Paolo Di Tarso
FEDE E RAGIONE - Tra Socrate e Mosè la buona notizia
 
da avvenireonline del 10 settembre 2007

Un anno fa a Ratisbona Benedetto XVI ricordava quel legame originario tra testo biblico e pensiero greco

L'incontro tra fede e ragione è tema costitutivo non solo del cristianesimo ma dell'epoca moderna, la cui legittimità si è non di rado costruita sulla loro opposizione. Per riannodare un rapporto è bene ritornare all'origine comune del problema, quando Bibbia e ragione cercarono di riconoscersi reciprocamente, e il loro dialogo fu scandito da eventi fondatori. Un anno fa nel programmatico discorso di Regensburg - «Fede, ragione e università» - Benedetto XVI ha evocato il momento dell'incontro tra messaggio biblico e filosofia greca e quello delle successive «deellenizzazioni» accadute nel II millennio. Stiamocene alla prima fase dove qualcosa di originario venne attinto. Il dialogo tra fede e ragione non fu un progetto preparato a freddo, ma un'esigenza vitale in cui entrambe le parti lottavano per la verità. Esse raggiunsero un'intesa in base all'assunto che è possibile rispondere alle domande sull'uomo, il bene, Dio, che questa ricerca non è votata al fallimento, e che il pensiero biblico non è estraneo all'ambito del vero. Una svolta provvidenziale avvenne nel progetto evangelizzatore di Paolo quando era a Troade e intendeva volgere ad Oriente. Negli Atti degli Apostoli si narra del suo sogno e dell'appello a passare in Macedonia, come poi accadde. L'inversione da Oriente ad Occidente non poteva essere più netta, e comportò enormi conseguenze. Dopo l'approdo in Macedonia vi è il discorso di Paolo nell'areopago di Atene, e dopo Corinto e infine Roma. Il cristianesimo nascente incontrava i luoghi strategici della grecità e romanità ed iniziava un rapporto con le relative culture mai più interrotto. A tali eventi ha fatto riferimento Benedetto XVI: «L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo (a Troade) può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco». Un avvicinamento iniziato da tempo: il Papa richiama la decisiva rivelazione a Mosè del supremo nome di Dio («Io sono»), il distacco dal mito, la nuova conoscenza di Dio nei Salmi e nella letteratura sapienziale, e la traduzione greca dei Settanta cui attribuisce particolare valore, quale «specifico importante passo della storia della Rivelazione». Il dialogo proseguì col discorso di Paolo ad Atene. Il suo tessuto riguarda Dio creatore, che ha fatto cielo e terra, che ne è signore, che non dimora in templi costruiti da mani d'uomo, e che dà a tutti vita e respiro, e si conclude con il celebre «in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: poiché di lui stirpe noi siamo». L'apostolo, procedendo alla critica del politeismo antico secondo un metodo proprio del giudaismo ellenistico, trova in alcuni pensatori e poeti greci gli appigli per allargare l'intesa sul monoteismo contro il politeismo della religione popolare. Sotto questo aspetto il discorso paolino fu un successo perché proseguì l'alleanza già avviata tra Socrate-filosofia e Mosè-Bibbia; un altro elemento positivo fu che diversi ascoltatori si convertirono al Vangelo. Insuccesso fu invece l'annuncio della resurrezione, che molti rifiutarono. L'evento segna l'ambito in cui l'incontro tra pensiero greco e Bibbia deve essere completato e trasceso sotto la guida della Rivelazione. Secondo Ratzinger il cristianesimo primitivo, optando per il Dio dei filosofi contro gli dèi delle religioni popolari, ha mostrato che agire contro la ragione è contrario alla natura di Dio e che questo non è solo un paradigma greco, ma concorda con la Bibbia. Iniziando il prologo del suo Vangelo con le parole «In principio era il Logos», Giovanni conclude un cammino che iniziò molto tempo prima con l'Antico Testamento e che proseguì con la ricerca dei libri sapienziali e il loro «illuminismo» antidolatrico. Esso trovò un importante analogia nel tentativo di Socrate di superare mito e politeismo. Bibbia e grecità si sono venute incontro riconoscendosi, e ciò ha costituito per il Papa «un dato di importanza decisiva», una svolta nella storia universale. Il cristianesimo nascente ha proseguito quell'alleanza avviata in epoca precedente, e culminante con il Nuovo Testamento. I primi «filosofi cristiani» quali Giustino e Clemente alessandrino misero in relazione la cultura cristiana nascente con quella greco-romana, inaugurando un metodo proseguito sino al XX secolo. Clemente intese la filosofia greca come praeparatio evangelica, ossia strada e cammino per venire preparati a ricevere il Vangelo, sollevando un tema che si riscontra pure in Agostino in rapporto alla filosofia platonica. Per Clemente il «Testamento» ad uso dei Gentili fu la filosofia: essa giustificava i Greci, i quali secondo l'autore intravedevano le due verità fondamentali su Dio creatore e remuneratore. Oggi non si tratta di «allargare la ragione», quasi fosse un elastico, ma di riscoprirne la multidimensionalità oltre al suo uso attuale, severamente limitato alle scienze ed al visibile: un compito inderogabile per l'umanesimo integrale e per la dignità dell'università.

 

 

 




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