Antonio Giuliano
L’ombra di Porta Pia
 
Copyright (c) Avvenire 17 gennaio 2008
Sembra incredibile ma un giorno i manuali di storia dovranno pur tenerne conto: nel 2008 al Papa, al vescovo di Roma, viene impedito di parlare nell’Università della sua stessa città. Accade in Italia, Paese democratico che ha sofferto e combattuto per affermare la libertà di espressione nella propria Costituzione. Il manipolo di facinorosi che ha costretto Benedetto XVI ad annullare la sua visita alla 'Sapienza', ridesta precedenti illustri di tensione tra credenti e non credenti, tra Stato e Chiesa. Una nuova breccia di Porta Pia? O piuttosto un’auto-breccia? Certo l’episodio evoca i fantasmi di un bieco anticlericalismo che si pensava fosse ormai sopito. Ne parliamo con alcuni storici.
Gianpaolo Romanato, docente di Storia contemporanea all’Università di Padova, è sorpreso ed amareggiato: «Riemerge quel clima ottocentesco di veleni contro la Chiesa che determinò tante frizioni durante il nostro Risorgimento e proseguì anche dopo Porta Pia: mi viene in mente quel che successe il 13 luglio 1881 quando venne traslata la salma di Pio IX nella basilica di san Lorenzo al Verano. Gli anticlericali attaccarono il corteo funebre con sassi e bastoni, gridando 'al fiume il papa porco', nell’intento manifesto di gettare la salma del Pontefice nel Tevere. Non dimentichiamo poi le leggi antiecclesiali dello Stato sabaudo e i numerosi soprusi nei confronti dei vescovi e degli ordini religiosi. Le tensioni risorgimentali si spensero con la fine del 'non expedit', la nascita del Partito Popolare di Luigi Sturzo nel 1919 e la firma dei Patti Lateranensi nel 1929. Durante il fascismo, si tentò di ridurre al silenzio la Chiesa, ma essa seppe ritagliarsi spazi di parola ed espressione: pensiamo agli articoli dell’Osservatore Romano, unico giornale di dissenso».
Per lo storico Franco Cardini, ordinario di Storia medievale a Firenze, «anche Mussolini fu un interprete coerente del Risorgimento antiecclesiale: intimò Pio XI di occuparsi dello spirito e non della politica. Anche il duce sostenne il principio 'libera Chiesa in libero Stato': la Chiesa poteva esercitare la sua autorità solo negli ambiti che le competevano, gli edifici religiosi e le sacrestie. Nello Stato assoluto concepito da Mussolini non era ipotizzabile che la Chiesa potesse interessarsi di questioni come l’educazione o l’assistenza sociale. Ma in realtà le origini dei contrasti tra Stato e Chiesa precedono di gran lunga anche la breccia di Porta Pia.
L’anticlericalismo affonda le sue radici nell’assolutismo seicentesco di Luigi XIV, il re Sole, e nell’illuminismo, che pretendeva di eliminare tutti i diritti della Chiesa.
Poi continuò nei nostri Stati preunitari, come nel Piemonte, che perseguì la politica antiecclesiale della Rivoluzione francese. Venendo ad anni più recenti, non vedo però molte analogie tra la contestazione odierna a Benedetto XVI e il ’68: allora c’era se non altro una volontà ingenua di cambiare il mondo, qui invece siamo di fronte solo al ritorno squallido di un certo anticlericalismo. Mi ha deluso l’atteggiamento di quei docenti, nel cavalcare solo stereotipi deboli intellettualmente su Ratzinger. C’è purtroppo una malevolenza verso tutto ciò che il Papa dice: come è successo a Ratisbona».
Non è affatto sorpreso Danilo Veneruso, docente di Storia contemporanea all’Università di Genova: «Da tempo viene contestata la laicità dei cattolici in campo politico e sociale, e al Papa non viene riconosciuta la libertà di parola soprattutto quando affronta temi che riguardano la morale. Ma più che a Porta Pia mi pare di ritornare all’anticlericalismo dell’età napoleonica. Anche allora ci fu un episodio simbolico: nella notte del 5 luglio 1809 le truppe di Napoleone forzarono le porte del palazzo del Quirinale e arrestarono Pio VII.
L’imperatore voleva che il Papa rinunziasse al potere temporale e convalidasse l’investitura di vescovi da lui nominati. Di fronte al rifiuto, Napoleone condusse e tenne prigioniero il pontefice prima a Grenoble, poi a Savona e infine a Fontainebleau. Sui contrasti che si svilupparono nel Risorgimento pesa la separazione cavouriana tra Chiesa e Stato: alterò il rapporto religione-politica. Chiesa e Stato non dovevano essere due ambiti distinti come pure chiedevano Rosmini, Manzoni, D’Azeglio, ma separati: come 'due parallele che non devono incontrarsi mai', disse Giolitti. E durante il Novecento le due parti sono sempre entrate in conflitto ogni qualvolta si paventava la guerra come soluzione. Sin da Benedetto XV che si oppose in occasione della prima guerra mondiale. Nelle manifestazioni di anticlericalismo di oggi scorgo però anche la mentalità di certi sessantottini».
«Ma il caso della 'Sapienza' ­conclude il professor Romanato - è di sicuro un episodio senza precedenti nella storia degli ultimi cinquant’anni. Pare davvero che in questo Paese permangano pregiudizi antireligiosi e un’anima anticattolica molto radicata che non aspetti altro per manifestarsi. La giusta laicità deve sempre esser inquinata dal laicismo. Una vergogna».
  
 

 




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