«Chi ha problemi di pancia, da oggi saprà chi accusare. Uno studio ha indagato su un fenomeno conosciuto solo in parte: il nesso tra stress e sovrappeso. E ha rivelato anche che la colpa delle rotondità addominali è di un ormone. E’ quanto afferma la ricerca della dottoressa Zofia Zukowska della Georgetown University di Washington DC.
Lo stress, secondo la studiosa, non solo può indurre a mangiare di più, ma fa assimilare di più quello che mangiamo. E l’ormone ‘neuropeptide Y’ (NPY), fa il resto, permettendo l’accumulo di maggiori quantità di grasso alle cellule del tessuto adiposo, in particolare proprio dove sono più pericolosi e cioè attorno alla vita, conferendo quella forma a mela (obesità centrale) che è legata a ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, mostra infatti che topolini ingrassano in condizioni di stress emotivo o fisico». (1)
Il fenomeno dello stress sembra essere il vero responsabile di ogni psicosomatico oscuro malessere: dal cancro alla pancetta, dall’ipertensione all’infarto e chi più ne ha, ne metta.
Certamente ci sarà del vero.
Utile, forse indispensabile, ripensare il momento che passa; il quotidiano andirivieni dai ritmi insensati, soffocanti lo spirito e la mente, proiettata quasi sempre solo in questioni di cui deve occuparsi per sopravvivere e non di quelle delle quali deve (e vuole) affaccendarsi per vivere, può essere dispensatore di vere grazie celesti e liberatore della morsa del secolo (almeno in Occidente) che rende prigioniero il povero o il ricco, l’impiegato come il manager.
La frenetica corsa verso una ricerca di senso, che sfocia ineluttabilmente nella perdita proprio di quello che si cerca, con il riversare tutte le proprie energie, perse spesso in un assoluta irragionevolezza di esistere.
Tuttavia il momento che passa è un momento sacro.
Per il cristiano che riesca a cogliere l’essenza di questa verità profonda, la vita muta di significato ed il fenomeno della trasfigurazione è esperienza possibile e palpabile ai sensi dell’anima e del corpo.
Un antistress eccezionale.
Comprendere la sacralità del tempo è operazione complessa per chi non abbia lo sguardo fisso in Colui che del tempo è unico signore.
Vivere il momento presente - l’unico che veramente appartiene alla potenza ed alla disponibilità dell’uomo - è proiettarsi nel presente eterno di Dio, dove non c’è prima né dopo, né oggi né ieri, ma tutto è vissuto nella capacità infinita di essere l’infinita possibilità dell’essente.
Il momento presente è sacro, perché appartiene a Dio; in verità è Dio stesso, l’unico essere al di là del tempo e dello spazio, i quali ontologicamente non sono se non in dipendenza di Dio.
Di questo momento, l’uomo ha sì, una potenzialità, dicevamo, ma questa si sostanzia soltanto in una fugace ed impercettibile percezione, afferrabile brusio di un movimento in avanti, verso un futuro che non possiede e non sa e più o meno dimentico un passato che non domina più.
Di che tempo l’uomo è padrone, ed in che modo?
A ben osservare, di nulla.
Cos’hai che tu non abbia ricevuto?, ricorda San Paolo; la povertà di spirito assume qui una veste veritiera: autentica consapevolezza di possedere solo ciò che si è ricevuto, senza possibile destino di un valore aggiunto che dipenda sempre e soltanto da sé; ecco perciò, anche quel tempo tiranno di una vita che non molla la presa sull’osso della propria sopravvivenza è solo un dono; non è cosa propria.
Capire ciò, è già molto.
Se il tempo non mi appartiene, dimensione che si dilegua alle mie percezioni sensoriali, è perché non vivo l’attimo presente proiettato in Dio, per il quale ogni cosa è... ora.
Anche per questo il creare e l’essere in Dio non sono momenti distinti, ma (se possiamo azzardare definizioni dell’ineffabile) due operazioni dell’unico essere, in sé e «fuori di sé».
Ed allora a che vale l’affanno, il correre, il soffocare il respiro di un desiderio dello spirito, quasi castigato in oscuri meandri della mente, forieri di autentica frustrazione esistenziale?
Soffermare la propria interiorità nel «momento di Dio», ritornare in se stesso, significa rendersi pienamente consapevole del proprio essere «tempio».
Il mistero insondabile di un Dio nascosto che si dona a chi, aprendo le capacità del cuore, voglia stare con lui, di colui che bussa sempre alla porta per entrare e cenare insieme; per chi, fedele alla sua legge, scelga di essere dimora del Padre, unione di Spirito Santo e compenetrazione col Cristo; per chi scorga la grandezza della propria corporeità, destinata non alla corruzione del sepolcro, ma alla divinizzazione gloriosa, per mezzo dello spirito coabitante, già in vita, nell’infima creatura che, come fosse unica, volle e creò (adesso) dall’eternità.
Come proiettare la propria esistenza oltre la barriera fortemente limitante del tempo e dello spazio?
Come fuoriuscire dal vortice materialista che attanaglia alla gola il respiro dell’uomo sospirante l’eterno e chiuso in un anelito disperato senza speranza?
La risposta è in quella che la tradizione chiama preghiera continua o presenza di Dio; inabitazione di un Dio vivo e vero, vivente nell’intimità profonda del cuore purificato e pacificato dalla potenza dello spirito, operante nell’orazione e nella grazia sacramentale.
L’uomo orante, che scopre il segreto di questo percorre i sentieri del vivere, accompagnati passo dopo passo dalla nube della Provvidenza, dalla colonna di fuoco nel deserto, è felice di quel che trova o i cui si imbatte, sapendo sempre leggere tra le righe della sua storia (dietro ogni accadimento, circostanza o episodio), l’espressione dell’apostolo amato da Gesù a san Pietro:
«è il maestro; è il Signore».
In questa fiducia serena di sentirsi amati e mai soli dall’onnipotenza ed onnipossenza creatrice di colui, che abbraccia i secoli e che può creare e ricreare con il suo spirito nuove tutte le cose, che è capace di risolvere tutto, passato o futuro; e che è in grado di irradiare la luce divina carica di incalcolabili doni della sua grazia, sanando ogni infermità del corpo e dell’anima, e ripristinando secondo l’ordine divino tutte le cose, riconciliando cielo e terra.
L’uomo, che vive tale dimensione, si trova non più soltanto spettatore passivo di un sovrastante mistero che lo trascende; in virtù di colui che lo volle associare a sé nella salvifica redenzione, si trasforma, di gloria in gloria, in attivo partecipe di questo processo in divenire: dal primo istante creativo al culmine estremo della Parusia, è universalmente capace di trascendere il tempo (e nondimeno lo spazio) e come diffusore del colore e del calore del cielo, di giungere ai confini della terra a beneficio di ogni uomo; in questo si realizza pienamente la cattolicità.
Ma la trascendenza di questo momento sacro - tale perché, essenzialmente, l’unico momento è Dio - assume ancora più pregante significazione per l’uomo che in esso ripiega e dispiega la propria eternità; si dice «il tempo è denaro»!
Menzogna.
Il tempo è vita eterna.
L’estrema consapevolezza del valore preziosissimo dell’attimo ineluttabilmente in fuga verso la morte, si coglie nel destino eterno di chi, fissato per sempre nella propria volontà, non può né potrà decidere diversamente da quel che è, ossia da come avrà scelto di vivere proprio quell’unico momento che passa; non dubitando mai di scegliere la parte migliore, nell’attenzione parallela del proprio percorso di vita, in tutto ciò che si farà ed ovunque ci si dovesse trovare.
Se non la mente o il corpo è saggio tenere almeno il cuore sempre rivolto all’Eterno.
Note
1) tratto da http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/scienza_e_tecnologia/
obesit--e-rischi/pancia-e-stress/pancia-e-stress.html