Paolo Lambruschi
Metz Yeghern, il primo «grande male» del '900
Da avvenireonline del 30 gennaio 2007

Discriminazioni e stragi già in epoca ottomana, l’escalation con l’ascesa dei Giovani turchi

Il 24 aprile per gli armeni è la Giornata della memoria, in cui si ricorda l'inizio del Metz Yeghern. In quella data, nel 1915, centinaia di intellettuali e importanti esponenti della comunità armena di Istanbul vennero arrestati e condotti in luoghi da cui non fecero più ritorno. Fu l'inizio del genocidio ordinato dal movimento dei Giovani turchi, i generali nazionalisti che avevano preso il potere nel 1908.

Avevano un progetto ambizioso: riunire tutte le popolazioni lingua turca dall'Adriatico alla Cina. Incuneati tra i Turchi dell'Anatolia e quelli del Caucaso, gli Armeni erano l'unico ostacolo. Avevano costituito uno Stato da 2500 anni, furono la prima nazione a convertirsi al cristianesimo nel 301. Erano quasi due milioni, andavamo eliminati secondo un piano preciso. La questione armena, con le reiterate persecuzioni ai danni della popolazione, era già nota dalla seconda metà dell'Ottocento.

Dal 1895 al 1897 il sultano Hamid II aveva risposto alla richiesta armena di riforme e maggior tutela dei propri beni con il massacro di trecentomila persone. Il piano per la pulizia etnica fu elaborato segretamente dal nuovo regime nel 1911 a Salonnicco: prevedeva lo sterminio dei maschi giovani e adulti sul posto e la deportazione dai villaggi di donne, vecchi e bambini verso la Siria. L'inizio della Prima guerra mondiale fornì l'occasione per estirpare gli armeni occidentali dalle terre comprese tra l'Anatolia e la Cilicia. Il primo passo fu arruolare gli uomini in speciali «battaglioni operai» non armati. La motivazione ufficiale era che gli armeni, in quanto minoranza cristiana, non volevano combattere contro i loro fratelli orientali del Caucaso che si erano arruolati nell'esercito russo. Proprio la discesa in campo degli armeni dell'est a fianco dei russi diede il pretesto all'esercito turco per iniziare la strage dei «traditori» partendo da quelli sotto le armi. Poi vennero arrestati e uccisi intellettuali, dirigenti politici, sacerdoti. Donne vecchi e bambini vennero infine deportati con la scusa di spostarli dal fronte orientale, dove erano in pericolo. Contemporaneamente furono svuotate le carceri e speciali unità composte da delinquenti comuni furono incaricate di attaccare e uccidere le carovane di profughi. Nel 1922 l'operazione venne terminata.

L'obiettivo era raggiunto, lo Stato turco confiscò le proprietà degli espatriati, distribuendole ai contadini turchi. Poi partì una campagna di disinformazione. Con l'aiuto di lauti finanziamenti, ad esempio, sono state per decenni orientate in senso filo-turco le ricerche di diverse cattedre di studi mediorientali in Europa e negli Usa. L'Occidente tacque all'epoca perché aveva interesse a impadronirsi dei campi petroliferi sui territori arabi dell'ex Impero ottomano e riteneva che la Turchia, erede della Sublime Porta, potesse ergersi a baluardo contro il comunismo. La neonata Urss accettò di far cadere il silenzio sulla tragedia perché voleva estendere la sua influenza sul Caucaso. Nel 1918, con la disgregazione imperiale, si era infatti costituita la repubblica d'Armenia sui territori orientali che dal 1920 al 1989, anno dell'indipendenza, divenne una repubblica sovietica. La parte occidentale si era invece dissolta e con essa un milione e mezzo di persone. Cifra discutibile, secondo i negazionisti che la abbassano a trecentomila.

Solo Ankara può chiarire la vicenda aprendo gli archivi, ma ha forse paura della verità. Se le vittime fossero trecentomila e venisse dimostrato che il massacro non venne premeditato decadrebbero infatti i termini stabiliti dall'Onu per definire il genocidio. Intanto gli armeni superstiti si erano rifugiati in Paesi come Francia, Usa, Libano, Siria, Argentina da dove, annichiliti, tennero per sé il ricordo del genocidio, oggi riaffiorato prepotentemente con iniziative culturali anche legali come in Italia. Il grande male ha cancellato per sempre un mondo e i suoi abitanti, ma nessuno è ancora riuscito a cancellare la storia.

la preghiera L’invocazione di Giovanni Paolo II Il 26 settembre 2001, a Erevan, durante la sua visita apostolica un Armenia, Giovanni Paolo II disse questa preghiera: Ascolta, o Signore, il lamento che si leva da questo luogo, l’invocazione dei morti dagli abissi del Metz Yeghern, il grido del sangue innocente che implora come il sangue di Abele,come Rachele che piange per i suoi figli perché non sono più. Ascolta, o Signore, la voce del Vescovo di Roma, che riecheggia la supplica del suo Predecessore, il Papa Benedetto XV, quando nel 1915 alzò la voce in difesa «del popolo armeno gravemente afflitto, condotto alla soglia dell’annientamento». Guarda al popolo di questa terra, che da così lungo tempo ha posto in te la sua fiducia, che è passato attraverso la grande tribolazione e mai è venuto meno alla fedeltà verso di te. Asciuga ogni lacrima dai suoi occhi e fa che la sua agonia nel ventesimo secolo lasci il posto ad una messe di vita che dura per sempre.

Profondamente turbati dalla terribile violenza inflitta al popolo armeno, ci chiediamo con sgomento come il mondo possa ancora conoscere aberrazioni tanto disumane. Ma rinnovando la nostra speranza nella tua promessa, o Signore, imploriamo riposo per i defunti nella pace che non ha fine, e la guarigione, mediante la potenza del tuo amore, di ferite ancora aperte.




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