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| Ma chi l’ha detto che le donne musulmane sentono il velo come una costrizione e vogliono liberarsene? Siamo proprio sicuri di essere noi gli unici patentati a difendere la dignità della donna quando ne vendiamo il corpo per ogni dove? Ma se gli islamici venissero qui e volessero imporci di cambiare registro, o anche solo “aiutarci” a farlo, diremmo loro che questi sono problemi nostri e che dobbiamo essere noi, a risolverli sempre che vogliamo risolverli. Perché mai le altre culture non dovrebbero avere lo stesso diritto? Seguendo le orme del sindaco lumbard di Biassono che da settimane perseguita, con multe a ripetizione, una donna musulmana italiana d’origine, che si ostina a portare il velo islamico per la libera via (diceva Talleyrand “Preferisco i delinquenti ai cretini perché almeno i primi ogni tanto si riposano”) adesso la Lega vuol far votare al Consiglio comunale di Milano una delibera che vieti alle donne di portare il chador in strada. Come base giuridica per questo incredibile provvedimento, che sarebbe solo grottesco se non arrivasse in un periodo storico in cui i rapporti con l’Islam sono particolarmente delicati, si prendono il Testo unico sulle norme della sicurezza pubblica del 1931, il più fascista dei decreti del Ventennio (proibiva anche le feste da ballo non autorizzate dal questore) e una legge di pubblica sicurezza del 1975 che vieta di andare in giro mascherati, legge che va interpretata e applicata “cum grano salis” Altrimenti si dovrebbe vietare ai motociclisti e ai ragazzini in motorino di girare con il casco invece che imporglierlo. Una cosa è infatti calarsi il passamontagna sul volto come piaceva a Toni Negri e ai suoi amici, altra è indossare un indumento di antica tradizione che ha un preciso significato religioso. Vietare il velo significherebbe violare tre norme costituzionali, quelle che tutelano la libertà religiosa (“Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, art. 8) e la libertà di manifestazione del pensiero “con ogni mezzo di diffusione” (art. 21) e quella che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e la loro pari dignità (art. 3). Sul piano del diritto la questione si chiude qui, perché la Corte Costituzionale respingerebbe sicuramente al mittente una simile delibera. Ma non mi convince affatto nemmeno l’atteggiamento assunto dalla sinistra per stigmatizzare questa delibera e che si può riassumere nelle parole della diessina Marilena Adamo: “I divieti non servono, piuttosto aiutiamo le donne musulmane a liberarsi da questa costrizione”. È questo spirito da crocerossine che ha assunto la cultura occidentale nei confronti di tutte le altre che mette i brividi, perché segnala l’incapacità di comprendere e accettare “l’altro” da sé e che è quindi una forma di totalitarismo. Ma chi l’ha detto alla Adamo, e a tutte le Adamo dell’Occidente, che le donne musulmane sentono il velo come una costrizione e vogliono liberarsene? Da come ci tengono ad indossarlo anche quando vengono da noi non si direbbe proprio. Sono stato a lungo a Teheran e posso assicurare che il velo è l’ultima delle preoccupazioni delle donne iraniane. Sempre a Teheran, durante il duro periodo Khomeinista, sono andato in un settimanale femminista, molto aggressivo nei confronti del regime, ma per motivi molto diversi dal velo che tutte le redattrici portavano senza farsene un problema. Il chador è un’ossessione occidentale Ma poi si potrebbe affrontare la questione anche in un altro modo, come me la pose Hassan Gaddiri, persiano di sottile intelligenza come tutti i persiani, che aveva studiato e vissuto a lungo in Italia e che allora era viceministro degli Esteri dell’Iran: “Voi fate tutte queste storie sul chador e va bene. Ma da voi la donna deve essere sempre bella, giovane madre levigata, ben vestita, perfetta, perché così dettano le vostre asfissianti pubblicità e il costume. E allora, è più costrittivo il chador o questa mentalità”?. Eppoi siamo proprio sicuri di essere noi gli unici patentati a difendere la dignità della donna quando ne vendiamo il corpo per ogni dove nella pubblicità, al cinema nella cartellonistica, a pezzi e bocconi, come se fossero quarti di bue in macelleria? Ma se gli islamici venissero qui e volessero imporci di cambiare registro, o anche solo “aiutarci” a farlo, diremmo loro che questi sono problemi nostri e che dobbiamo essere noi, donne e uomini occidentali, a risolverli sempre che vogliamo risolverli. Perché mai le altre culture non dovrebbero avere lo stesso diritto?
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