Andrea Fagioli
E san Francesco fermò l'Olocausto - La grande rete del vescovo d'Assisi
 
Da avvenireonline del 25 gennaio 2007

Persino Steven Spielberg, dopo aver visionato l’intervista di don Aldo Brunacci rilasciata a una Fondazione statunitense, volle scrivere al sacerdote: «In un futuro lontano la gente potrà vedere un volto, sentire una voce, osservare una vita, e in questo modo ascoltare, imparare e ricordare per sempre».

Don Aldo (classe 1914) aveva raccontato dei suoi anni giovanili ad Assisi, quando nacque in città una vera e propria organizzazione clandestina di soccorso agli ebrei, coordinata dal vescovo Giuseppe Placido Nicolini, di cui Brunacci Aldo era segretario. Con loro furono attivi padre Rufino Niccacci, padre Michele Todde e il tipografo Luigi Brizi insieme al figlio Trento. I nascondigli preferiti furono i monasteri femminili di clausura. Il professor Emilio Viterbi, uno degli ebrei che trovarono rifugio nella città di san Francesco, scrisse a suo tempo che «tutti gli ebrei d’Europa devono profonda riconoscenza al clero cattolico.

Ma se fosse possibile fare delle graduatorie in fatto di gratitudine, noi ebrei rifugiati ad Assisi dobbiamo sentirla ancora più profondamente degli altri: non ci dimenticheremo mai di tutto ciò che è stato fatto per la nostra salvezza e lo racconteremo agli altri e ai nostri figli; perché, in una persecuzione che annientò sei milioni di ebrei, ad Assisi nessuno di noi è stato toccato!».

Le storie di come Assisi salvò i suoi ebrei sono ora raccolte nel volume di Paolo Mirti, «La società delle mandorle» (Giuntina, pp.128, euro 12), presentato oggi alle 16,45 presso il Convento di San Francesco ad Assisi dal rabbino Benedetto Carucci, figlio di un’ebrea salvata. Il libro di Mirti, nipote di don Aldo Brunacci (che ora ha 94 anni e ha ricevuto il titolo di «Giusto tra le nazioni»: se ne riporta qui sotto un’intervista), racconta sulla base di testimonianze e documenti inediti la vicenda di ordinario eroismo che vide protagonista l’intera città. Il titolo del volume si ricollega a quella «societas amandolarum», documentata ad Assisi nel Trecento e operante in Piazza del Comune, gestita insieme da un ebreo e da un cattolico e assunta a simbolo della felice convivenza tra le due comunità.




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