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Il rabbino Riccardo Di Segni è stato recentemente ospite dell’Università de L’Aquila per tenere una lezione sulle radici dell’antisemitismo. Egli che è medico e, come ha riconosciuto lui stesso, non è storico, ha voluto impostare, stando ai resoconti della stampa abruzzese (1), il suo intervento su una base esclusivamente religiosa, per evitare così di entrare nel merito del conflitto israelo-palestinese che travaglia il vicino oriente. Anzi: rabbi Di Segni ha precisato di non essere rappresentante dello Stato di Israele e che pertanto non avrebbe dato alcuna risposta a chi avesse soltanto accennato alla problematica palestinese che, a suo dire, è soltanto una questione politica. Tuttavia il rabbi, così dicendo, ha dimenticato o ha nascosto ai suoi interlocutori che l’Ebraismo nel XX secolo ha perso i connotati di una fede religiosa per diventare il supporto teologico del progetto politico sionista dell’Eretz Israel. Una trasformazione, da fede religiosa a ideologia nazional-religiosa, che trova la propria causa intrinseca nelle mal riposte speranze messianiche ebraiche forgiatesi, nel corso dei secoli della diaspora, intorno ad un’esegesi a-cristologica delle profezie veterotestamentarie, che sono state interpretate dal giudaismo post-biblico come la “promessa del ritorno alla terra dei padri”. Invece, in quelle profezie quando di una tale promessa si fa parola essa è chiaramente riferita alla storia pre-cristiana del popolo ebreo ed alle sue deportazioni in Egitto o in Babilonia: non certo agli eventi contemporanei. In altri termini l’esegesi talmudica delle profezie antico-testamentarie opera una evidente decontestualizzazione delle stesse che, con la nascita del sionismo prima e dello Stato di Israele poi, ora si prestano o sono piegate a spiegazione “teologica” del presunto diritto sovrano del possesso esclusivo della Terra Santa da parte del popolo israeliano. Un diritto sovrano che è tale perché divinamente dettato al fine – affermano molti rabbini – di inaugurare l’era messianica della Pace Universale. Ora, non è un caso che, al contrario, altri rabbini “tradizionalisti”, come quelli del Neturei Karta, protestano proprio contro questa deriva sostanzialmente atea, perché politica e nazionalista, dell’Ebraismo. Cosa che getta anche più che un forte sospetto su un’altra affermazione del rabbi Di Segni ossia quella secondo la quale il popolo ebreo sarebbe qualificato di una missione universale consistente nel portare al mondo l’idea del monoteismo assoluto, della Unicità di Dio. Per quanto ci riguarda, da cattolici, affermiamo, senza remore e senza pruderie “ecumenicamente corrette”, che questa prospettata dal Di Segni è proprio l’illusione secolare del giudaismo post-biblico. Quest’ultimo, infatti, come insegna san Paolo (Lettera ai Romani e Lettera agli Ebrei), e checché ne pensino molti teologi modernisti oggi a la page in ambito ecclesiale, non è affatto in continuità con la Fede di Abramo ma è in sostanziale rottura con essa. La continuità al contrario sussiste tra Ebraismo antico-testamentario e Cristianesimo perché, in prospettiva cristologica, l’Antico Testamento non si può comprendere senza la Luce di Cristo, che è “prima che Abramo fosse” (Gv. 8,58). Il giudaismo post-biblico è alterazione del vero Ebraismo e tale rimarrà finché i “fratelli maggiori” non apriranno i loro occhi, facendo cadere la benda che li ottenebra, riconoscendo la Divino-Umanità di Cristo. Sul significato dell’Israele post-biblico, nel Piano divino della Redenzione, rimandiamo al nostro “Il mistero di Israele tra storia e profezia” su www.effedieffe.com. Rinviamo a tale nostro intervento anche per quel che riguarda la questione sollevata dal rabbi Di Segni circa l’istituzione del ghetto romano da parte di Paolo IV e più in generale i difficili rapporti storicamente sussistenti tra ebrei e cristiani nonché l’ordine prioritario delle reciproche responsabilità. Quel che invece si vuole, in questa sede, sottoporre ad esame critico è il fatto che il richiamo del rabbi Di Segni a Paolo IV e quello, anch’esso fatto nella sede aquilana, al presunto sostegno della Chiesa cattolica alle leggi razziali del regime fascista, che addirittura il Vaticano, secondo il nostro rabbi, che storico però non è, avrebbe fortemente auspicato perché fossero conservate anche dal governo Badoglio, sono elementi costitutivi di una esegesi storica ad usum delphini, ossia “ebreocentrica”, e quindi assolutamente viziata sin dai suoi presupposti. Esegesi storica che nelle parole del rabbi è trapelata chiaramente proprio laddove egli ha affrontato nel merito la questione che gli stava a cuore: le origini dell’antisemitismo. Ed è qui che rabbi Di Segni ha esposto il suo punto di vista, che in quanto tale sarà pur rispettabile ma punto di vista rimane benché le troppo ossequiose istituzioni accademiche abbiano cercato di conferirgli dignità di acquisizione storica irreformabile (nella storia, invece, come sa ogni buon storico, non vi è mai nulla di acquisito e tutto è sempre soggetto a reinterpretazione, se storia si vuol fare). Punto di vista consistente in una sorta di presunta, ed invero supposta senza prove, concatenazione tra radici religiose, che il nostro rabbi fa risalire al Faraone biblico per arrivare fino al Cristianesimo ed all’Islam, politiche, culturali ed economiche dell’antisemitismo, inteso quest’ultimo come fenomeno a-storico onnicomprensivo di ogni manifestazione di ostilità verso gli israeliti. Una concatenazione che culmina, secondo questo precostituito e perciò antistorico paradigma, nell’olocausto nazista. In base a questo costrutto “ideologico” rabbi Di Segni ha enumerato una serie di stereotipi antigiudaici che messi in fila, senza senso storico e del tutto decontestualizzati, sono serviti a suffragare la sua tesi. Che poi sua non è essendo, invero, quella elaborata, in termini teologici e non storici, dall’odierno ebraismo ed “imposta” in tutto l’occidente con la passiva complicità di gran parte della cultura liberal-laicista, soprattutto se di matrice massonica, ma anche, in parte, di quella di matrice marxista, alle quali, naturalmente, degli ebrei in sé non importa assolutamente niente ma che non si sono lasciate scappare l’ennesima occasione di mettere ancora una volta la Chiesa cattolica sul banco degli imputati e chiamarla a rispondere di tutti i mali della storia dell’umanità, culminati, massime, nell’Olocausto, metafisico evento assoluto che da senso a tutta la storia, esalta la vittima universale che salva il mondo dal Male Assoluto e finalmente abbatte la protervia cristiana umiliando le sue pretese con il mostrare che il suo Cristo non solo il mondo non lo ha salvato ma che è colpevole della sofferenza bimillenaria del vero “messia collettivo”. Ora, da questo paradigma non si esce se non con un esame critico dello stesso che ne dimostri l’inconsistenza sul piano della storiografia e lo riconduca laddove è lecito che sia proclamato ossia nell’ambito della teologia. Ma questa opera di riesame dovrebbe essere portata avanti proprio nelle università e da parte dei ricercatori. Purtroppo, come si è appena detto, la cultura laicista ha trovato nel paradigma, che è teologico e non storico, che vuole tutta la vicenda umana girare intorno all’ebraismo post-biblico una comoda, troppo comoda!, chiave di lettura della storia universale. Una griglia interpretativa che la cultura laicista, orfana postmoderna dei moderni, e perciò defunti, miti progressisti del razionalismo illuminista e del “sol dell’avvenire” (mai invero spuntato), ha sostituito, per l’appunto, alle griglie volterriane e marxiane. Un sonno profondo che, per altri versi, a causa della neo-esegesi giudaizzante, ha colpito in modo epocale anche la cultura cattolica, sempre più debole, sbandata, incerta, spaventata.
Affinché il paradigma riproposto da rabbi Di Segni a L’Aquila possa essere sottoposto a debita analisi critica è assolutamente necessario iniziare a discernere le varie questioni sin dall’uso troppo «allegro» dei termini.
E’ ora di definire con esattezza storica e concettuale l’estensione della parola «antisemitismo» e rifiutarne un uso troppo vago, impreciso, generale ed onnicomprensivo. L’antisemitismo propriamente detto è solo quello razziale, moderno, basato sul positivismo darwiniano con retroterra occultistico-teosofico (2).
E’ solo questo l’unico, vero, esclusivo antisemitismo poi portato al suo culmine dal nazionalsocialismo.
Esso è fenomeno assolutamente moderno e non ha basi né teologiche, né socio-economiche, né culturali, sebbene gli antisemiti razziali moderni, compresi i nazisti, non abbiano esitato ad usare stereotipi premoderni, culturali o socioeconomici. Anche Marx ha utilizzato, nella sua analisi dei rapporti tra ebraismo ed economia, questi stereotipi: ciò non significa che Marx fosse un proto-nazista. Del resto, gli antisemiti razziali ed i nazisti non hanno esitato neanche ad usare, in modo illegittimo, improprio ed abusivo, l’antica dottrina teologica cattolica sull’ebraismo post-biblico. Ma ciò non significa affatto, come vuole il paradigma essenzialmente, e neanche tanto nascostamente, anticristiano di rabbi Di Segni, che tra i Padri della Chiesa ed Auschwitz vi sia un nesso diretto, o anche solo indiretto, di causa-effetto. Diversa dall’antisemitismo vero e proprio, come testé definito, è stata la «giudeofobia» a base socio-economica che, a differenza dell’antisemitismo razziale moderno, non mirava affatto allo sterminio degli ebrei in quanto tali, anche laddove la conflittualità sociale antigiudaica provocava pogrom.
La giudeofobia a base economica era solo la conseguenza della conflittualità tra un ceto economicamente, anche se non socialmente o politicamente, egemone, caratterizzato etnicamente e religiosamente in senso ebraico, ed i ceti popolari subalterni. La dimostrazione che il conflitto etnico-sociale era il vero movente della giudeofobia sta nel fatto che in situazioni analoghe si sono verificati fenomeni di similari etnofobie che però non avevano gli ebrei per oggetto: nell’area russofono si è registrata, ad esempio, una «tartarofobia» durante la dominazione tartara nei secoli medioevali.
Assolutamente diversa sia dalla giudeofobia socio-economica che dall’antisemitismo razziale è la problematica puramente e squisitamente teologica delle difficili relazioni ebraico-cristiane.
Da parte cristiana questa problematica è stata tradizionalmente espressa nella forma della cosiddetta «teologia della sostituzione».
Quest’ultima non ha basi né socio-economiche, né razziali, né storico-culturali, ma solo ed esclusivamente teologiche magistralmente impostate da San Paolo e dai Padri della Chiesa sulla base dello stesso Vangelo.
Certamente, sul piano storico e nel corso dei secoli, noi cristiani non sempre siamo stati all’altezza di tale magistero apostolico e patristico: San Paolo, ad esempio, pur ricordando la condizione di «rami tagliati» dei suoi fratelli nella carne, per la conversione dei quali - scriveva - sarebbe stato disposto a dare la vita stessa, raccomandava ai cristiani, per non essere anche essi divelti dall’Olivo santo, la massima carità e misericordia verso gli ebrei. Ecco: noi cristiani se dobbiamo fare un mea culpa, limitato agli effettivi casi di nostra responsabilità, è solo sul piano della prassi, sul piano pastorale, ma non su quello della Verità teologica.
Ora, su quest’ultimo piano, quello della Verità teologica, noi cristiani non possiamo fare alcuna concessione: è evidente!
Non si può pretendere che un cristiano accetti, senza apostatare dalla sua fede, la teologia ebraica che identifica in Israele il «messia collettivo».
Viceversa, non si può costringere con mezzi impropri o violenti un ebreo a riconoscere la Divino-Umanità Messianica di Cristo (verrà il giorno in cui gli ebrei, ed anche i mussulmani, la riconosceranno ma sarà per opera del Signore, non per i nostri sforzi umani).
Dal momento che rabbi Di Segni ha riproposto la tesi di una Chiesa complice dell’antisemitismo razziale (cosa della cui falsità è testimone l’essenza stessa della Fede in Cristo che è universalistica, a differenza di quella giudaico post-biblica che anche quando si atteggia ad universalistica lo fa presupponendo un popolo speciale, spiritualmente privilegiato da Dio, per la presunta missione di cui sarebbe portatore, e che dunque alla fine si rivela nient’altro che un etnocentrismo con pretese universalistiche) è necessario, e ci sia consentito, da parte cattolica fare un po’ di chiarezza storica. L’accusa di parte ebraica naturalmente si concentra su quel santo Papa che fu Pio XII. Papa Pacelli ha salvato con l’apertura dei conventi circa 850.000 ebrei (3). Ma questo non impedisce oggi allo Yad VaShem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, di insultare la santa memoria di Pio XII con l’apposizione della sua immagine tra i «cattivi», per i suoi presunti (invero loquacissimi) silenzi. Israel Zolli fu rabbino capo di Roma durante l’occupazione nazista e fu diretto testimone di quanto fece Papa Pacelli in soccorso agli ebrei romani: quando nel dopoguerra Zolli si convertì al Cattolicesimo prese il nome di battesimo di Eugenio proprio in onore e per riconoscenza verso Pio XII. Golda Meir, come tanti altri esponenti del modo ebraico dell’immediato dopoguerra, fu prodiga di attestati di riconoscenza verso Papa Pacelli e la Chiesa Cattolica per l’opera di salvezza messa in atto in favore degli ebrei. Albert Einstein ebbe ha dichiarare pubblicamente la sua gratitudine verso la Chiesa di Pio XII che unica, nel silenzio di ogni altra istituzione tedesca, anche di quelle universitarie, seppe prendere netta ed inamovibile posizione contro il nazismo in ascesa e poi al potere. Ma, oggi, i nipoti di cotanti onesti ebrei, al contrario, insultano, con la falsificazione più abbietta, la santa memoria di Pio XII e, conseguentemente, offendono milioni di cattolici nel mondo. Non tutti gli ebrei, certo: vi sono fior di rabbini e di studiosi ebrei che si oppongono a questo linciaggio storico. Ma essi negli stessi ambienti ebraici sono ritenuti, al pari di quegli ebrei che si oppongono alla politica dello Stato di Israele, “ebrei che odiano sé stessi”!
Spesso i nazisti usufruirono nelle loro retate della collaborazione, certamente coatta, dei capi delle comunità ebraiche che, in cambio della loro vita e di quella dei familiari, consegnarono le liste degli iscritti alle sinagoghe e in taluni casi cooperarono all'organizzazione delle deportazioni. Ribadiamo: un comportamento comprensibile da parte di chi era sotto ricatto della vita e, forse, anche motivato al modo in cui Caifa motivò, contro l'opinione di altri nel Sinedrio che volevano salvarLo, la pressione sinedritica esercitata sulle autorità romane per la condanna di Cristo: "Meglio che muoia uno solo che un intero popolo". Forse quei capi ebrei speravano che almeno una parte delle loro comunità potesse salvarsi. Tuttavia, su questi risvolti ebbe molto a riflettere Hanna Arendt, che era ebrea, nel suo "La banalità del male" osservando come, a posteriori, è sempre difficile ed ingiusto il giudizio senza tener conto delle precise circostanze storiche. Ciò vale, evidentemente, anche per la Chiesa Cattolica accusata, in sostanza, da rabbi Di Segni di aver preparato per duemila anni la strada per l’Olocausto. In genere da parte ebraica non si manca neanche di sottolineare che i nazisti organizzavano le retate in occasione del Venerdì Santo ritenendo che la popolazione, a causa della bimillenaria predicazione “antigiudaica” della Chiesa cattolica, fosse più accondiscendente. Ma i “fratelli maggiori”, nella loro faziosità, dimenticano quasi sempre che il bieco calcolo dei nazisti si rivelò del tutto fallimentare: infatti, al contrario di quelle che erano le aspettative naziste, molti vescovi, preti e cristiani laici (altri non lo fecero: ma si può biasimare la paura quando si è fuori dal pericolo?) rischiarono la pelle, nascondendo gli ebrei, proprio per far fallire i piani nazisti anche quando venivano attuati durante la Settimana Santa. Quei salvatori di ebrei non erano affatto, secondo la retorica ebraica, “giusti tra le nazioni” ma cristiani che agivano, rischiando la pelle, soltanto per Amore di Cristo e non per essere poi ricordati nello Yad Vashem. Non “giusti” ma figli della vituperata Chiesa Cattolica e di duemila anni di Cattolicesimo e pertanto, casomai, “santi”. Quei cristiani non erano “buoni goym noachidi” ma seguaci di Cristo ed anche quelli che tra loro non erano particolarmente praticanti hanno agito in favore degli ebrei perseguitati perché avevano vissuto da sempre in ambiente socialmente cristiano e la fede cristiana la avevano succhiata con il latte sin dal seno materno. Quella stessa fede cristiana che se nella liturgia del Venerdì Santo, giustamente e doverosamente, si esprimeva con la preghiera per la conversione dei “perfidi” (= increduli) giudei, contestualmente nella Lectio della Passio declamava, da 2000 anni, le parole di Cristo in Croce rivolte al Padre in favore dei suoi carnefici ossia, principalmente, i capi del sinedrio ebraico e, secondariamente, i romani: “Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno”. In tal modo il Signore assolveva gli stessi suoi persecutori da ogni condanna eterna.
Un cenno anche ad una grande intuizione di Pio XII in quegli anni. Il santo (per chi scrive è già santo) Papa Pacelli viene spesso rimproverato di aver nascosto un'enciclica preparata, su ordine del suo predecessore Pio XI, per condannare il razzismo e l'antisemitismo. Si parla sempre della “Humani generis unitas”, la cosiddetta "enciclica nascosta" di Pio XII. In realtà, il testo di quell'enciclica, preparata da alcuni tra i teologi più valenti dell'epoca, tra i quali un americano, il gesuita John LaFarge, che aveva già avuto occasione di scrivere sul razzismo della società statunitense, giunse sul tavolo papale quando Pio XI era ormai agonizzante. Pio XII se la trovò davanti ma non la promulgò perché in essa vi erano due parti: una nella quale, riaffermando la dottrina cristiana sull’unità del genere umano, contro le teorie poligenetiche supporto delle ideologie razziste, si condannava chiaramente ogni forma di razzismo, compreso l'antisemitismo, come "ideologia neopagana" del tutto contraria al Cristianesimo e l'altra dove si riprendeva la tradizionale dottrina cattolica sul popolo ebreo per meglio spiegarne il senso altamente ed esclusivamente teologico e nient'affatto razziale. Si trattava di una chiarificazione che i tempi rendevano necessaria ma il buon Pio XII aveva perfettamente capito che, purtroppo, i tempi avevano avuto una troppo grave accelerazione e che pubblicare quella enciclica avrebbe comportato da parte nazista un uso strumentale della dottrina cattolica tradizionale. Preferì soprassedere: potremmo oggi dargli torto? Riprese poi la prima parte dell’enciclica, quella sull’unità del genere umano, nell’enciclica programmatica del suo pontificato, la “Summi Pontificatus” del 20 ottobre 1939 (4). Ecco: in tal caso, senza intaccare il depositum fidei, è stata messa in pratica una buona pastorale sebbene per via silenziosa. Oggi si rimprovera a Papa Pacelli di non aver condannato pubblicamente la persecuzione degli ebrei ma, a parte che il santo Padre in più di un discorso condannò le persecuzioni di coloro che erano "vittime per ragioni di razza" (non nominò gli ebrei ma tutti all'epoca capirono, anche il regime di Hitler che protestò vivamente per vie diplomatiche), ci si dimentica con troppa facilità che se egli lo avesse fatto si starebbe qui, oggi, a rimproverarlo per non aver taciuto provocando un intensificarsi delle persecuzioni. Come avvenne in Olanda quando i vescovi di quel Paese protestarono pubblicamente e le autorità naziste intensificarono le persecuzioni anche contro gli ebrei battezzati, o presunti tali, fino a quel momento non toccati per questioni di diplomazia e di strategia politica (tenersi buone le autorità ecclesiastiche che avrebbero potuto, secondo gli illusori auspici nazisti, mantenere calme le popolazioni dei paesi occupati). In quelle retate olandesi cadde anche santa Edith Stein, ebrea convertita. Fu questo episodio olandese nonché l'appello a desistere da pubbliche denunce inviatogli dai vescovi polacchi a trattenere Pio XII da proclami apertiis verbis. Ma Pio XII,tuttavia, come si è detto, non mancò con chiare espressioni di denunciare egualmente, ma prudentemente, per evitare guai peggiori sia agli ebrei che ai cattolici, la persecuzione in atto. Facile, dunque, giudicare, come si pretende da parte ebraica, con il senno (e l'eroismo) del poi! Dimenticando, tra l’altro, che nei lager nazisti ha sofferto ed è morta un’ampia parte di umanità della più varia appartenenza etnica e religiosa. Nei lager furono internati non solo ebrei ma anche, ed in numero altamente cospicuo, slavi, zingari, cattolici, polacchi, rumeni, russi, italiani ed altri ancora. Dunque Auschwitz è un monumento alla sofferenza dell’intera umanità ed ogni appropriazione esclusivista da parte di qualunque gruppo etnico o religioso è da ritenersi, sotto il profilo storico, del tutto abusiva ed illegittima. Da cattolici aggiungiamo, sotto il profilo teologico, ma senza appunto pretendere che l’approccio teologico sia fatto passare per paradigma di insegnamento scolastico della storia, che quella sofferenza si spiega solo all’ombra della Croce e come partecipazione alla vera sofferenza salvifica che è solo quella di Cristo. Sofferenza nella quale le sofferenze umane assumono senso e significato nella prospettiva dell’Eternità. E, da cattolici, rivendichiamo la libertà, che le correnti più intolleranti dell’ebraismo odierno vorrebbero negarci, di pregare Cristo Signore per le vittime ebree e non ebree della ferocia nazista. Esattamente quel che volevano fare le buone suore polacche del convento sorto alla fine degli anni ottanta nei pressi di Auschwitz e che furono cacciate dopo una vergognosa campagna di linciaggio mediatico mondiale. Una campagna mediatica di linciaggio che giunse persino ad armare alcuni fanatici militanti di organizzazioni ebraiche che tentarono di assaltare il convento, strenuamente difeso però dalla popolazione locale, ed alla quale le autorità vaticane non seppero opporre la giusta e dovuta resistenza anche per non disturbare le trattative all’epoca iniziate con lo Stato di Israele per la conclusione di un concordato. Almeno avessero ottenuto, quelle autorità, la stipula di quel concordato che, invece, è tuttora non ancora ratificato dalla Knesset che non ha fatto altro che accampare scuse di ogni genere. Una situazione, questa, che ha lasciato senza chiara definizione giuridica lo status dei Luoghi Santi cristiani in Terra Santa come si è visto qualche anno fa durante l’assedio da parte israeliana della Basilica della Natività a Betlemme dove si erano rifugiati alcuni militanti palestinesi in fuga.
Non possiamo chiudere questa nostra risposta a rabbi Di Segni senza rammentare quanto ha rilevato, dal “di dentro” della comunità ebraica, Ariel Levi Di Guldo, l’autore di “Erbe amare”: dopo la gestione Toaff e l’atmosfera da entente cordial che si era venuta a creare durante il pontificato di Giovanni Paolo II, nella Comunità Ebraica Romana il “potere” è stato preso da uno schieramento, capeggiato dai due Riccardi, il rabbino Di Segni e il Pacifici, portatore di posizioni duramente polemiche verso la Chiesa cattolica che si vorrebbe sempre genuflessa in interminabili “mea culpa” verso il mondo ebraico. Si tratta con tutta evidenza di uno spezzone della comunità ebraica romana, anche se oggi al governo della stessa, che può permettersi quel che fa e che dice anche a causa della passività di una Gerarchia cattolica sovente colpevole di portare tutta la Chiesa a Canossa per meri e “secolari” scopi di politica ecumenica. Proprio questo settore del mondo ebraico romano, che trova addentellati anche in quello milanese, non ha mancato di cavalcare tutti gli attacchi più recenti contro la memoria di Pio XII messi in atto, con la complicità di testate nazionali tipo Corsera, da parte laica o anche da compiaciuti cattolici di scuola bolognese alberighiana, leggasi Alberto Melloni, come la bufala, ampiamente smentita con dovizia di schiacciante documentazione d’archivio da storici seri della stregua di Matteo L. Napolitano, sui bambini ebrei rimasti orfani e consegnati ai conventi durante la guerra e che Pio XII non avrebbe restituito alle comunità ebraiche perché fatti battezzare o perché li si voleva battezzare. Non traggano in inganno alcune plateali manifestazioni di pelosa solidarietà ai cristiani perseguitati nel Vicino Oriente che il vertice attuale della Comunità Ebraica Romana ha pur messo in atto cavalcando, qualche mese fa, l’iniziativa, ipocrita, di Magdi Allam e Giuliano Ferrara a difesa della libertà religiosa dei cristiani. Una iniziativa dalla quale giustamente, pur con moderate e cortesi parole di gratitudine, i vertici vaticani hanno preso opportune distanze avendone ben compreso il fine strumentale in appoggio della politica occidentale nell’area vicino orientale, vera ed unica responsabile della tragica situazione nella quale le antichissime comunità cristiane orientali, talune di origine addirittura apostolica, versano dal giorno dell’invasione americana dell’Afghanistan prima e dell’Iraq poi. Del resto, ai Di Segni, ai Pacifici, ai Magdi Allam ed ai Ferrara della sorte dei poveri cristiani orientali non importa alcunché se non come argomentazione in appoggio alla “lotta al terrorismo degli Stati canaglia”. E sotto questo profilo vi è tutto l’interesse ad aizzare i mussulmani contro i cristiani, e viceversa, per creare i presupposti dell’huntingtoniano “scontro di civiltà”. Ecco: ora capiamo meglio la consistenza, persino morale, non parliamo di quella storica, della “lectio magistralis” di rabbi Riccardo Di Segni presso l’Università de L’Aquila, alla presenza del qualificato (e silente) corpo docente dell’ateneo abruzzese.
NOTE 1) Il Centro del 27/02/2008. Si tratta di un quotidiano abruzzese facente capo alla cordata di Repubblica e, quindi, ad Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti: le “stelle” del laicismo massonico, che ha inquinato anche la sinistra trasformando, come lucidamente previsto a suo tempo da Augusto Del Noce ne “Il suicidio della rivoluzione”, l’ex PCI in un partito borghese di massa e realizzando in tal modo il progetto elitario-finanziario del partito d’azione del dopoguerra. Un progetto ispirato dal coltissimo banchiere Raffaele Mattioli, il leggendario presidente della Banca Commerciale Italiana, grand commis degli interessi del capitalismo laicista italiano infeudato a quello anglosassone nonché sponsor di Enrico Cuccia. Mattioli si è fatto seppellire nell’Abbazia benedettina, milanese, di Chiaravalle in forma apparentemente cattolica ma in realtà nella tomba di un’eretica gnostica medievale, Guglielma la Boema, che propugnava una religione di stampo nichilista. Un segno evidente del progetto perseguito dal banchiere abruzzese, era nato a Vasto in quel di Chieti, ossia distruggere le due chiese italiane: la Chiesa Cattolica e quella marxista, intesa quest’ultima come religione politica di massa. Con la “chiesa” comunista il progetto è perfettamente riuscito; con quella cattolica, che non è organizzazione meramente umana, il progetto, nonostante tutte le attuali difficoltà della Chiesa a causa della secolarizzazione, non poteva riuscire ed infatti non è riuscito.
2) Confronta Giorgio Galli «Hitler ed il nazismo magico - le componenti esoteriche del Reich millenario», Rizzoli, 1994.
3) Esiste, in proposito, la testimonianza giurata del segretario di un vescovo circa un dispaccio con il preciso ordine di aprire chiese e conventi agli ebrei perseguitati giunto a tutti gli ordinari cattolici direttamente dalla Segreteria di Stato Vaticana: nel dispaccio si chiedeva anche l’immediata distruzione dello stesso affinché non cadesse in mani naziste con le conseguenze diplomatiche immaginabili in un momento in cui Pio XII era stato informato dei piani nazisti, poi non più attuati, per deportarlo da Roma.
4)Su tutta la vicenda della “enciclica nascosta” si veda Andrea Tornielli “Pio XII – Il Papa degli ebrei”, Piemme, 2001, pp. 143-152.
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