Franco Cardini
Il revival fatale. L’Austria degli Asburgo
 
tratto da: Il Sabato, 19.3.1988, n. 12, p. 22-23.
È tempo di grandi rivisitazioni storiche. E di polemiche. Ecco l'ultimo caso. Cosa c'è da salvare della Felix Austria?


Come tutti i miti, anche quello degli Asburgo ha subito le sue mistificazioni ideologiche. Da Radetzky a Francesco Giuseppe. Ma era proprio tutto da buttare? No, non ci si può dimenticare di come quello Stato avesse rispetto per la società. E del suo sovranazionalismo. Finito quello finì l'Europa.

Ormai ci stiamo accapigliando nel nome della storia e a causa della storia. Tutto sommato, non è un gran male: anzi. Conviene continuare del resto mi sembra di gran lunga più civile che non accapigliarci per due squadre di calcio o per quella specie di succedaneo del tifo calcistico che, in Italia, troppo spesso sembra la politica: quella almeno, voglio dire, delle simpatie e delle scelte di campo, alle quali presiedono sovente motivi che poco hanno a che fare con la razionalità.

Personalmente, sono abbastanza anziano per ricordare i tempi beati nei quali i ragazzi delle elementari restavano fino alla quinta col dubbio che i bambini nascessero veramente sotto i cavoli, e a scuola si appassionavano per gli eroi dei libri di testo. Ancora alle medie, era obbligatorio dividersi in «greci e in troiani», in «romani e in Cartaginesi». Sono venuti poi gli anni dell'iperinformazione e del disincanto, che hanno portato i giovani a scontrarsi su barricate non meno immaginarie, ma spesso in compenso anche meno nobili.

Ora sembra che si torni alla storia: per litigare. Il caso più clamoroso e compromettente di litigio resta beninteso sempre quello sul cosiddetto «revisionismo» della storia dell'ultimo mezzo secolo, in particolare del fascismo e soprattutto del nazismo. Si trova però anche il tempo di scontrarsi duramente sul rapporto fra cristiani e pagani nella tarda antichità, e già ormai si affilano le armi per sostenere la battaglia del bicentenario dell'ottantanove, che sarà dura e che probabilmente si combatterà con particolare asprezza all'interno del mondo cattolico.

Ma chissà che il futuro non riservi, a noi italiani, un ancor più drammatico scontro storico. Esso si è già profilato, qua e là, negli anni e nei mesi scorsi: qualche uomo politico in vena di sanguigni demagogismi ha rievocato la passione dei nostri trisnonni —e soprattutto delle nostre trisnonne— per Giuseppe Garibaldi; qualche signora dell'alta società impegnata in politica ha dichiarato di preferire Cavour a Mazzini, e qualche statista e studioso noto per l'onnipresenza e l'onniscrivenza si è risentito; ogni tanto, poi, spuntano —e si fanno sempre più frequenti- i malintenzionati i quali dichiarano che forse il malgoverno pontificio non era poi granché malgoverno, e che magari nemmeno i Borboni erano così infami come ci facevano credere le varie Maestrine dalla Penna Rossa. Per non parlar poi del governo asburgo-lorenese nel Lombardo-Veneto e in Toscana, notoriamente onesto, corretto e moderato: e che trova estimatori tanto cattolici quanto laici, tanto di destra quanto di sinistra. Da una parte se ne rimpiange l'austera moralità tradizionale, dall'altra se ne esalta il senso dello Stato e il suo rigoroso sentire laico in materia istituzionale, da una parte se ne sottolineano i fattori di equilibrio e di stabilità in quello che all'indomani del Congresso di Vienna si chiamava il «concerto delle nazioni», dall'altra se ne ricorda l'inflessibile garantismo con gli stessi avversari politici interni. Carcere duro, magari, sì: ma arbitrariamente comminato, mai.

Da molto tempo la «Felix Austria» di Maria Teresa e il governo illuminato di Leopoldo e di Giuseppe II erano largamente celebrati dagli storici, magari in opposizione o comunque in alternativa al sonnolento «Anciém regime» degli ultimi Borboni di Francia, alla sanguinante immagine della tirannide giacobina e alla folle cavalcata guerriera di Napoleone. Ma negli ultimi anni si è andati davvero oltre: fino a prospettare, magari un pò alla chetichella e quasi per caso, una sorta di revisione della storia europea dal Congresso di Vienna in poi; il che ha implicato necessariamente una revisione dello stesso Risorgimento, e soprattutto un esame di coscienza approfondito, e non facile, sulle radici dello stesso nazionalismo che ha inquinato la vita europea dell'ultima parte dell'Ottocento e della prima metà del Novecento provocando (causa determinante, anche se non unica) il collasso del continente e la «finis Europae», il tramonto della sua egemonia a livello mondiale.

Tutto ciò, in Italia, ha per forza di cose costretto a mettere da parte una talora dolciastra, talora tambureggiante retorica risorgimentale; ci si è dovuti per forza interrogare sulla «resistibile ascesa» del movimento indipendentistico-nazional-unitario e, sgombrato il campo dagli equivoci deterministici che lo volevano naturale e necessaria conclusione di un secolare processo storico, scoprirne le forze e gli interessi interagenti. La coerente e compatta maschera della nazione animata da una corale volontà unitaria è caduta, sono emerse in primo piano le contraddizioni, le violenze le ipocrisie; è apparso chiaro che l'evoluzione degli eventi fra 1848 e 1870 in Italia non rappresentò affatto una necessaria e sacrosanta realizzazione di un anelito popolare, bensì l'esito del disegno politico di un’élite spregiudicata e non sempre lungimirante, che non fece maturare ma semmai, al contrario, troppo spesso interruppe processi storici che avevano una loro logica interna. Rifiutandosi di cedere oltre al ricatto dell'a priori secondo il quale la storia non si fa con i «se» e i «ma», ci si è chiesti come sarebbero potute andare le cose se da noi avesse trionfato non il modello unitario cavouriano-garibaldino con la sua sempre repressa e sempre risorgente anima etica mazziniana, bensì quello federalistico di un Carlo Cattaneo che non si era mai sognato di pretendere l'uscita del Lombardo-Veneto dalla compagine imperiale asburgica e che, dopo il '60, si rifiutò sempre di abbandonare il suo esilio svizzero per non essere costretto a giurar fedeltà allo Statuto piemontese. E, respingendo l'altro ricatto, quello dell'orologio della storia, ci si è domandati se davvero unica aspirazione della compagine imperiale asburgica e poi austroungarica fosse quella di fermare il tempo, o se non sia vero piuttosto che l'orologio della storia non esiste, e che se esiste non è detto che giri come in certi momenti può sembrare. Gli ultimi studi —e citiamo fra tanti i nomi di Wandruszka, di Herre, dello stesso nostro Valiani— hanno riconosciuto sostanzialmente appieno il ruolo della missione secolare dell'impero asburgico nei confronti della Mitteleuropa e del mondo balcanico-danubiano: il ruolo d'antemurale dell'Occidente dinanzi al colosso ottomano, di mediazione continua tra forme diverse di vita e di cultura, di sperimentazione cauta e concreta di convivenza tra popoli e nazioni differenti.

Certo, non si trattò di un esperimento perfettamente riuscito: ogni idealizzazione in merito sarebbe fuori luogo.

Certo è che lo scotto dell'insensato abbattimento della compagine austroungarica l'abbiamo pagato tutti, noialtri europei. Pensiamo al brigantaggio di Versailles, che scavò un fossato di odio tra vincitori e vinti: Hitler e il genocidio sono nati lì, in quella pace ingiusta, non nelle fumose birrerie di Monaco. Pensiamo alla Seconda guerra mondiale, prosecuzione della Prima. Pensiamo, ancora oggi, al corpo della Germania e dell'Europa tutta, entrambe divise in due, entrambe martirizzate da una ferita che sembra essersi ormai cambiata in permanente mutilazione.

Ma una volta scoperto che il re è nudo, è difficile arrestarsi. Una volta scoperto che anche l'Italia delle Radiose Giornate e dello Stellone Tricolore era in realtà l'esito di una serie di mistificazioni ideologiche e di arroganti colpi di mano, è difficile continuare a tollerare la sfoglia di retorica che ancora avvolge il Risorgimento e perfino la Prima guerra mondiale (nonostante le ragioni del fronte cosiddetto «neutralista» —un fronte composito, al pari del resto di quello interventista— siano state ampiamente rivendicate dalla critica storica). Ed è un pò buffo continuare a trattar da fucilatore il feldmaresciallo Radetzky che tale fra l'altro non fu per nulla, e dinanzi al quale ci fa davvero una pessima figura l'eroe Gerolamo Bixio detto Nino, lui sì fucilatore di contadini siciliani (ma si riscattava nobilmente, scrivendo alla moglie che si trattava di una «missione maledetta»: un pentito anche lui?) nonché mercante di schiavi in Estremo Oriente.

È ridicolo continuar a trattare da impiccatore Francesco Giuseppe (così lo definiscono ancora troppe lapidi gonfie di un'infame e bolsa retorica sui muri delle nostre città), che firmava le condanne a morte col contagocce, mentre sappiamo bene con quanta scostante durezza i nostri vari re («galantuomini», «buoni» e «soldati») mandassero i loro sudditi al macello, nonostante la civile rinunzia dell'Italia alla pena capitale. Gli italiani hanno eretto monumenti a Guglielmo Oberdan: ma conoscono davvero la situazione dell'Europa degli anni Ottanta dell'Ottocento in rapporto al terrorismo politico, loro che non molti anni fa, e non in pochi, hanno chiesto il ripristino della pena di morte contro il terrorismo politico di allora?

Naturalmente, un conto è riconoscere il ruolo della monarchia asburgica e la proba onestà del suo governo, l'obiettiva lungimiranza del suo esperimento sovranazionale e la moderazione e l'equità con la quale essa riusciva a trattare i propri sudditi in un tempo nel quale governi in teoria anche più «aperti» andavano in realtà spesso per le spicce e un conto è darsi a un'indiscriminata venerazione nostalgica per tutto quel che sappia di antico ordine imperiale. D'altronde, il fatto è che una grande realtà sociopolitica seppe produrre e consentire che crescesse anche una grande cultura e una buona, in certi ambienti ottima qualità della vita: più tardi occultata perché degli Asburgo non si doveva dire che male. Dal '63 il grande libro di Claudio Magris sul mito degli Asburgo nella letteratura austriaca moderna ci ha aperto porte nuove, facendoci conoscere un mondo intellettuale di straordinaria finezza che prima di allora era noto soltanto agli specialisti. È vero che Magris è sovente tornato sull'argomento, ribadendo che la moda del revival imperiale non è colpa sua, e che non è certo a causa dei suoi studi se oggi la gente affolla i festival dedicati a Francesco Giuseppe in Alto Adige (Sudtirolo) o scende a Vienna nella cripta dei Cappuccini, memore anche del bel libro di Joseph Roth, per lasciare un fiore ai piedi del sepolcro dell'imperatrice Elisabetta, la sfortunata Sissi. Ma è anche vero che lo stesso Magris è di recente tornato (e sia ringraziato il cielo per questo) sulla scena del suo «delitto» regalandoci lo splendido «Danubio», senza possibile dubbio uno dei più bei libri scritti negli ultimi anni, dove fra l'altro si rende giustizia al genio storico del grande Heinrich von Srbik, che scorgeva nella monarchia asburgica una sintesi di idea universale, idea imperiale e idea mitteleuropea, che non era «né nazionalista né razzista» e che credeva nella «pacifica convivenza del popolo tedesco con gli altri popoli nello spazio centroeuropeo». Certo, anche questo grande europeo finì nazionalsocialista: vittima egli stesso del delirio che aveva colpito l'intero continente, dei demoni scatenati dalla follia omicida e fratricida del nazionalismo questo mostriciattolo figlio (degenere?) del giacobinismo e del romanticismo deteriore.

Dietro Magris, e comunque almeno cronologicamente dopo Magris, sono accadute varie cose: complici soprattutto l'editrice Adelphi e intellettuali fini, inquieti (e, vivaddio, liberi?). Si sono riscoperti o scoperti tour court, anche da noi, Musil, Wittgenstein, Hofmannstah, Klimt e la «secessione viennese». Lo «Jugendstil» è tornato di gran moda; il culto di Mozart ha raggiunto negli ultimi anni vette incontrastate; e magari, con tutto questo si è preso a gustare anche un pò di dolce, affascinante, piacevole paccottiglia: i valzer, la «Radetzky Marsch», l'operetta, la «Sachertorte»; e magari si è guardato alla politica, e si è scoperto che l'austrofascismo o l'austromarxismo erano realtà molto più autonome e interessanti di quanto non si fosse fino ad oggi creduto; o, ancora, si è partiti per il Salisburghese a caccia di biglietti per il festival mozartiano o perfino a caccia di ricordi del comandante von Trapp.

Era logico, ed è in fondo anche naturale, che un atteggiamento del genere, sconfinando nella moda e quindi nel conformismo (sia pure un conformismo «sui generis»), finisse con l'infastidire qualcuno. Del fastidio degli storici italiani si è fatto ad esempio portavoce Giorgio Rumi in un articolo sul «Corriere della sera» del 17 gennaio 1988, molto critico nei confronti della cosiddetta austromania e dove, fra l'altro, si ricorda che in fondo «noi eravamo dall'altra parte»; che bene o male l'Italia è nata come Paese unito contro Vienna; che, infine, Musil o Wittgenstein in uniforme dell'esercito austroungarico combattevano pur sempre «contro di noi» e può perfino essere un pò scandaloso che in Italia siano ricordati più di altri che, nella Prima guerra mondiale, indossavano invece la divisa italiana, come Gadda o Parri.

Sono a mia volta ben lungi dallo scandalizzarmi per toni come questi, che fino a qualche anno fa sarebbero stati quasi impensabili nel nostro Paese: stiamo uscendo appena ora fuori dal tunnel del tempo durante il quale qualsiasi cenno a una rivendicazione di coscienza nazionale veniva immediatamente bollato come «fascista». A me, del resto, piacciono i pareri controcorrente: e Rumi, rivendicando il Risorgimento e il contributo italiano alla Prima guerra mondiale, al giorno d'oggi si dimostra sostanzialmente controcorrente. Simpatizzo con lui per questo e rispetto il suo coraggio, anche se non condivido l'impostazione di quell’articolo.

Anche a me piacciono Mozart e la Sachertorte, Wittgenstein e Klimt: ma, se di «rimpianto» si deve parlare (e non è l'espressione esatta), non è per questo che rimpiango l'esperienza asburgica; che del resto —ben lo ricorda Magris— imboccò la strada «mitteleuropea» un pò per ripiego, soprattutto dopo la guerra austro-prussiana del 1866 (dove il nascente regno unito d’Italia fece una pessima figura) la leadership del mondo tedesco era passata irreversibilmente (ohimé) al regno di Prussia.

Quel che rimpiango è un'occasione perduta, sviluppando la quale oggi forse la patria europea sarebbe un sogno (il sogno di Eugenio di Savoia e di Carlo Cattaneo) meno arduo e lontano di quel che non sia. Rimpiango i tempi di frontiere più aperte; i tempi di culture più e meglio comunicanti; i tempi in cui non c'erano cortine di ferro né muri di Berlino e nei quali il sovrano di Schonnbrunn, che regnava pacatamente su Sigmund Freud, sul buon soldato Svejk e su Italo Svevo, poteva rivolgersi a quelli —ebrei compresi— che chiamava paternamente «i miei popoli», i tempi nei quali il «Kaiserlied» di Haydn (il nostro Serbidiola) si cantava nelle undici lingue dell'impero. Quanto lavoro, quante lacrime, quanto sangue occorreranno ancora, in questa civile e «libera» (si fa per dire…) Europa del XX secolo prima che si ripercorra per intero, coscientemente e pacificamente, questa strada già percorsa e poi perduta sulla via della costruzione di una coscienza nazionale europea? E quando lo avremo fatto, come potremo sottrarci alla ferma consapevolezza storica che quello fu il vero, solido, costruttivo Risorgimento continentale? Tanto è vero che nemmeno la «damnatio memoriae» e la successiva campagna di calunnie (e, all'avanguardia in tale campagna, non dimentichiamo che si posero fascismo italiano e nazismo tedesco) hanno potuto a distanza di molti decenni cancellarne il ricordo.

Mio nonno, povero contadino analfabeta del Valdarno, militante anarchico, vestì per forza il grigioverde e visse da semplice soldato la tragedia di Caporetto. Il suo ricordo —e il ricordo di tanta povera gente come lui, alla quale nell'emergenza del momento si era fatta addirittura balenare la promessa d'un pezzetto di terra che non possedevano né avrebbero posseduto mai: a parte quella del camposanto— m'impedisce di sentirmi solidale con gli altri, quelli —povera gente anche loro— che gli sparavano addosso. Ma d'altro canto non posso dimenticare la buona immagine paterna del mio Maestro, Ernesto Sestan, che faceva la sua guerra in «feldgrau» sul fronte rumeno, come «Kaiserjàger».

In armi «contro di noi», commenta Rumi. Ma mi chiedo chi siamo «noi adesso, alla fine del secondo millennio; mi chiedo se sia giusto considerare come propria patria sempre e soltanto quella nella quale si è nati; e mi chiedo infine se non erano «noi», italiani anch'essi i molti trentini, dalmati, istriani, giuliani che servivano fedelmente -magari controvoglia- il loro imperatore; e se la loro patria non era davvero (al di là di ogni logica «nazionale», ma secondo una logica non meno ragionevole e non meno degna, anzi!…) quella del vessillo giallo e nero, quella dove si cantava il «Serbidiola». E non è vergognoso, da parte della storiografia e dell'opinione pubblica ufficiali del nostro Paese, l'aver per tanto tempo finto che quegli italiani non esistessero e che le terre «irredente fossero popolate soltanto da un'élite di martiri coraggiosi e da una massa di insensibili e di pusillanimi? E non è bella —pur nella tragedia della guerra— la realtà di migliaia di tedeschi, ungheresi slavi, italiani uniti sotto le stesse bandiere, vestiti della medesima uniforme? Se realtà come queste fossero giunte pacificamente a maturazione non ci avrebbero forse risparmiato gli orrori successivi?

E poi, alla buon'ora: siccome io vengo considerato —a torto, mi pare— un «fondamentalista», lasciatemi ogni tanto parlare come se lo fossi davvero. In quanto fiorentino, appartengo alla schiera ormai imponente dei toscani che rimpiangono il loro granduca austriaco e i tempi nei quali Firenze era una delle prime città del Sacro Romano Impero anziché uno zimbello dell'Italietta, ridotta per poco a capitale da burla e urbanisticamente assassinata per farne una piccola Torino, che poi era una piccola Parigi.

In quanto cattolico, non posso dimenticare che nei confronti di Carlo, ultimo imperatore di casa Asburgo, è in corso un processo di beatificazione, anche se —per motivi nei quali non è detto non entrino convenienze e pudori di tipo politico— esso è fermo da tempo: un imperatore santo, mentre i nostri sovrani si gingillavano con i compassi e i grembiuli massonici. E allora si: il «feldgrau», non lo sento «dall'altra parte»; e Musil e Wittgenstein, in armi «contro di noi», me li sento più vicini di Gadda e di Parri. Sissignori: Serbidiola, Serbidiola, Serbidiola.

 




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