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Spesso,nei discorsi relativi all’immigrazione e alla società multirazziale, ci si sente dire che le correnti migratorie sono una cosa perfettamente naturale perchè sono sempre esistite e a meno che non siano causate da invasioni violente non comportano per il popolo ospite conseguenze negative. Ci assicurano che la cultura e lo stile di vita degli indigeni non subiranno mutamenti indesiderati perchè i nuovi venuti sono una risorsa economica fondamentale e si adegueranno alle costumanze e alle leggi in vigore. Nutro per questi discorsi una diffidenza istintiva. Un ostilità derivante dall’istinto che avverte un pericolo in questa mancanza di sana paura e di orgoglio. Diffidenza accresciuta leggendo il bel libro dello scrittore Michener intitolato Hawaii. Si tratta della storia delle isole Hawai dalla prima colonizzazione ai giorni nostri. Una storia interessante perchè dimostra di come un popolo possa perdere la propria terra senza subire in precedenza una conquista militare o una vera e propria invasione violenta. Guardiamo le tappe con cui si è verificata questa sostituzione vera e propria di una popolo con altri. Le isole furono colonizzate da polinesiani provenienti da Tahiti all’incirca all’epoca di Carlo Magno. Per mille anni la loro stirpe prosperò e si diffuse con pochi contatti con il resto del mondo.Nel 1778 furono scoperte dagli europei ad opera di capitan Cook che rilevò una popolazione di circa quattrocentomila persone retta da una monarchia ereditaria. Era l’epoca quella della grande espansione dei missionari europei.Finanziati dalle loro chiese i missionari si recavano nei paesi esteri a convertire le popolazioni e prepararle ad una nuova mentalità. Le Hawaii furono toccate dai missionari provenienti dalla Nuova Inghilterra ,quella zona degli USA abitata sopratutto da protestanti,con una forte presenza dei calvinisti. Infatti furono proprio i congregazionalisti,seguaci di Calvino,ad essere inviati alle isole il primo settembre 1821.Sbarcarono alle isole Maui e grazie alla preponderanza tecnologica degli americani ,che gli indigeni vedevano arrivare su grosse navi,il prestigio dei missionari e della loro religione crebbe notevolmente. E nonostante che essi subito presero a disprezzare i riti e i sacrari degli hawaiani la reazione non fu di rivolta ma di paura.I membri della classe dirigente hawaiana,chiamati Alii ,cercarono l’amicizia con gli estranei e un compromesso con la loro religione per accattivarsi il loro Dio,che essi erano disposti ad adorare,anche se assieme agli altri dei. Gli hawaiani erano gente semplice e primitiva,incapaci di dialettica contro la religione dei premi e delle punizioni. Erano superstiziosi e la loro pratica era quella di ingraziarsi tutti gli dei possibili.I missionari cominciarono ad aprire scuole e i figli dei nobili presero a frequentarle. I missionari tra le altre cose instillarono negli indigeni nuovi bisogni e nuove vergogne.Per esempio fecero credere che il nudismo era una colpa grave e che vestirsi era necessario,possibilmente secondo le mode del New England. Da qui il bisogno di tessuti e stoffe. Uno dei congregazionalisti,un certo Abner Hale ,progenitore di una famiglia destinata a grande successo nelle isole,organizzò un commercio di tapa(materiale usato per calafatare),olona,maiali,manzo selvatico.Materiali portati dagli indigeni prestati come manodopera servile dalla nobiltà locale al reverendo.E da lui venduti alle navi di passaggio lungo la rotta del Pacifico.In cambio ebbe quantità di stoffe per vestire tutti i nudisti. Da qui la religione e i buoni affari si unirono in una combinazione fatale agli indigeni. Ma una minaccia ben più diretta arrivò dalle malattie importate dagli europei. Nel 1828 un altro missionario,il dottor Whipple,rilevò che quando il capitan Cook scoperse quelle isole cinquantanni prima gli abitanti erano quattrocentomila e adesso si erano ridotti a centotrentamila.Morbillo ,sifilide e altri malanni decimarono gli indigeni.Nel 1832 il morbillo eliminò un terzo della popolazione. Nonostante ciò la popolazione non riuscì neppure a concepire un piano di riscossa contri i nuovi arrivati. La loro tradizionale ospitalità gli impediva tutto ciò. Il loro modello familiare non prevedeva neppure una distinzione netta tra i propri figli e quelli degli altri,tra la propria moglie e le altrui. Uomini senza gelosia e avidità,generosi e amichevoli,sembravano l’incarnazione perfetta del buon selvaggio. Ma tale liberalità li stava uccidendo. Secondo la mentalità umanitaria hawaiana i figli erano di tutti non derivando tanto da legami di sangue ma di affetto e tenerezza.La causa della decadenza di quel popolo fu appunto la scarsa possibilità di stabilire un confine tra amico e nemico,tra tuo e mio. Intanto i furbi missionari sposarono le donne nobili del posto divenendo comproprietari di estese porzioni di terreno. La loro reazione di fronte allo spopolamento indigeno fu di …..importare manodopera dall’estero. Nonostante l’estrema ospitalità ricevuta gli yankees disprezzavano le usanze hawaiane,puntando sopratutto sui punti che ad un occidentale sarebbero sembrati osceni tra cui il matrimonio tra fratello e sorella dei nobili e l’eutanasia dei neonati deformi. La coscienza era a posto e la morale tranquilla. Nel 1830 nacque la prima ditta di navigazione,la Janders & Whipple.I regnanti locali lasciarono fare. Pensarono che in fondo gli americani non facevano niente di male con le loro ditte. Anzi creavano ricchezza ,senza toglierla agli indigeni tradizionalmente dediti alla pesca. Nel 1865 la compagnia di navigazione Hoxworth & Hale cominciò ad organizzare la grande migrazione cinese. Ingaggiati dapprima come lavoratori nelle piantagioni divennero grazie alle capacità lavorative e commerciali indispensabili all’economia locale.Ben presto il dottor Whipple sul Mail di Honolulu affermò che quella era un’immigrazione di stanziamento vista la grande propensione al lavoro dei cinesi.E quindi al profitto dei propietari. Inoltre i cinesi,sposandosi con hawaiane disponibili cominciarono a possedere terre e proprietà immobiliari. E di fatto a far parte della comunità americana delle isole laddove gli indigeni ne erano sempre rimasti ai margini.Ciò perchè per l’economia erano più importanti.E ,caso strano,quegli stessi missionari che avevano combattuto gli dei pagani hawaiani ora accettavano tranquillamente confucianesimo e buddismo. Ma si sa che anche Dio ama i buoni affari. Nel 1878 gli indigeni rimasero in 44mila.Ormai erano minoranza. Ma si cullarono pensando che comunque a comandare erano loro perchè la nobiltà era sempre formata dagli alii e il re un puro hawaiano. Che poteva importare a loro se nelle città ormai erano esclusi ? E se nelle terre coltivabili lavoravano cinesi. A cui nel 1880 si aggiunsero giapponesi e più tardi filippini. I giapponesi sopratutto si rivelarono micidiali per gli indigeni poichè la loro propensione al lavoro e la fedeltà alle autorità era tale da rendere il loro ingaggio richiestissimo. La situazione era matura per l’atto finale. Che prese l’avvio da una decisione del governo USA del 1892.Bisogna sapere che nel 1876 un accordo conchiuso con gli Stati Uniti prevedeva l’esportazione di merci hawaiane senza dazio in cambio dell’utilizzo della base navale di Pearl Harbour da parte di navi da guerra americane.Ma nel 1892 i latifondisti della Luisiana e del Colorado fecero revocare l’accordo del libero scambio per fermare la concorrenza relativa al commercio dello zucchero,che le Hawaii esportavano in abbondanza. I notabili delle grandi famiglie calviniste si accorsero allora che sarebbe stato opportuno fare a meno della monarchia “corrotta” per stabilire una democrazia il cui primo atto avrebbe dovuto essere l’unione con gli USA..Uno degli Hewlett ,il più forte proprietario di piantagioni propose:”dobbiamo cercare di tirare in ballo il concetto di democrazia,dobbiamo far credere che i liberi americani di queste isole sono stufi di vivere in una monarchia corrotta”. Un soprassalto di orgoglio venne allora dal governo hawaiano . A dire la verità la monarchia non era mai stata forte.Congiure e deposizioni di re erano un fatto abbastanza comune e i consiglieri delle famiglie ricche di origine missionaria detenevano di fatto le redini.Nel 29 gennaio 1891 andò al potere la regina Liliuokalani,donna forte e autoritaria,ammiratrice della regina Vittoria.Ma giunse al potere quando le esportazioni di zucchero divennero le vere fornitrici della ricchezza dell’isola. Cercò di guerreggiare contro di esse,contro i missionari e contro le idee repubblicane,ormai dilaganti nell’isola a causa delle lotte tra i nobili locali.Ma ormai era troppo tardi.Per troppi decenni ormai avevano lasciato che il potere economico finisse in mano a genti straniere.Il 15 gennaio 1893 le truppe americane sbarcarono dalle navi da guerra e occuparono Honolulu per “proteggere” i cittadini americani .Dopo un po di tergiversazioni da parte del Presidente americano,dovute più che a scrupoli alle pressioni dei concorrenti economici degli esportatori hawaiani,le isole divennero possedimento il 12 agosto 1898. Una nuova legislazione diede il potere ai ricchi anche ufficialmente in quanto il diritto di voto era stabilito per censo. Quando il 12 marzo 1959 le isole divennero il cinquantesimo Stato dell’unione oramai gli indigeni erano dei poveri emarginati,ridotti a piccola minoranza costretta a vivere di espedienti. Buffoni per turisti,i più fortunati. E all’ultima regina non rimase che viaggiare per gli USA in una specie di esilio . Non fu ne imprigionata ne eliminata.Non ce ne fu bisogno. Oramai era solo il simbolo di un popolo morto lentamente. Di indolenza.E ospitalità. Certo,al termine di questo breve excursus sulla storia hawaiana direte che tra europei e isolani c’è una bella differenza. Ma pensateci bene. E’vero o che le ideologie maturate da tanti secoli a questa parte,chiedono la fine dell’istintiva nozione di CONFINE,tra un popolo e l’altro ?
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