riassumerla prendendosela con gli immigrati extracomunitari o con il presunto «pericolo musulmano» -, che sta dimenticando tutte le sue radici e le sue tradizioni, che ha fatto proprio il principio del primato dell'economia su tutto il resto, che ritiene che tutto sia mercificabile e monetizzabile, che vive immersa nei miti massmediali della bellezza, della ricchezza, del successo, della ricerca della felicità. Una società in realtà profondamente angosciata dalla pervasibilità del sentimento immanente e inconfessato della morte, che ha smarrito sotto ogni riguardo la «cultura del limite», che ha rinunziato a educare i figli e cerca di evitare anche di averne e di allevarne. Una società di gente che blatera di continuo di pace e che poi accetta di fatto quasi supinamente la «guerra infinita» loro imposta dalla superpotenza statunitense e dalle multinazionali; che blatera di continuo di ambiente e di ecologismo e che poi non riesce a mantenere decentemente bassi i suoi consumi e nemmeno a usare correttamente gli strumenti d'igiene ambientale messi a sua diretta disposizione; una società che blatera di solidarietà e di principio di sussidiarietà e che poi è fatta di gente che, se investe qualcuno per strada, lo lascia agonizzante per terra pur di non aver seccature. È la gente che va riconquistata alla civiltà, non le istituzioni, quelle verranno dopo, di conseguenza. Per questo le uniche vere speranze, oggi, vanno riposte nel volontariato, nelle organizzazioni non governative, in chi resiste all'avanzata del materialismo neoliberista nella vita concreta di ogni giorno.

Paradossalmente, ci ritroviamo oggi a rimpiangere la guerra fredda e il suo equilibrio del terrore, che ci avevano garantito comunque da un confitto mondiale nucleare. Allo stesso tempo, l'esistenza del polo sovietico serviva a strutturare in qualche modo i poveri e gli emarginati della terra che potevano credere di trovare in esso rappresentanza.

L’unica superpotenza ora, col suo urlo di guerra, non si fa carico né dell'uno né dell'altro problema: esponendo il mondo alla catastrofe nucleare e abbandonando i disperati ai vari Bin Laden e al terrorismo suicida. Tutto questo è sconcertante e incomprensibile. Può essere spiegata tale manifesta insensatezza? Lei scrive un concetto che vogliamo qui riportare: «Ci è parso che il far vendetta e chiamarla giustizia, il far deserto e chiamarlo pace, il far duramente i propri interessi e chiamarli libertà siano altrettante mistificazioni dalle quali dobbiamo liberarci se vogliamo capire il mondo qual esso è ... ».

Per questo ritengo sia importante, oggi, puntare sull'Europa e sull'unità effettiva europea: un'Europa che non sia più subalterna e funzionale al disegno imperialista statunitense, ma che sappia diventare - ora che è già un gigante economico, finanziario e tecnologico - un interlocutore forte anche dal punto di vista politico, diplomatico e militare (per questo la subalternità rispetto alla Nato è un problema che gli europei debbono al più presto risolvere). Un'Europa libera e unita che sappia contenere lo strapotere statunitense ed entrare in rapporto dialettico con esso magari in una funzione complementare rispetto ad esso (non sogno, quindi, una conflittualità, bensì un riequilibrio nell'amicizia e nella collaborazione) e nella quale il nucleo forte della democrazia, che sta nella partecipazione dei cittadini alle decisioni dei loro governi e al loro controllo costante su di essi, venga salvaguardato. Per questo il vero nemico non sono certo gli Stati Uniti, un grande paese che senza dubbio deve affrontare enormi problemi e che è affetto da molte malattie sociali e culturali, ma che dispone anche di straordinarie risorse anche morali. Il nemico è la spersonalizzazione dei meccanismi decisionali e il progresso, nell'animo di tutti e di ciascuno, di una visione della vita ispirata all'economicismo da un lato, all'egoismo individuale delle élites e al livellamento consumistico nonché alla proletarizzazione e all'omologazione culturale delle masse dall'altro.




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