Fidel Gonzales
E il Vangelo sbarcò nelle Americhe
 
tratto da Litterae Communionis, anno XIX, gennaio 1992, p. 21s.

A 500 anni dalla scoperta. Una lettura anacronistica accusa di violenza la fede cattolica. Ma dall'identità dei missionari è nata una cultura. Dentro la storia



La storiografia protestante a partire dal secolo XVII, e poi la cultura liberal-illuminista hanno accusato la storia latino americana di tre peccati originali: la violenta colonizzazione spagnola, il cattolicesimo di cui essa era permeata e il corrotto «meticciato».
A questa storia segnata da tanta rovina si contrapporrebbe la civilizzata, pura e rispettosa presenza anglosassone e protestante.
Il protestantesimo avrebbe creato nell'America del Nord l'unica terra promessa di libertà e progresso.
Le Chiese della Riforma e le sette protestanti attuali hanno sempre considerato i popoli latino americani come non evangelizzati. Per loro il cattolicesimo è una forma sincretista e carnale di un cristianesimo pagano. Già a partire dal secolo XIX i regimi liberali hanno tentato di sradicare i popoli del continente dalle loro radici cattoliche e di aggiogarli al liberalismo protestante del Nord, con l'appoggio della cultura illuminista e del potere nordamericano.
In questo progetto ebbe un ruolo fondamentale la massoneria.
In questa prospettiva si comprendono il peso degli Stati Uniti e l'imponente pressione attuale delle sette.

500 anni di genocidio?
Si racconta che durante una visita del Santo Padre Giovanni Paolo II a uno dei paesi andini, un esponente di un collettivo «indigenista» si avvicinò al Papa e consegnandogli la Bibbia gli disse: «Prendetevi la vostra Bibbia che ci ha causato tanto dolore». Stiamo per celebrare i 500 anni dell'America Latina, ma 500 anni di che cosa? Si chiedono con ironico risentimento gli «indigenistas» e i catto-comunisti.
Per loro ciò che accadde nel 1492 sarebbe stato l'inizio di un incontro tragico tra due mondi, il principio di un genocidio con le guerre di conquista, i lavori forzati, le punizioni disumane, le malattie importate e l'evangelizzazione sotto il segno della spada.
La scoperta e la conquista avrebbero generato un sistema iniquo che dura ancora oggi. I conquistatori iberici avrebbero imposto con la forza una lingua, una cultura e una fede. «La spada che di giorno uccideva il corpo, di notte uccideva l'anima dell'indio», ha scritto uno di questi «indigenistas». Scrittori come i membri della Cehila (Commissione di Studi di Storia della Chiesa in America Latina), per citarne alcuni, non si stancano di predicare questo catechismo ideologico, fedele alla visione dialettica marxista della storia. Il premio Nobel messicano Gustavo Paz affermava non molto tempo fa che l'ultimo luogo dove sarebbe morto il marxismo ideologico sarebbero stati i pulpiti di alcuni ecclesiastici o le cattedre di alcuni di questi clerical-comunisti d'avanguardia. Questa falange di anacronistici catto-comunsti ha scoperto l'«indigenismo» più radicale, espresso molto bene nell'opera dell'uruguaiano Eduardo Galeano, Las venas abiertas de América Latina (Le vene aperte dell'America Latina), e in dozzine di articoli, libri e iniziative finanziati frequentemente dal denaro e di alcuni incauti o ingenui cattolici, soprattutto tedeschi.

Il sudario degli sconfitti
L'enorme diffusione culturale dell'ateismo in senso stretto ha portato alla totale perdita della memoria con tutte le regressioni che questo implica.
Sia la visione liberale che quella «indigenista» nascono da una stessa posizione creata a partire dall'utopia ideologica che ha generato in passato la «la leggenda nera» a proposito della presenza cattolica e iberica in America Latina e che la continua oggi con la «leggenda del buon indigeno».

Anacronismi dell'utopia
L'utopia immagina un insieme di valori che non hanno corrispondenza nella vita. E' la proiezione di un sogno, il frutto di un'ideologia. Si giudica il passato storico e lo si divide, con un criterio manicheo, in buono e cattivo a seconda che corrisponda o meno al sogno dell'utopia. Un atteggiamento di questo tipo oscura e travisa la storia. Distorce i fatti e discrimina i dati. L'utopia ha creato oggi un potere culturale trasversale che attraversa i partiti e controlla le fonti di informazione e di diffusione culturale.
Così la commemorazione del quinto centenario sta diventando, per opera degli utopisti, una grande campagna contro la fede cattolica, accusata di stermini e violenze. Tutti dimenticano che il paganesimo storico si è alimentato di riti sanguinosi che non hanno risparmiato la vita di migliaia di vittime. Si calcola che nel Messico azteco che trovò Cortés venivano sacrificate circa ventimila vittime umane ogni anno sugli altari dei templi.
Questi utopisti dell'«indigenismo» presentano gli indios delle grandi culture precolombiane distrutte dalla perfidia dei conquistatori come esseri buoni e pacifici. Si tratta di una nuova versione del «buon selvaggio» di Rousseau. L'arrivo degli invasori iberici cattolici costituì l'apocalisse di quel mondo idilliaco. Si vogliono contrapporre i cattolici spagnoli e portoghesi ai «pacifici» vichinghi del Nord, popolo pagano che avrebbe unito l'America all'Europa senza spargimento di sangue. Oltre ad essere una lettura storica molto discutibile perché la storia non è costruita semplicemente da quello che accade, ma da quello che porta un cambiamento nella vita degli uomini, questa insistenza sul «mondo pacifico e buono delle culture precolombiane» o sulla storia dei «vichinghi» nasconde la doppia menzogna di cui si è detto.

Partire dalla presenza
Il contrario dell'utopia è il realismo. [...].
Qui ha le sue radici il grande paradosso della storia di questi 500 anni che scandalizza i «nuovi farisei», come direbbe Péguy. Non tutti quegli uomini furono santi né peccatori incalliti. Missionari e scopritori, santi e conquistatori, tutti hanno un ruolo fondamentale nella storia dell'Avvenimento. Al di là di ogni giudizio manicheo, bisogna riconoscere a questi ultimi la coscienza di appartenere a una storia. La concezione cattolica del mondo ha costituito il pilastro fondamentale della personalità della maggior parte di loro, a partire dallo scopritore Cristoforo Colombo fino al conquistatore Hernàn Cortés. Non esiste contraddizione tra questa affermazione e il dire, in modo altrettanto categorico, che non erano santi. In essi a volte vediamo mischiati alla fede salda e all'umiltà, alla rassegnazione e alla generosità, l'orgoglio, l'attaccamento al denaro e ai privilegi, il sospetto, la parzialità e la ristrettezza di vedute. Come ha scritto un grande conoscitore di Colombo, P. E. Taviani, non sono stati né grandi né piccoli santi. Sono stati, in tutta la loro vita, dei convinti profondi e tenaci «defensores fidei». La presenza dell'Avvenimento nasceva, prendeva carne e riceveva la sua consistenza dalla coscienza che sia i santi missionari sia gli scopritori peccatori avevano della loro identità e della loro appartenenza alla Chiesa di Cristo. Sapevano chi erano e perché erano lì. Conoscevano anche la loro debolezza. Per questa ragione una tale identità ha potuto generare una cultura: la cultura cattolica latino-americana.

Il significato del meticciato
Nel cattolicesimo si incontrano il mondo culturale «indio-americano» e quello «latino-iberico». Il cattolicesimo non sceglie l'uno a scapito dell'altro, ma diventa un fatto significativo per entrambi. La ragione sta nella capacità del cattolicesimo di dialogare con l'umano e di dare una risposta totale alle necessità oggettive dell'uomo. E' nato così il «meticciato culturale ed etnico» generato dal cattolicesimo in una parte dell'America. Nell'altra parte la cultura protestante ha prodotto un sistema di segregazione etnica, un moralismo disumanizzante e il dominio assoluto del denaro, frutti tra l'altro di un'errata concezione della predestinazione. Il cattolicesimo, nonostante tutte le tragedie di quel momento, inaugura in America una realtà sociale nuova fondata sul mistero della comunione, dove la vita ecclesiale non considera le differenze etniche, sociali o culturali, motivo di divisione. Da qui nasce la difesa della dignità dell'indio e del suo valore assoluto come persona da parte dei missionari. Nonostante si trattasse di un incontro impari di popoli, con rotture e contraddizioni, il Vangelo è stato capace di generare una nuova cultura, come affermano i Vescovi latino-americani nel famoso documento di Puebla (Messico, 1979). Il cattolicesimo ha comunicato ai suoi missionari e agli stessi «conquistatori» una enorme capacità di autocritica riguardo alla conquista come è dimostrato dalla corrispondenza tra i missionari e la Corona, dalle polemiche tra missionari e gli «encomenderos», e dai vivissimi dibattiti sul tema in Spagna. Addirittura il re-imperatore Carlo V alla fine della sua vita è arrivato a metter in dubbio il fatto stesso della conquista e a volersi ritirare dalle Americhe. La legislazione spagnola sui diritti umani dei popoli sancita dalle «Leyes de Indias» nasce da questa esperienza cattolica.

Una esperienza comunicata
La potenza missionaria dell'annuncio non era tanto nelle parole quanto nell'esperienza comunicata. Non sempre sono stati i missionari più conosciuti dalla storiografia o quelli che hanno parlato o scritto di più, quelli che hanno saputo aiutare concretamente lo sviluppo e la libertà dell'indio, ma coloro che hanno saputo trasmettere una esperienza di libertà attraverso le opere, come ad esempio Vasco de Quiroga, contemporaneo di Las Casas. Nell'Europa medievale i monaci missionari hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di una nuova società e nel «meticciato» culturale di due mondi antagonisti. La Chiesa ha avuto un ruolo determinante poiché ha aiutato a scoprire una comunione di popoli che non sono più né romani né germanici, né nettamente slavi, ma europei. Come ci ricordano i Vescovi latino-americani riuniti a Puebla, qualcosa di simile è accaduto in America Latina ad opera dei frati missionari mendicanti (francescani, domenicani, agostiniani etc.) o dei nuovi ordini religiosi come i gesuiti: la scoperta di quella nuova cultura «meticcia» che oggi chiamiamo «latino-americana».

Vangelo incarnato
In numerosi documenti dei Vescovi latino-americani troviamo una prospettiva storica realista. In uno di questi documenti pubblicato a Bogotà nel 1976 si proponeva una rinnovata evangelizzazione facendo appello a «quasi 500 anni di predicazione del Vangelo e di battesimo generale dei suoi abitanti (...) memoria cristiana dei nostri popoli».
I Vescovi a Puebla hanno segnalato due fatti eloquenti che mostrano questo radicamento del Vangelo nella cultura dell'America Latina: la Vergine di Guadalupe che apparve nel 1531 in Messico all'indio Juan Diego, lasciandoci un «dipinto catechetico» sull'Avvenimento cristiano e la nascita dell'identità culturale latino-americana (non è plasticamente sintetizzata nel fenomeno del barocco latino-americano?). Così scrivono i Vescovi: «Con difetti e nonostante il peccato sempre presente, la fede della Chiesa ha segnato l'anima della America Latina (cfr. Giovanni Paolo II, Zapotán), caratterizzando la sua identità storica essenziale, costituendosi matrice culturale del continente, da cui sono nati i nuovi popoli. E’ il Vangelo incarnato nei nostri popoli, quello che li riunisce in una originalità storica che chiamiamo America Latina. Questa identità è simbolizzata molto chiaramente nel volto meticcio di Maria di Guadalupe che si erge all'inizio dell'evangelizzazione». Secondo i Vescovi non si può più dividere l'anima latino-americana. Per questo non si trovano vere risposte ai gravi problemi attuali riprendendo il mito del «buon selvaggio» come ce lo raffigura la storiografia utopica, né tornando in modo arcaico a un mondo precolombiano che non esiste più. «La fede è costitutiva del suo essere (dell'America Latina) e della sua identità, concedendole un'unità spirituale che permane nonostante l'ulteriore divisione in diverse nazioni, e nonostante sia colpita da difficoltà a livello economico, politico e sociale». Per questo, concludono i Vescovi latino-americani, non si possono ignorare né la storia né la sua matrice reale, superando «i pregiudizi politici delle epoche passate e le ideologie di quella presente che si sono sforzati di creare una leggenda nera intorno alla storia della Chiesa in America Latina». Il rispetto dei dati storici e uno sguardo di fede «ci invitano a vedere in questa realtà un fatto veramente salvifico». Secondo i Vescovi, nonostante la complessità dei fatti e delle componenti etniche questa è la storia reale della nascita di un popolo nuovo con un temperamento proprio che non è più né indio, né iberico, né negro. E' il popolo latino-americano. C'è un affresco del 1613 nel convento francescano di Ozumba (Messico) dove è rappresentato l'inizio della storia cristiana del continente: l'arrivo dei primi francescani, il martirio dei tre santi indios adolescenti di Tlaxcala e l'apparizione della Vergine di Guadalupe all'indio Juan Diego, dipinto con l'aureola di un santo. Circola in Messico un'altra raffigurazione della Vergine di Guadalupe. Di fronte a lei, sullo stesso gradino, sono inginocchiati l'indio Juan Diego e il primo vescovo del Messico frate Juan de Zúmarraga. Questi due quadri sono il simbolo tangibile di quanto abbiamo voluto dire.




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