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L’ingloriosa fine dell’immagine sociale della pubblica amministrazione e del pubblico impiego deve essere spiegata in chiave epocale come segno del più vasto fenomeno della «morte dello Stato». Per comprendere questo fenomeno è necessario però indagare storicamente sulle origini della comunità politica, di cui lo Stato è la forma nata nella modernità quando il «commune» della visione comunitaria tipicamente medioevale si è andato progressivamente scindendo in «pubblico» e «privato» con un recupero del diritto romano classico senza più la mediazione della rielaborazione cristiana che aveva dato origine al sistema romano-cristiano dello «ius commune-ius proprium».
Questa origine comportava anche una concezione essenzialmente militare dell’organizzazione civile della Res Publica. Tutto l’apparato amministrativo dello Stato romano era modellato, anche nelle carriere, sull’organizzazione militare. Si trattava di un modello gerarchico, di ordini e di esecuzioni, che assicurava, nello spirito ferreo coltivato nelle legioni romane, la massima efficienza dell’apparato statuale come se si trattasse di un esercito in guerra il cui scopo fosse la vittoria con il minimo di perdite umane.
Sebbene in un mutato spirito dei tempi, connesso con la fragilità feudale e comunale, anche in età medioevale l’organizzazione amministrativa, per quanto essa sussisteva, rimase legata, nei diversi livelli dell’impero, dei regni, dei feudi e dei comuni, a modelli di origine militare e pertanto fortemente gerarchici. In età pre-moderna questo tipo di organizzazione della comunità politica e delle sue funzioni si reggeva essenzialmente, pur con tutte le umane deficienze, su un’etica di sacralità dell’autorità (autorità deriva dal latino «augere» che significa «far crescere, aumentare») sicché coloro che ne incarnavano o rappresentavano, ai vari livelli, lo «Stato» si sentivano investiti di quella stessa sacralità anche perchè erano selezionati, mediante la dura gavetta delle armi, attraverso prove che ne mettevano in luce le doti di fides, di pietas, di humanitas, secondo i valori propri della romanità successivamente trasformatasi in romano-cristianità con l’apporto di un altro valore, più alto dei predetti ma ad essi strettamente confacente, quello della caritas.
A parte il caso, sfortunato, della monarchia ispano-asburgica, che all’epoca rappresentò una valida alternativa alle emergenti monarchie nazionali (1), lo Stato moderno nasce nel XVI secolo nella forma delle monarchie assolute «superiorem non recognoscentes» (dove per «superiorem» devono intendersi le due compagini universali del medioevo ossia la Chiesa e il Saro Romano Impero). In tal senso, come ha rilevato Carl Schmitt, lo Stato moderno è «il primo agente della secolarizzazione». Esso, sul piano del politico, ha chiuso le vie verso l’«alto» ed ha aperto inesorabilmente la via verso il basso: era del resto questa l’intenzione dei suoi teorici, da Machiavelli a Bodin passando per Hobbes. Lo Stato moderno ha rappresentato la momentanea e necessaria tappa per il passaggio dall’universalismo romano-cristiano ad un altro tipo di universalismo, non più cristiano, che oggi chiamiamo globalizzazione. Nel momento in cui lo Stato ha assolto alla sua funzione di completa desacralizzazione del politico, momento coincidente con il passaggio storico dal moderno al postmoderno, esso è stato dissolto, o è in via di dissoluzione, dalle stesse forze nichiliste e destrutturanti che ha contribuito, innescando il processo di secolarizzazione, a scatenare.
All’inizio anche lo Stato moderno conservava una sua sacralità sebbene si trattasse ormai, per via della pretesa di disconoscere le superiori istanze universalistiche della cristianità, di una sacralità sempre più tendenzialmente immanente e riduttivamente politica. Ecco perché lo Stato moderno, con il suo accentramento amministrativo, appare immediatamente come una macchina, un meccanismo, e non più come una comunità organica. Lo stesso monarca non è più, come in precedenza, il luogotenente, ossia il vicario, del Christus Rex ma diventa il primo «funzionario» della macchina statuale («l’Etat c’est moi» diceva Luigi XIV, il Re Sole, in base ad una concezione copernicana ed esoterica della sovranità che voleva tutti i corpi del regno girare intorno al re assoluto come i pianeti intorno al sole). Max Weber ha visto nello Stato moderno una «grande fabbrica» che si sviluppa in stretta unione con la rivoluzione protestante, il razionalismo filosofico, il contrattualismo sociale (anche quando si veste di «giusnaturalismo» non più cattolico, come in Locke, o non più neanche cristiano, come in Hobbes e nei filosofi illuministi, da Rousseau a Voltaire), il mercantilismo e/o la fisiocrazia economica, fino appunto alla rivoluzione industriale ed al liberismo.
Con il passaggio dall’età moderna al postmoderno, storicamente realizzatosi nel corso del XX secolo con una forte accelerazione dal dopoguerra, ed in particolare dal 1968, in poi, per diventare palese tra la fine del secolo scorso e l’inizio del presente, si è avuto contestualmente l’inasprirsi del processo di desacralizzazione del politico con la tendenziale trasformazione dello Stato, inteso come apparato amministrativo, da organizzazione burocratica, ancora legata ai vecchi modelli gerarchici di tipo militare, ad organizzazione aziendale ispirata ai nuovi, postmoderni appunto, modelli del management: sicché parlare oggi di burocrazia diventa sempre più improprio in quanto, al contrario, gli apparati organizzativi della società stanno sempre più diventando, secondo gli auspici già ottocenteschi di Saint Simon ripresi nel novecento da Thorstein Veblen, di tipo tecnocratico. Modelli nei quali ciò che è prevalente non è più la legittimità o la legalità procedurale, sancite dal principio costituzionale del «nulla potestas sine lege», principio nel quale riecheggiava ancora quella sorta di «sacralità» artificiale che ha caratterizzato lo Stato moderno, ma, al contrario, il profitto che, calato nella pubblica amministrazione, è chiamato «rapporto costo/benefici».
Abbiamo, sopra, rinviato la spiegazione delle difficoltà della riduzione della pubblica amministrazione al puro modello aziendale nonché quella del trucco con cui i partiti ed i sindacati oggi imperversano nella gestione della cosa pubblica. E’ giunto il momento di affrontare queste questioni nel concreto della più stretta attualità del vigente ordinamento giuridico.
Ufficialmente questa riforma fu motivata con l’argomento secondo cui era giusto dare alla «casta», che dovrebbe rendere conto all’elettorato del suo buon o mal governo (ma quando mai è stato così?), la possibilità di nominare, tra quelli a disposizione in organico, i dirigenti più bravi e capaci e quindi di portar efficacemente avanti il programma politico premiato dall’elettorato. In realtà, questo argomento è stata la classica foglia di fico per coprire la spudorata sfacciataggine della casta politicante. Infatti, dopo tangentopoli, la casta ha capito che gli atti di gestione non devono più essere firmati dai propri membri, in modo da sfuggire ad eventuali «avvisi di garanzia», ma essere attribuiti alla competenza dei dirigenti resi, però, dipendenti, mediante nomina o revoca, dalla «fiducia» dei politicanti in carica. Insomma, la casta ha provveduto, dopo l’esperienza di «mani pulite», a premunirsi del «parafulmine». All’epoca, contro Bassanini (centro sinistra), autore di quelle riforme (un oscuro docente universitario di diritto regionale messo a fare il ministro della funzione pubblica), il professor Sabino Cassese, luminare del diritto amministrativo, si dimostrò sin troppo facile profeta scrivendo, su Il Sole24ore, che l’esito delle nuove norme sul rapporto tra dirigenza pubblica e politica sarebbe stato inevitabilmente «clientelare». Cassese, invece, proponeva di rendere sì rimuovibile, a rendiconto, il dirigente incapace, e nei casi più gravi licenziarlo, ma tutelando la dirigenza durante l’esercizio delle sue funzioni da ogni influenza dei partiti e dei sindacati, mediante nomina per concorso pubblico e non per fiducia politica, e quindi restituendo ad essa la inamovibilità, in corso d’opera, con il rinvio di ogni valutazione, su base strettamente tecnica e non politica, e della eventuale rimozione, alla fine dell’esercizio. Cassese rimase inascoltato e la riforma Bassanini iniziò a produrre i suoi effetti partendo dalla categoria dei segretari comunali e provinciali che furono destatualizzati e posti alle dipendenze di un’Agenzia nel cui albo i sindaci e presidenti di Provincia possono scegliere: naturalmente, secondo la vulgata ufficiale, la scelta avverrebbe sulla base delle «capacità» dei candidati alla nomina e non sulla base della «fiducia politica»! Il sistema attuale, invece, fa dei segretari comunali e provinciali dei veri e propri «segretari» del sindaco o del presidente di Provincia e fa dei dirigenti pubblici funzionari di fiducia, partitica, dell’assessore o del ministro. Ridotta la dirigenza ad una categoria di «yes men» l’imparzialità della Pubblica Amministrazione, che già di per sé non è mai garantita in assoluto essendo l’uomo sempre fallibile e «peccatore», si è andata a far del tutto benedire. Non pago di aver così reso possibile l’infeudamento partitocratico della dirigenza pubblica (del resto, il suo retroterra ideologico lo portava inevitabilmente a preferire i «commissari politici» ai funzionari amministrativi «impolitici»), Bassanini introdusse la possibilità di reclutare mediante contratto di diritto privato, su nomina fiduciaria politica, un certo numero di dirigenti e funzionari al di fuori della dotazione organica, ossia a tempo determinato con durata dell’assunzione pari al mandato elettivo del politico di turno (inizialmente si stabilì nel 5% dell’organico la percentuale dei dirigenti e funzionari a contratto; successivamente il governo di centro destra ha aumentato tale percentuale). Si può immaginare la conflittualità che si è, di conseguenza, creata tra la dirigenza di ruolo, un tempo serbatoio della memoria storica e dell’esperienza amministrativa della pubblica amministrazione, e questi neodirigenti di nomina politica, senza competenze professionali né esperienza, entrati negli enti, a percepire fior di stipendi, senza concorso, ossia senza la procedura ordinaria prevista dal citato articolo 97 della Costituzione. A chiudere il cerchio arrivò poi, con la scusa di semplificare l’iter decisionale, l’abolizione, alla faccia della trasparenza e dell’imparzialità, dei controlli amministrativi (eliminazione del commissario di governo per le Regioni, dei co.re.co. per gli enti locali e del «fastidioso», per la casta quando era negativo, parere di legittimità reso dai segretari comunali e provinciali sulle deliberazione di giunta o consiglio). A tutto questo si è, infine, aggiunta la moltiplicazione clientelare del reclutamento, a mezzo di contratti atipici, di personale precario (co.co.co., co.co.pro., tempo determinato, interinali, presunti consulenti di ogni genere e specie), sicuramente impreparato a lavorare in un ente pubblico ed in gran parte non necessario (anzi: il personale precario spesso è preferito dai politicanti di turno perché più ricattabile del personale di ruolo il quale per essere convinto a derogare, o «elasticizzate», la legge deve essere «corrotto» con promesse di carriera o altre prebende). La consequenziale esplosione della relativa spesa non può perciò meravigliare: ma, si sa, il precariato è il serbatoio dei voti di scambio per la rielezione. Naturalmente, nel quadro sopra delineato, i dirigenti e funzionari pubblici che continuano ad ispirare il proprio ruolo ai principi di imparzialità dettati dalla Costituzione diventano i «nemici» dell’amministrazione di volta in volta in carica. Come esiste una schiera di dirigenti e funzionari che non accetta affatto il rischio di dover rispondere in sede giurisdizionale (civile, amministrativa, contabile o penale) per aver «acconsentito», in cambio di prebende varie, alle malefatte della casta, va purtroppo anche detto chiaramente che molti altri dirigenti e funzionari stanno, invece, al «gioco» (o vi sono costretti a stare, non avendo alternative). E’ doloroso constatarlo ma, per effetto delle disastrose riforme degli anni ‘90, il numero di tali dirigenti e funzionari disposti a chiudere, se necessario, entrambi gli occhi, va sempre più aumentando. Essi accettano di stare al gioco in cambio di incarichi e prebende e sono così sprovveduti o impreparati (o sono costretti a far finta di esserlo) da non rendersi neanche conto (o fingere di non rendersene conto, sperando nella buona sorte) dei rischi che assumono su di sé compiacendo illegittimamente la casta politicante. Questo genere di dirigenti e funzionari, grati all’assessore o ministro di turno cui devono l’incarico, ben remunerato, sono disposti ad accontentare in tutti i modi chi ha dato loro «fiducia»: anche truccando appalti e concorsi o con altri abusi e malversazioni. Un sistema perverso voluto dalla casta, per la precisione iniziato dalla sinistra della casta (Bassanini) ma continuato dalla destra, sostenuto anche dal particolarismo di quegli imprenditori ed elettori che pur di vincere la concorrenza o il concorso sono disposti a votare clientelarmente i politicanti che sanno possono accontentarli. Alla luce di tutto questo non può, purtroppo, far meraviglia, e si tratta solo di un esempio tra i molti che si potrebbero fare anche di rilevanza penale, la notizia circolata qualche mese fa su quel sindaco di un comune dell’entroterra romano che ha rimosso dall’incarico il comandante dei vigili urbani non avendo quest’ultimo raggiunto l’«obiettivo» di introitare la somma preventivata in bilancio di 200.000 euro a titolo di multe da infliggere ai cittadini. Il poverino si era fermato a quota 120.000 euro. Le prime vittime della casta degli inutili politicanti, europea, nazionale o locale, sono gli stessi dipendenti pubblici, quando essi non vogliono rendersi complici della malversazioni partitiche o sindacali e cercano di fare onestamente il loro dovere. I politicanti sanno benissimo che la loro rielezione è assicurata dal clientelismo e non dalla buona amministrazione, della quale, al momento del voto, non importa a nessuno, neanche alle partite IVA. Al venir meno del senso dello Stato, anzi del senso nazionale di ciò che è pubblico e che dovrebbe in qualche modo godere di una sorta di «sacralità», hanno contribuito tutti: cittadini, imprenditori, casta politicante e sindacati, statali e pubblici dipendenti, giornalisti prezzolati, professionisti ed autonomi, interessi privati, localistici e particolari del genere più vario, non escluse cooperative, ONG, organizzazioni sussidiarie sia laiche che religiose (che campano, alla faccia della sbandierata sussidiarietà, con i soldi pubblici). Lo Stato, non solo quello dirigista, sempre più auspicabile a fronte del fallimento epocale del liberismo che va manifestandosi a livello globale proprio in questi mesi, ma anche quello liberale, ha assolutamente bisogno, per ben funzionare, di un ceto di funzionari pubblici, orgogliosi di essere tali per etica di Stato, professionalmente qualificato e capace di essere super partes nonché devoto soltanto ed esclusivamente al bene comune nazionale e non al politicante di turno. Purtroppo, in Italia, dove un tempo un tale tipo di ceto di pubblici funzionari è pur esistito, attualmente non se ne vede l’ombra e così sarà fino a quando la casta politicante, che, succube delle tecnocrazie bancocratiche nelle decisioni di livello autenticamente politico, ha però riservato a se stessa la gestione degli affari correnti, leggasi «prebende clientelari», per fare leggi a proprio favore, continuerà ad imperversare. Però la casta non la eleggono solo gli «statali» ma tutti i cittadini, e tutti aspirando a qualche favore o interesse personale. La casta politicante non è identificabile esclusivamente con la sinistra (che in teoria tutela i pubblici dipendenti come serbatoio di voti) o con la destra (che sempre in teoria favorisce gli autonomi, che sono il suo serbatoio di voti): la casta è trasversalmente la casta e basta! Anzi, come detto, ma repetita juvant, in realtà si tratta di una sotto casta cui la vera casta, quella bancocratica, ha lasciato una riserva di sotto potere clientelare non effettivamente incidente nelle vere decisioni di carattere politico, come ad esempio la fondamentale politica monetaria, parte essenziale della sovranità. Quel che abbiamo di fronte altro non è che una situazione di tipo, anche se nuovo, totalitario. Il totalitarismo, infatti, non è, come comunemente si pensa, organizzazione perfetta. Questo è ciò che esso vorrebbe essere ma, per eterogenesi dei fini, in realtà finisce per realizzare sempre e soltanto, come i precedenti storici dimostrano, il caos organizzato. Chi studiasse il funzionamento degli apparati nazista e sovietico troverebbe, con sua grande meraviglia, una sordida lotta di potere tra gruppi rivali per accrescere la propria sfera di influenza agli occhi del «capo». Una concorrenza che sconvolse, per l’accavallarsi delle competenze e dei centri decisionali, nella contraddittorietà delle direttive erogate, la vita normale dello Stato, fagocitato dal partito unico. Una situazione non dissimile dalle democrazie pluripartitiche e di mercato: anche qui l’illusione che la concorrenza sia sempre benefica e, quindi, il caos organizzato. La differenza sta nel fatto che nelle democrazie i «capi» possono essere sostituiti. Una differenza non di poco conto ma che nulla toglie al volto «oscuro» del potere quando esso rimane chiuso ad istanze superiori. Generalmente si ritiene che Marx fosse statalista. Nulla di più errato: per Marx lo Stato, nella società comunista compiuta, doveva scomparire per lasciare il posto all’auto-organizzazione spontanea della società («da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni»). I liberali, fedeli all’idea della spontaneità sociale garantita dalla «mano invisibile», riconoscono inevitabilmente in questa prospettiva marxiana la loro medesima filosofia sociale, al di là del fatto, filosoficamente del tutto secondario, che per Marx l’obiettivo era raggiungibile solo con l’abolizione della proprietà privata (ed, infatti, i cosiddetti «anarcoliberisti» americani, che sognano le «privatopie», si considerano marxiani). Del resto anche nella prassi liberale la proprietà non è adeguatamente tutelata: non è, infatti, una sorta di abolizione della proprietà l’enorme crescita capitalista delle società anonime nelle quali la proprietà non è degli azionisti, il titolo azionario infatti è solo un titolo di credito vantato dagli azionisti verso la società di capitali, ma della «persona giuridica» ossia di quella fictio iuris, centro impersonale ed astratto di imputazione di diritti e di poteri, che Giacinto Auriti chiamava «fantasma giuridico» o «società strumentalizzante», dietro la quale, egli sosteneva, si nascondono le persone fisiche degli amministratori, analogamente a quel che fanno le consorterie di loggia o di partito in quell’altro fantasma giuridico che è lo Stato costituzionale, sicché nella società anonima, come nello Stato comunista, sono gli amministratori i veri detentori del potere e, mediante la gestione, della proprietà? Ecco perché, a modo suo, ha ragione Francesco Giavazzi quando afferma che il liberismo è di sinistra. Solo che essendo figlio della stessa utopia solipsista marxiana, anche il liberismo è puntualmente destinato all’eterogenesi dei fini, come i fatti hanno e stanno dimostrando. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Per concludere, ribadiamo: il problema dello Stato e del suo funzionamento non è primariamente tecnico ma epocale. Sebbene ogni più estesa ripubblicizzazione dei servizi pubblici e dello stesso rapporto di pubblico impiego, accompagnato dalla sua decontrattualizzazione, sia auspicabile e necessaria, senza uno scatto di orgoglio da parte di tutti coloro che sono chiamati ad «essere» lo Stato, ad iniziare dai dirigenti pubblici, che restituisca loro l’etica pubblica nonché la consapevolezza del proprio ruolo e quindi anche la dignità sociale che hanno perso, qualsiasi riforma puramente tecnica è destinata a fallire. Ma, ed è questo il punto critico, uno scatto d’orgoglio del genere è impossibile in un’epoca di decadenza umana e civile come la nostra. Solo se l’umanità entrerà in una diversa fase storica cambiando i propri attuali parametri spirituali tendenti al nichilismo, anche quello del buon vivere associato nella comunità politica e del buon funzionamento dei suoi apparati diventerà una questione ragionevolmente risolvibile. Quella da noi delineata non è e non vuole essere una proposta per una inversione «reazionaria» della china del processo di graduale desacralizzazione del Politico ma solo la descrizione storico-filosofica di tale processo. Chi scrive non crede all’efficacia delle inversioni «reazionarie», tanto meno se attuate con la forza. Chi scrive crede solo alla Provvidenza che agisce tra le pieghe della storia umana e che alla fine, con la cooperazione degli uomini di buona volontà, tutto aggiusta per il meglio anche se non senza consentire che l’umanità attraversi, per i suoi errori, dure prove storiche. L’autore di queste note si è semplicemente limitato a dire, come il bambino della favola, che il «re è nudo» ossia, fuor di metafora, ad indicare gli aspetti deleteri, solitamente trascurati dal trionfalismo egemone, del cammino storico, spiritualmente in discesa, dell’umanità attuale.
2) Un grande filosofo giurista come Carl Schmitt lamentava proprio questa deriva desacralizzante dello Stato moderno alla lunga incapace di incarnare una vera sacralità come sa fare la Chiesa cattolica nella Persona di Cristo. Confronta Carl Schmitt «Cattolicesimo romano e forma politica - la visibilità della Chiesa. Una riflessione scolastica», Giuffré editore, Milano, 1986. 3) E’ questa mediazione della legge naturale tra la Legge di Dio e la legge umana che fa la differenza tra la teologia cattolica del politico, da un lato, e le ricorrenti tentazioni teocratiche ed i moderni fondamentalismi, dall’altro: lo Stato è di natura e non è pertanto ammissibile nessuna teocrazia o clericocrazia. 4) Confronta Luigi Copertino «Il capitale volatile ovvero del nichilismo finanziario» in www.effedieffe.com. 5) Una testimonianza dell’indipendenza degli apparati statuali dall’ideologia come dagli interessi privati, durante l’esperienza dello Stato corporativo che pure era fondato su un ordinamento sindacale gius-pubblicista e che però vietava, proprio per assicurarne l’indipendenza da indebite interferenze, agli impiegati pubblici, che «erano» e dovevano rimanere lo Stato, l’iscrizione ai sindacati, è riportata nel libro-intervista a Francesco Grossi, un sindacalista fascista, che faceva parte dell’entourage di Italo Balbo e di Nello Quilici (il padre di Folco Quilici) all’epoca direttore del Corriere Padano. Racconta il Grossi che, nel giugno 1936, a Palazzo Wedekind, sede del ministero delle Corporazioni, durante una seduta della Corporazione Cerealicola, presieduta (cosa del tutto rara) da Mussolini in persona, il rappresentante degli industriali panificatori perorava con veemenza l’aumento non inferiore a 20 centesimi di lire del prezzo del pane, motivandone la necessità con la scusa degli aumentati costi di produzione. Il Grossi, rappresentante della parte sindacale fascista, invece si opponeva sostenendo che con un tale aumento gli industriali panificatori avrebbero fatto pagare ai consumatori ed ai lavoratori la crisi del relativo settore ben oltre il legittimo profitto spettante al capitale. Mussolini chiese informazioni e dati ai funzionari del ministero delle Corporazioni che, sebbene - come si è detto - avessero giurato come tutti i dipendenti pubblici fedeltà al regime, non dipendevano dal Partito Fascista né dalla Confindustria o dai Sindacati Fascisti, ma erano stati assunti sulla base di procedure concorsuali ed immessi in carriere avanzare nelle quali dipendeva soprattutto dall’esperienza che affina le capacità ed il patrimonio professionale. Orbene, quegli onesti funzionari ministeriali, dotati di forte etica dello Stato, dimostrarono a Mussolini, dati statistici alla mano, che la richiesta dei panificatori era effettivamente esorbitante l’intervenuta diminuzione di profitti dovuta agli aumentati costi di produzione e che quella richiesta se accolta avrebbe inciso in misura insostenibile su consumatori e lavoratori. Mussolini decise per un aumento del prezzo del pane di soli 5 centesimi. Ma se la nomina e la carriera di quei funzionari fosse dipesa dalle influenze del Partito o della Confindustria o dei Sindacati avrebbero essi messo Mussolini in condizione di prendere una decisione così equilibrata? Per questa testimonianza storica si legga Francesco Grossi «Battaglie sindacali - intervista sul fascismo rivoluzione sociale incompiuta» a cura di Massimo Greco, ISC, Roma, 1988, pagine 47-48. 6) Generalmente si dice che i dipendenti pubblici non possono essere licenziati. Una convinzione che è soprattutto un luogo comune per il solo fatto che questo avviene molto raramente in ambito pubblico (come del resto in ambito privato grazie alle tutele dello Statuto dei Lavoratori: vi è una coincidenza epocale tra le critiche a quest’ultimo e quelle al pubblico impiego). In realtà, in termini giuridici, con la contrattualizzazione del rapporto di pubblico impiego, adesso al pubblico dipendente si applicano le stesse norme valide per l’azienda privata, anche in ordine ai licenziamenti individuali e collettivi (esiste ora anche per il pubblico l’istituto della disponibilità per esubero di personale o per cessazione o trasferimento di attività. La disponibilità, come nel privato, dura massimo due anni all’80% dello stipendio e poi in caso di non riallocazione interviene la risoluzione del rapporto di lavoro, per esubero di personale). A dire, però, tutta la verità, la possibilità del «licenziamento» esisteva anche nel precedente regime gius-amministrativo di diritto pubblico del rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze della Pubblica Amministrazione. Il D.P.R. numero 3 del 1957, che regolava un tempo il rapporto di pubblico impiego, prevedeva l’istituto della «destituzione» che, nella previgente concezione «militare» della pubblica amministrazione, equivaleva ad una «degradazione sul campo»: una sorta di «riduzione allo stato laicale».
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