Franco Cardini
LA STORIA NON DIVIDE IN BUONI E CATTIVI -
 
In “Quotidiano nazionale” del 26 gennaio 2005, pp. 1-2

La sentenza della signora Forleo è uno specchio nero nel quale noi, con la nostra politica e la nostra storia, con le nostre categorie di giustizia e libertà, siamo per forza costretti a specchiarci. E non è facile, non è piacevole. In realtà, ci scopriamo prigionieri di un nodo di contraddizioni storiche e politiche recenti e meno recenti, che per molto (troppo?) tempo abbiamo cercato di eludere.

“Rabbia e incredulità”: una volta tanto, perfino il nostro Ministro degli Esteri, sempre così cauto e misurato, sembra perdere il self control e si lascia scappare due parole forti. Anzi, provenendo da lui, molto violente. Lasciamo da parte le convulsioni d’un Calderoni, più prevedibili e meno interessanti: concentriamoci su quella rabbia, su quella incredulità. Perché poi la rabbia passa: e, dinanzi alla concreta realtà d’una sentenza – per giunta corretta sul piano giuridico formale -, anche l’incredulità va deposta. Ragioniamo.

Il giudice milanese Clementina Forleo ha assolto tre maghrebini, accusati di terrorismo internazionale per aver arruolato guerriglieri da inviare in Iraq. l’assoluzione si è fondata, in sintesi, sulla distinzione tra le attività violente inquadrate però in un contesto bellico e l’atto del seminare terrore indiscriminato tra la popolazione civile nel nome di un credo politico e religioso. Nel secondo caso, siamo nel chiaro àmbito del terrorismo; il primo è invece da considerarsi nel contesto di qualcosa di ben diverso, la guerriglia, ch’è rivolta contro un nemico e che ha scopi che possono ben essere politicamente discutibili, ma che comunque mirano, quanto meno soggettivamente, alla rimozione di uno stato d’inferiorità militare che può essere anche stato determinato da un’ingiustizia. Per esempio una guerra scatenata da una potenza che ha aggredito e invaso un paese: in quel caso norme molto antiche connesse con il “diritto delle genti”, ancor prima del costituirsi del diritto internazionale in quanto tale, ammettono il diritto d’un popolo invaso e oppresso all’insurrezione e a quella che – appunto con parola spagnola, derivata dalla reazione degli aggrediti quando nel 1808 Napoleone invase la Spagna – si chiama guerrilla. E un guerrigliero può aver torto o ragione, politicamente parlando: ma noi non lo avvertiamo come terrorista, per quanto i suoi metodi di lotta al terrorismo si accostino fin quasi a confondersi, in più casi, con essi. Per noi il guerrigliero è semmai più vicino al “partigiano”, cioè al “soldato politico” che siamo abituati a sovente definir “patriota e addirittura “liberatore”.

La sentenza della signora Forleo è uno specchio nero nel quale noi, con la nostra politica e la nostra storia, con le nostre categorie di giustizia e libertà, siamo per forza costretti a specchiarci. E non è facile, non è piacevole. In realtà, ci scopriamo prigionieri di un nodo di contraddizioni storiche e politiche recenti e meno recenti, che per molto (troppo?) tempo abbiamo cercato di eludere.

Un tempo, prima della Rivoluzione francese, c’era la guerra convenzionale: guerre en dentelles, estrema ratio regum, faccende di re e di eserciti dai quali i popoli (che peraltro ne erano comunque l’oggetto e ne pagavano in tutti i sensi le spese) erano esclusi. In quel lungo tempo, da Grotius a Pufendorf fino al dispotismo illuminato dei rois philosophes ch’erano spesso anche re-soldati (e pensiamo al grande Federico di Prussia), tutto era chiaro: i militari facevano la guerra, i civili erano – almeno in linea di principio – ad essa estranei, non dovevano subirne le conseguenze (almeno in teoria) e non dovevano intervenire. Guai a chi, senza portar un’uniforme e servir sotto una bandiera riconosciuta dal concerto delle nazioni, avesse attaccato un militare. Sulla base di questi radicati e – intendiamoci – saggi principii si sono elaborati anche le Convenzioni di Ginevra, più volte ridefinite e riscritte.

Ma la Rivoluzione francese, l’elaborazione del concetto di cittadino-soldato riesumato dalla Grecia e da Roma, quindi le guerre ideologiche del XX secolo, erodevano e sconvolgevano questo quadro limpido e sereno.

Dei guerrilleros spagnoli o ibero-americani ai rangers “irregolari” della guerra civile negli Stati Uniti, dalle camicie rosse garibaldine ai volontari di entrambe le parti nella guerra civile spagnola fino ai partigiani della seconda guerra mondiale sino al terrorismo rivoluzionario della Russia otto-novecentesca, la distinzione tra chi è militare e chi non lo è si è più volte cancellata. Anche nella seconda guerra mondiale il “terrorismo” si è presentato più volte nelle forme del conflitto: erano formalmente terroristiche molte azioni partigiane, erano terroristiche le rappresaglie, erano terroristici i bombardamenti a tappeto contro obiettivi civili.

Eppure, alcune di quelle forme terroristiche sono state assolte, all’indomani del ’45, nel nome della superiore moralità politica degli scopi ch’esse avevano inteso servire. Sarebbe vano cercar di separare lavorando di bilancino e di microscopio l’azione terroristica da quella partigiana sul piano fenomenologico e giuridico: sappiamo tutti che la vera distinzione è etico-politica. Fondata quindi sulla valutazione dei fini, non sul giudizio relativo ai mezzi.

Ora, proprio questo è il punto. Le nostre scelte storiche ci stanno adesso venendo incontro, e ci presentano un consuntivo duro da accettare. Abbiamo “trascurato” un po’ troppo rapidamente le conseguenze morali e pratiche della pratica legittimazione della “guerra preventiva” così come ce la proponeva l’amministrazione Bush; abbiamo perdonato un po’ troppo alla leggera le bugie sulle armi di distruzione di massa mai esistite; siamo stati fin troppo indulgenti e distratti dinanzi alle birichinate di quei bravi ragazzoni dalla faccia pulita, anche quelle birichinate erano l’occupazione di un paese membro dell’ONU (sia pur governato da una dittatura: non era certo il solo…), i bombardamenti civili, i rastrellamenti casa per casa, le deportazioni a Guantanamo e le torture di Abu Ghraib. Ora lo spettro del “partigiano”, che abbiamo idealizzato ed elevato a modello anche se sapevamo bene che non sempre le sue gesta erano state commendevoli, ci torna incontro sotto i cenci dei guerriglieri irakeni, che – lo sappiamo bene – non sono affatto dei nostalgici di Saddam, né dei fanatici islamismi, anche se nelle loro fila molti sono i rappresentanti dell’una e dell’altra categoria. Gli americani hanno vinto la guerra, ma non hanno saputo vincere la pace e tanto meno imporla; vinceranno anche le elezioni che hanno voluto e preparato con cura, e che serviranno a legittimare agli occhi delle istituzioni internazionali le decisioni dei due governi che essi hanno imposto e guidato attraverso personaggi come il proconsole Negroponte e nel senso degli interessi di colossi come la Halliburton. Ma la verità è che in Iraq è in atto una guerra a vari livelli: scontro civile per un verso, campo d’azione per la perversa violenza del terrorismo fondamentalisti per un altro, guerra di liberazione da un occupante che, sostenendo di “esportar la democrazia”, impone il suo ordine e i suoi interessi per un altro ancora. E che, se il reclutar in territorio italiano volontari civili per portare a qualunque titolo armi in Iraq è un reato, ciò deve allora valere anche per chi recluta vari tipi di vigilantes e di altri nostri compatrioti presenti in quel paese con funzioni poco chiare, che di solito vengono abbuiate. E si apre un capitolo tanto delicato quanto doloroso e imbarazzante. Vogliamo farlo?

Rassegnamoci a convivere con queste contraddizioni, con questi corti circuiti continui tra morale e politica, tra diritto e storia. Magari potessimo piangere in pace il nostro povero Simone Cola e i suoi commilitoni caduti facendo il loro dovere di soldati italiani. Ma non possiamo permettercelo. Altro che fine della storia, come delirava anni fa mister Fukuyama. La storia si è riaperta, si è spalancata. Con tutte le sue voragini e le sue ferite.




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