Antonio Giuliano
20 settembre: una festa?
 
30 novembre 2007 Copyright (c) Avvenire
Dibbattito tra gli storici. Veneruso: «Se serve ad una maggiore integrazione del Paese ben venga. Non dimentichiamo però che quell’evento fu sin dall’inizio accettato anche da molti cattolici». Pellicciari: «Una proposta scandalosa. Fu la vittoria di un manipolo di sedicenti liberali, non più dell’un per cento della popolazione italiana, che ha fatto di tutto per distruggere la Chiesa». Messori: "Piuttosto aboliamo il 25 aprile".
Per molto tempo la ferita fu più grande di quella 'breccia' aperta dai bersaglieri nelle Mure Aureliane presso Porta Pia.
Con la conquista militare di Roma, il 20 settembre 1870, il governo nazionale completò l’unità d’Italia e pose fine al potere temporale del Papa. Ma si aprì subito una lacerante frattura tra Chiesa e Stato.
L’allora Pontefice, Pio IX, si dichiarò prigioniero dell’Italia e vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica del Paese. «Non expedit», non è conveniente, fu l’espressione che sintetizzò il motto «né eletti né elettori». Soltanto nel 1929 i Patti Lateranensi risolsero la tormentata «questione romana».
Dopo 137 anni, però, Porta Pia è ancora sotto il fuoco delle cannonate ideologiche: una pagina di storia spesso celebrata con retorica eccessiva e faziosa.
Fa dunque discutere la proposta avanzata dalla rivista cattolica 30Giorni.
Scrive il mensile diretto da Giulio Andreotti: «È cosa giusta che, per sano amor di patria, senza trionfalismi da una parte e con sincera letizia dall’altra, il 20 settembre venga proclamata festa nazionale del Risorgimento unitario».
Per Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano, «L’iniziativa ha se non altro il merito di provare a superare le recenti interpretazioni polemiche tra cattolici e Risorgimento con divaricazioni spesso ingiustificate. I cattolici sono da sempre parte essenziale della vita politica italiana. E oggi nessun credente rimpiange o ha nostalgia del potere temporale della Chiesa. Come peraltro hanno riconosciuto saggiamente i pontefici, penso a Giovanni XXIII. Trovo però più opportuno celebrare l’unità d’Italia del 1861, perché è un comune riferimento anche per i cattolici.
La breccia di Porta Pia determinò al contrario la contrapposizione più aspra della storia tra Stato e Chiesa. E quella del 20 settembre 1870 è diventata una data simbolo dell’anticlericalismo e talvolta di un clericalismo in senso opposto. Capisco però la reazione di Pio IX: il suo non era un attaccamento al potere temporale.
Ma piuttosto la preoccupazione per la presenza della Chiesa nella società. I mezzi sono cambiati, ma trovo che sia un timore molto attuale anche nella società odierna».
Sull’iniziativa di 30Giorni la storica Angela Pellicciari è invece allibita: «Ritengo questa proposta scandalosa. Porta Pia è stata una pagina nera della storia della Chiesa e del popolo italiano in larghissima maggioranza cattolico. Fu la vittoria di una politica anticlericale che buttò per strada 57 mila membri degli ordini religiosi, soppressi in barba alla Costituzione 'liberale'.
Un manipolo di sedicenti liberali, non più dell’un per cento della popolazione italiana, ha fatto di tutto per distruggere la Chiesa. Il loro liberalismo condannato dal Sillabo di Pio IX era in realtà la negazione della libertà, soprattutto di quella religiosa. Le proprietà ecclesiali furono espropriate e svendute a favore dei più ricchi generando una quantità smisurata di poveri costretti ad emigrare. Centinaia di diocesi furono lasciate senza vescovo. I preti rischiavano di continuo il linciaggio. E noi cattolici dovremmo celebrare con letizia questo avvenimento?
Dovremmo lavorare per far emergere la verità storica non lanciare queste iniziative superficiali e anche frutto di ignoranza».
Secondo Danilo Veneruso, docente di Storia contemporanea all’Università di Genova, la proposta di 30Giorni è comprensibile: «C’è la volontà di togliere ogni strumentalizzazione politica ad un evento storico. Se l’iniziativa serve ad una maggiore integrazione del Paese ben venga.
Non dimentichiamo però che la breccia di Porta Pia fu sin dall’inizio accettata anche da molti cattolici, i quali avevano compreso che l’unificazione dell’Italia non poteva essere più rimandata.
Bisogna però riconoscere che dietro la conquista di Roma si nascondeva il proposito degli anticlericali di cancellare il tessuto sociale cristiano del nostro Paese».
Quanto allo scontro armato, non fu certo una battaglia estenuante quella di Porta Pia: durò poco più di quattr’ore, dalle 5,15 alle 9,40.
Poi i cannoni tacquero. Ci furono 56 morti e 141 feriti da parte dei bersaglieri e dei fanti italiani e 20 morti e 49 feriti tra le truppe pontificie. «Fu merito di Pio IX – aggiunge Veneruso –. Il pontefice si dimostrò saggio nell’ordinare il cessate il fuoco non appena iniziò lo scontro. Proviamo a immaginare lo spargimento di sangue se il Papa avesse incitato o chiamato alla resistenza l’intero popolo cristiano».
Il giornalista e scrittore Vittorio Messori taglia corto: «È stata una di quelle occasioni in cui il Dio cristiano sa scrivere dritto su righe storte. Perché guardandolo in una prospettiva storica quell’evento si può definire provvidenziale, come riconobbe Paolo VI. Ma per una questione di principio fecero bene ad opporsi Pio IX e gli altri pontefici fino al 1929: c’era da salvaguardare l’indipendenza della Chiesa se pur su un territorio piccolo. La libertà politica è condizione indispensabile della libertà religiosa: il Pontefice non può essere un prigioniero dello Stato, un suddito. E il suo magistero non può essere condizionato dalla politica come per esempio lo fu ad Avignone. Il 20 settembre è una data importante, se pur dolorosa per la cristianità. Ma io abolirei il 25 aprile, una festa di parte, di liberazione dal totalitarismo nero, ma d’inizio del pericolo rosso. E proporrei come festa nazionale dell’unità italiana il 18 aprile 1948: la vittoria democristiana alle elezioni politiche ci salvò dall’incubo di Stalin, come riconoscono anche oggi i comunisti».
 

 




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