Francesco Paderi
A dieci anni dal genocidio in Rwanda
 
gennaio 2004

Ora possiamo dire con certezza che il massacro di migliaia di rwandesi fu un avvenimento complesso, premeditato, tipico crimine di guerra e contro l’umanità, e che fu una delle pagine più buie del ventesimo secolo. Ma, in modo il più possibile distaccato, proprio per cercare di impedire che tali avvenimenti si verificassero ancora, gli studiosi, durante questi dieci anni, hanno cercato di capire come questo terribile genocidio possa essere avvenuto, indagando sulle cause storiche politiche, sociali, economiche, internazionali e antropologiche dell’evento.

Si è parlato spesso, durante il novecento, di genocidi. Ogni volta, la prima frase che ci veniva in mente era mai più. Si riteneva che il genocidio di cui si parlava fosse l’ultimo, che dopo quell’ultimo tutto sarebbe cambiato, gli uomini sarebbero cambiati, avrebbero avuto coscienza di come erano caduti in basso e si sarebbero impegnati perché simili tragedie non si ripetessero più. Si trattava di prese di posizione di principio in un certo senso abbastanza semplici, perché si pensava che eventi così terribili fossero lontani nel tempo, e soprattutto che nessun uomo arrivasse mai a ripetere simili ignominie. Invece l’ultimo, terribile genocidio è stato perpetrato solo dieci anni fa, in Rwanda, un piccolo paese africano, tra il sette aprile e il quattro luglio, tra la pressoché totale indifferenza del resto del mondo.

Allora le alternative sono due: o si tratta di frasi senza alcun senso, o dobbiamo moltiplicare gli sforzi per combattere contro chi massacra i propri simili, se non altro facendo conoscere a tutta l’opinione pubblica simili spaventosi eventi.

In cento soli giorni, furono uccise quasi un milione di persone. Da molte parti l’evento fu liquidato come l’ennesimo scontro tribale tra due popoli rivali, gli Hutu e i Tutsi, uno dei tanti massacri causati dalla povertà e dal sottosviluppo in Africa. Raramente qualche giornale, o qualche isolato studioso tentarono un’analisi un po’ più approfondita dei fatti. In quei cento giorni, non c’erano corrispondenti stranieri che potessero testimoniare al mondo che si stava consumando una strage, né c’erano molti altri, perché quasi tutti erano stati evacuati. Forse si parlò di più quando migliaia e migliaia di Tutsi scapparono nel territorio della Repubblica Democratica del Congo: allora si parlò dell’emergenza-profughi e del pericolo di epidemie, ma pochi si posero il problema del perché migliaia di persone fuggivano dal proprio paese.

Ora possiamo dire con certezza che il massacro di migliaia di rwandesi fu un avvenimento complesso, premeditato, tipico crimine di guerra e contro l’umanità, e che fu una delle pagine più buie del ventesimo secolo. Ma, in modo il più possibile distaccato, proprio per cercare di impedire che tali avvenimenti si verificassero ancora, gli studiosi, durante questi dieci anni, hanno cercato di capire come questo terribile genocidio possa essere avvenuto, indagando sulle cause storiche politiche, sociali, economiche, internazionali e antropologiche dell’evento.

Due false identità

Per sgombrare il campo da difficoltà ed incomprensioni, dichiaro subito che si intenderà qui per “etnia” un gruppo con una determinata lingua, una cultura, abitudini comuni e un territorio utilizzato in comune. Ebbene, se ci atteniamo a questa definizione, Hutu e Tutsi non sono due etnie differenti. Le loro identità sono state costruite artificialmente.

Possiamo affermare, in modo generale, che nel regno del Rwanda precoloniale gli Hutu rappresentavano i gruppi socioeconomici legati all’agricoltura, mentre i Tutsi erano legati all’allevamento. Se per caso un Hutu aveva certi incarichi o cambiavano i suoi interessi economici, diventava un Tutsi, e viceversa. In particolare i capi e le autorità locali erano indifferentemente sia Tutsi che Hutu.

Solo con la colonizzazione assistiamo alla cristallizzazione delle etnie. I tedeschi prima e i belgi poi, per facilitarsi il compito di amministrare territori vasti e in parte sconosciuti, pensarono bene di crearsi un gruppo amico che facesse da tramite fra loro e le popolazione africana. Ecco quindi la creazione dei Tutsi come etnia nobile, dominante e minoritaria. I Tutsi erano considerati dei veri africani, perché erano dei “camitici”, altro gruppo creato artificialmente, che provenivano dall’Etiopia (migrazione assolutamente non dimostrata, e che comunque sarebbe dovuta risalire a centinaia di anni addietro). Fu anche creata una differenza fisica nei fatti inesistente: i Tutsi erano, secondo i colonizzatori, più alti e la loro carnagione era più chiara. Gli Hutu, invece, vennero considerati la razza inferiore: erano rozzi e poco intelligenti. Negli anni trenta fu riorganizzata l’amministrazione della colonia e ad un’élite di Tutsi vennero attribuiti poteri che non avevano mai avuto prima: furono loro devoluti molti poteri a livello locale, controllavano le coltivazioni, reclutavano la manodopera. Gli Hutu, invece, erano discriminati, sfruttati, e non potevano accedere alle cariche pubbliche. Nel 1933 fu istituita la carta d’identità obbligatoria con l’indicazione dell’etnia: la vita di tutti i rwandesi era segnata fin dalla nascita .

Le vicende del Rwanda fino al 1990

Alla fine degli anni cinquanta cominciarono a diffondersi in Rwanda come nel resto dell’Africa movimenti indipendentisti, con la differenza che nel paese gli Hutu si organizzavano per ribellarsi sia alla colonizzazione che alle disuguaglianze nei confronti dei Tutsi, visti molto spesso anch’essi come parte della minoranza sfruttatrice.

Nel 1959 scoppiò la rivoluzione Hutu. Centinaia di Tutsi vennero uccisi o costretti a riparare nei paesi vicini. Nel 1962 il Rwanda ottenne l’indipendenza e divenne una repubblica. Il presidente era Hutu. Dal 1962 al 1994 rimasero al potere élite Hutu, poche famiglie che si spartivano le alte cariche politiche ed economiche. I diritti civili e politici erano negati.

In quegli anni furono attuate politiche di discriminazione nei confronti dei Tutsi, che vennero usati come capri espiatori per tutti i mali, per mascherare le inefficienze e la corruzione dei governi. Vi furono periodi di forte repressione e conseguenti fughe di centinaia di Tutsi verso Uganda, Burundi e Zaire. In Uganda fu fondata, nel 1986, la più importante organizzazione politica di rifugiati Tutsi, il Fronte Patriottico Rwandese (FPR), al quale aderirono anche molti Hutu che erano fuggiti dal paese in quanto oppositori della dittatura .

L’acuirsi della crisi

Dal 1990 al 1994 la crisi del regime autoritario divenne evidente e degenerò. Nel 1990, infatti, in seguito alle pressioni della comunità internazionale e ai cambiamenti in atto in tutta l’Africa, il regime fu costretto a cominciare un processo di transizione verso la democrazia. Fu permessa la nascita di organizzazioni politiche, e si formarono immediatamente partiti, associazioni, organizzazioni della società civile; nacque, inoltre, sia pure con difficoltà, una stampa libera.

In questo fermento, il FPR ritenne che fosse giunto il momento di combattere direttamente il regime e le sue truppe invasero il paese dando inizio ad una guerra civile. Occorre notare che il regime era debole anche perché da qualche mese era in atto una crisi economica particolarmente grave, provocata dalla caduta dei prezzi del caffè, principale prodotto di esportazione, e dalle spese sempre più alte per gli armamenti.

Fu ben presto avviato un processo di pace e fu instaurato un governo di transizione multipartitico. Ma il regime Hutu aveva già pensato ad una diversa, estrema soluzione per mantenere il potere: organizzare un genocidio di Tutsi, attraverso il quale si sarebbero potuti eliminare anche gli oppositori politici Hutu e il FPR non avrebbe più trovato alleati.

I quattro anni precedenti il genocidio furono anni di puro terrore. La popolazione cominciò a comprare armi, diventate improvvisamente disponibili sul mercato, incoraggiata dalle autorità. Ogni giorno sparivano esponenti dell’opposizione, giornalisti, membri di varie associazioni, comuni cittadini. Massacri di Tutsi, con conseguenti saccheggi e stupri, divennero comuni. Questi episodi vennero ripetutamente denunciati dalle associazioni dei diritti umani e da stranieri che passavano in Rwanda, ma furono pressoché ignorati dalla comunità internazionale .

Il genocidio

La scintilla che fece esplodere la crisi finale fu l’esplosione dell’aereo presidenziale vicino all’aeroporto di Kigali, il 6 aprile 1994. Non si sa ancora se si trattò di un attentato, e, in questo caso, chi lo organizzò. Il presidente Juvénal Habyarimana morì, insieme al presidente del Burundi. Pochi minuti dopo l’esplosione ebbero inizio i massacri. I primi ad essere uccisi furono i più importanti esponenti dei partiti, avvocati, giornalisti, esponenti delle associazioni a difesa dei diritti umani e della Chiesa cattolica. Si trattava di Hutu e Tutsi indifferentemente. Poi i massacri si allargarono a tutta la popolazione Tutsi. Nel giro di pochi giorni il paese diventò teatro del terzo genocidio del secolo.

Le statistiche sono particolarmente agghiaccianti: in tre soli mesi, furono uccise dalle 800.000 a 1.000.000 persone, e quasi tre milioni di persone fuggirono verso i paesi confinanti; due milioni furono invece i profughi interni. Si tratta del genocidio con il più alto numero di vittime in rapporto al tempo impiegato.

Non c’è dubbio che si tratti di un genocidio, che, secondo, la definizione ufficiale dell’ONU, è un atto commesso con l’intento di distruggere interamente o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Piuttosto è da considerarsi qualcosa di originale, nel senso che per la prima volta venne usata come agente del genocidio l’intera popolazione dello stato trasformata in una grande massa di assassini. Da tempo era in atto una vasta operazione di propaganda contro i Tutsi, soprattutto ad opera delle radio di regime. Gli Hutu vennero convinti che i Tutsi erano nemici particolarmente pericolosi da eliminare, altrimenti avrebbero ridotto in poco tempo tutti gli Hutu degli schiavi.

Naturalmente la popolazione venne aiutata ed appoggiata da esecutori per così dire “istituzionali” o “ufficiali” del genocidio: l’esercito, la Guardia Presidenziale, e i membri del Comité pour la défense de la république, veri e propri squadroni della morte, formati dagli Hutu più fanatici. Ma soprattutto le autorità locali: prefetti, sindaci, vigili urbani. Sapevano chi erano i nemici, soprattutto Tutsi, da uccidere, e informavano dei loro indirizzi e delle loro abitudini i massacratori.

Occorre ricordare qui anche tutte quelle persone, difficili da quantificare, ma sicuramente parecchie migliaia, che non si fecero convincere dalla propaganda, che non credettero mai alle teorie razziste, e aiutarono i Tutsi, molto spesso sacrificando le proprie vite. Si trattava soprattutto di gente comune, che non era disposta ad uccidere i propri amici ed i propri vicini, ma non mancarono anche stranieri, i pochi cooperanti rimasti nel paese (tutti gli altri, uomini d’affari e diplomatici, erano da tempo fuggiti); ma soprattutto, l’unica organizzazione capillare capace di opporsi in qualche modo ai massacri fu la Chiesa cattolica: migliaia di preti e parrocchiani cercarono di aiutare i Tutsi a fuggire, li nascosero nelle chiese e negli oratori, fecero di tutto per salvarli, e molti pagarono con la propria vita.

Il FPR reagì attaccando in forze e il 4 luglio 1994 occupò Kigali. Cominciò allora un nuovo esodo, degli Hutu più compromessi con il regime, che scapparono a migliaia verso il Congo .

La (non) reazione della comunità internazionale

La comunità internazionale ha particolarmente brillato per la sua assenza, cosa molto grave in un tempo in cui le informazioni viaggiano molto velocemente, e dunque era impossibile ignorare sia il genocidio, sia la sua meticolosa preparazione. Il capo della missione dell’ONU per l’assistenza al Rwanda, nel paese dalla fine del 1993, Romeo Dallaire, aveva più volte lanciato appelli perché si intervenisse per impedire la carneficina, anche con un rafforzamento del contingente militare ed il permesso ad usare la forza. La stessa cosa fecero i rappresentanti delle ONG presenti in Rwanda. Come risposta, il Consiglio di sicurezza, il 21 aprile 1994, decise di ritirare il suo contingente militare, in quanto si era in un contesto di guerra civile.

Davanti all’evidenza del genocidio, il 17 maggio, l’ONU decise di inviare in Rwanda un contingente (comunque insufficiente) di 5.500 uomini, ma perse tanto di quel tempo per organizzare la spedizione che i soldati arrivarono nel paese solo il 22 agosto, a genocidio ormai consumato.

Va sottolineato anche il ruolo della Francia nel non intervento. Si trattava di un partner storico del regime rwandese, che aiutava economicamente e militarmente. Cercò di ritardare la missione dell’ONU ed invece inviò un suo contingente militare la cui missione fu denominata Operation Turquoise, alla fine di giugno. L’operazione fu molto contestata: infatti i militari francesi agirono in una zona particolare del paese, creando, sì, una protezione per una piccola parte della popolazione Tutsi, ma anche un corridoio per gli esponenti politici e militari Hutu in fuga.

Anche il Belgio ebbe un suo ruolo. I suoi uomini all’interno della missione militare dell’ONU erano i meglio equipaggiati ed addestrati. Dopo l’uccisione di sei soldati, durante i primi giorni del genocidio, fu deciso il ritiro di tutti i militari belgi, indebolendo così le truppe già insufficienti.

Pochissimi furono gli articoli e i reportages sui massacri in atto nei media occidentali, e l’importanza data alle vicende del Rwanda nell’estate del 1994 non fu minimamente paragonabile con quella data ai campionati mondiali di calcio negli Stati Uniti .

Conclusioni

Come si è detto, l’unica cosa da fare è moltiplicare gli sforzi per impedire ancora simili barbarie. Bisogna, per esempio, continuare a studiare per cercare di capire come uomini comuni si sono trasformati in feroci assassini, come siano stati manipolati perché uccidessero i loro vicini e i loro amici. Bisogna cercare di capire, inoltre, perché ci sia stata tanta ferocia, perché i Tutsi siano stati uccisi nei modi più crudeli, tra le più grandi sofferenze, spesso davanti ai loro familiari.

Poi bisognerebbe studiare perché nel mondo occidentale, industrializzato e globalizzato, la strage sia stata praticamente ignorata, perché migliaia di persone hanno girato il volto per non vedere, perché non si è cercato di fermare un genocidio, che, come abbiamo visto era annunciato da tempo.

Solo riflettendo su questi fenomeni, parlandone ancora, facendo conoscere alla maggior parte delle persone che possiamo raggiungere questa triste storia, informandoci ancora, leggendo le testimonianze dei sopravvissuti, potremo dare un senso alla nostra affermazione iniziale, a quelle due parole che ci martellano la mente: mai più .

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