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La morte di don Oreste Benzi, al di là dell’ovvio e caduco chiasso massmediale che la seguirà, deve ispirare ai Cattolici ancora dotati del coraggio dell’intransigenza riflessioni doppiamente confortanti. Chi scrive, come tutti i riminesi, l’ha conosciuto “sul campo”, ossia sulla strada. E ha imparato a rispettarlo sempre, anche quando le sue parole (o più spesso le posizioni ufficiali delle strutture da lui fondate) non ci sembravano condivisibili; il che capitava abbastanza spesso, ma meno spesso di quanto accadesse il contrario. L’intransigenza della Fede Cattolica in don Oreste è sempre stata una evidenza plastica. “Sì sì, no no”, ché il di più appartiene al diavolo. Comunque retto nel procedere, e fino in fondo, senza rispetto per schemi e ideologie, per costruzioni umane arroganti e vacue. Don Oreste era “di destra” o “di sinistra”? E’ stato più importante il don Oreste che ha allevato dentro la sua comunità, la “Giovanni XXIII” un bel numero di amministratori della nostra sinistra o il don Oreste che, fino alla fine, fino a pochi giorni prima del suo ritorno a Casa, voleva recarsi al cimitero della città per pregare per le vittime del grande genocidio dei nostri giorni, le migliaia di bambini sacrificati nel silenzio, sotto i nostri occhi, non più agli idoli della razza o della classe ma quelli dell’egoismo borghese eretto a sanguinante feticcio dell’Occidente? Questi volti sono separabili? O sono solamente due tessere di un mosaico ben più ampio, che fiorisce su questa terra ma ha radici in Cielo? Don Oreste fino alla fine ha seminato Amore senza ritegno né sosta alcuna. Amore non per l’umanità che non esiste, astratta e retorica, ma per gli uomini e le donne concrete; iniziando da chi aveva più bisogno degli altri, nel momento in cui il loro bisogno urlava. Prostitute, handicappati, drogati, malati di mente; anziani soli e giovani abbandonati alla disperazione del proprio vuoto. Bisogni materiali e sociali, certamente; ma non solo; chi si è sforzato di ridurlo a distributore di generi di conforto si è “dimenticato” il suo essere caparbiamente Cattolico, e – non a caso - l’opera che egli ha dedicato alle vittime delle Sette; anzi, in una Rimini in cui il neospiritualismo continua a mietere vittime e sofferenza, la Comunità di don Oreste è stata la prima realtà ecclesiale che ha compreso questa urgenza e questa sofferenza, operando di conseguenza; e una delle consolazioni che la sua morte ci lascia è la testimonianza di vita del giovane sacerdote che, in ciò, ne ha raccolto la tonaca lisa, don Aldo Buonaiuto. A 82 anni don Oreste ha avuto la Corona della Vittoria. Ha attraversato questo mondo conservando la Fede e cambiando il cuore delle persone. Ha immerso le mani nella realtà ed aperto 200 case famiglia, 6 Case di preghiera, 7 Case di fraternità, 15 Cooperative sociali, 6 Centri diurni per persone con gravi handicap, 32 Comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti, una "Capanna di Betlemme" per i barboni, salvato migliaia di persone sole, disperate, schiave delle droghe e del racket della prostituzione. La Comunità Papa Giovanni XXIII è oggi presente con progetti e opere di carità in Albania, Australia, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Croazia, India, Italia, Kenya, Romania, Russia, Tanzania, Venezuela e Zambia. Ma tutto ciò è stupenda conseguenza. Conseguenza di un rapporto personale con il Padre che cambia la faccia del mondo. Oggi, come al tempo di Gesù Cristo, la Verità riesce a camminare sulla terra con le gambe di uomini piccoli e buffi, come tutti noi. E cambia uomini e cose. Per questo la sua morte è occasione per noi di una singolare felicità: la sua strada, quella che corre verso la Santità, è sempre aperta, persino per tutti quanti. Don Oreste Benzi, atleta Christi, l’ha percorsa con la falcata immensa del fuoriclasse. Vale ancora oggi la pena di provarci? Sì. Assolutamente sì. E tocca a noi, ad ognuno di noi.
Per il GRIS (Gruppo di Ricerca ed Informazione Socio-Religiosa) della Diocesi di Rimini Il Responsabile - Adolfo Morganti
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