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| Vorrei parlare della situazione del Sudan, in cui si svolge una guerra che non è conosciuta dalla maggior parte degli italiani, e possiamo dire anche dall’opinione pubblica europea . (1) Il Sudan è il paese più esteso dell’Africa (circa due milioni e mezzo di chilometri quadrati, l’8,3% del continente, con oltre trentatré milioni di abitanti). Ma purtroppo esso “vanta” anche un altro triste record: si tratta del paese in cui si svolge la guerra più lunga del ventesimo secolo (che continua nel ventunesimo): si combatte ormai, infatti, con qualche fragile tregua, dal 1956. Vi prego di riflettere su questo dato: vuol dire che molti sudanesi hanno conosciuto solo la guerra, non vivono che dentro questa realtà. Anche il numero delle vittime è da primato: dalle stime che sono state fatte dovrebbero essere circa due milioni, mentre oltre quattro milioni e mezzo sono i rifugiati o comunque le persone che si sono trasferite forzatamente per cercare di salvare la propria vita. Vorrei anche parlare in particolare della lotta che sta conducendo l’etnia Nuba, un’etnia che è in primo piano nella storia africana, che ci ricorda una storia gloriosa ed una grandissima arte, ma che oggi è assediata ed isolata. Si tratta di un genocidio che si sta compiendo tra l’indifferenza dell’opinione pubblica, che si conosce solo dalle testimonianze dei pochi (missionari, ONG) che hanno la possibilità di recarsi laggiù. Un altro problema che si può analizzare a parte è quello delle popolazioni della regione del Nilo Azzurro, al confine con l’Etiopia, dove c’è una guerra in corso, con mezzi pesanti e mine anti-uomo. Non si potrà poi trascurare il genocidio in atto nel Darfur, di cui si parla molto (ma mai abbastanza) ultimamente a causa dell’inaudita violenza che lo contraddistingue. La guerra civile, almeno in quest’ultima fase, dura dal 1983. Si battono l’esercito popolare di liberazione del Sudan (conosciuto con la sigla inglese SPLA) e le truppe governative. Si battono il nord musulmano sunnita (70% della popolazione) e il sud composto da animisti (20%) e cristiani (10%). Vari sono i motivi del conflitto: le sue radici sono religiose innanzitutto, ma anche economiche, politiche e culturali. E’ sempre esistita una profonda differenza tra il nord arabo-musulmano ed il sud nero-africano, animista e cristiano. Infatti il sud è sempre stato considerato inferiore ed infedele, riserva di schiavi per i ricchi commercianti arabi. Prima era sfruttato a causa delle sue terre, più fertili . (2) Ora un elemento nuovo è dato dai suoi giacimenti petroliferi. Si tratta di un’arma, nelle mani del governo, che è entrata prepotentemente nel gioco funesto della guerra. L’economia del paese si basa comunque soprattutto sull’agricoltura (metà circa del prodotto nazionale lordo), che produce soprattutto sorgo e cotone, e sull’allevamento di bovini e ovini. Diamo un breve sguardo alla storia del Sudan: alla fine del diciannovesimo secolo il Sudan era sotto il dominio egiziano, quindi ancora, nominalmente, dell’Impero Ottomano. Una delle attività economiche più redditizie era il commercio degli schiavi: i mercanti si rifornivano in Sudan di giovani da esportare nella penisola araba o verso la corte di Istambul. Uno degli episodi più conosciuti della storia sudanese è quello del periodo di dominio di Mohammed Ahmed ibn al Sayyid, che nel 1891 si proclamò Madhi, inviato di Dio, e diede avvio ad una guerra santa che mise in seria difficoltà gli inglesi, che avevano cominciato ad introdursi nel paese, diventandone poi la potenza dominante (creando poi nel 1899 un “condominio anglo-egiziano”). Ancora prima dell’indipendenza cominciò la ribellione del sud, attraverso il movimento Anya-nya, che si rivoltò contro il governo nel 1955. Il primo gennaio 1956 fu proclamata l’indipendenza. Tuttavia, essa fu concessa in modo affrettato perché gli inglesi volevano ingraziarsi l’Egitto: il nord era già pronto, il sud no . (3) La storia del paese dopo l’indipendenza ha la caratteristica di non avere mai conosciuto un regime che non fosse autoritario. Già nel 1958 si dovette registrare il primo colpo di stato militare, ad opera del maresciallo Abbud, poi un altro nel 1964 portò al potere il generale Jaafar Mohamed Nimeyri. Il conflitto tra nord e sud finì provvisoriamente nel 1972 con gli accordi di Addis Abeba, che fecero finire la rivolta degli Anya-nya, e dichiararono che sarebbe sorto un nuovo Stato laico, con una larga autonomia per il sud, sancita da una nuova Costituzione. Nel 1979 Nimeyri venne rieletto presidente dal congresso del partito unico (l’Unione Socialista Sudanese), come si usava in Africa in quegli anni. Sempre nello stesso periodo si impose la figura di Hasan Al Turabi, che si impose come l’ideologo più importante del partito e del governo, accentuando il fondamentalismo islamico. Nel 1983, come si è detto, è cominciata una nuova fase, dopo l’adozione della Sharia come legge. E’ discusso cosa si intenda veramente con il termine “Sharia”, che può essere inteso in vari modi. Per intenderci su questo punto mi riferirò ad una dichiarazione pubblica di Nimeyri quando la decisione del governo fu resa pubblica. Egli fece alcuni esempi pratici, che sonno sufficienti più di qualunque ragionamento politico-filosofico per capirne l’iniquità: flagellazione per consumo di alcool, amputazione della mano destra in caso di rapina, lapidazione per adulterio, decapitazione in caso di omicidio. Il motivo addotto dal governo era che c’era nel paese troppa criminalità, e che non c’era niente di meglio che la Sharia per prevenirla. La nuova legislazione fece nascere nuove tensioni a sud, perché le minoranze non musulmane capirono che ogni possibilità di miglioramento e di arrivare ad una parità dei diritti si allontanava con la nascita di un potere fondato sulla religione musulmana. Nel 1985 un nuovo colpo di stato portò al potere un consiglio militare provvisorio. Nel 1986 il consiglio indisse le elezioni. Vinse una coalizione composta dal partito Umma e dal Partito Democratico Unionista, che formò un governo. Nel 1988 si aggiunse alla compagine governativa il partito religioso tradizionalista Fronte Nazionale Islamico. Nel 1989 ha preso il potere Omar Ahmad Al Bashir, dopo che il parlamento aveva accettato un accordo tra i combattenti del sud e il Partito Unionista Democratico, poi uscì dal governo. I partiti vennero sciolti, ma gli uomini politici più importanti dei governi furono soprattutto ex esponenti del Fronte Nazionale Islamico. Venne promossa una strategia che confermava l’applicazione della legge islamica e che rilanciava il processo di arabizzazioine ed islamizzazione forzata del paese, e le violazioni ai diritti umani divennero sempre più consistenti e preoccupanti. Il potere fu mantenuto in modo ferreo: nel 1990 furono giustiziati ventotto ufficiali, perché sospettati di preparare un colpo di stato. Il nuovo governo si trovò comunque sempre più isolato a livello internazionale, a causa della sua chiusura e delle sue leggi dittatoriali e di tipo esclusivamente religioso e del sostegno che dava a noti terroristi fondamentalisti islamici. Gli unici stati che mantennero buone relazioni con il Sudan e che lo aiutarono furono Cina e Iran . (4) Nel 1991 il Sudan si dichiarò solidale con l’Iraq durante la prima guerra del Golfo. Intanto il fronte dei combattenti del sud si divise: le etnie Shiluk e Nuer si separarono, e si ebbero anche dei combattimenti intestini. Nel 1999 il parlamento fu sciolto e Turabi fu estromesso dal governo. Nel 1994 si ebbe il primo tentativo di arrivare ad una pace negoziata: in seguito a colloqui, le due parti accettarono una dichiarazione di principi che presupponeva la laicità dello Stato e il diritto di autodeterminazione per il sud. Da allora sono stati molti i tentativi, con vari mediatori, di porre fine alla guerra: ma i colloqui che si tentano faticosamente di mettere in piedi tra ribelli e governo si concludono con la definizione “senza progressi sostanziali”. Sembra un copione che si ripete: nel 1999, nel 2000, nel 2001, nel 2003, e solo qualche mese fa si è arrivati ad una pace molto precaria. Le controversie principali riguardano la separazione tra Stato e religione, la definizione dei confini tra nord e sud, una forma di autonomia ed autodeterminazione per il sud. In genere ad incontrarsi sono una delegazione del governo ed una del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese (braccio politico del SPLA). Un’organizzazione internazionale che si è data attivamente da fare per portare a colloqui di pace è l’Inter-Governmental Authority for Development (IGAD), un’organizzazione regionale di cui fanno parte Eritrea, Etiopia, Kenya, Uganda, Gibuti, e, almeno formalmente, vista la caotica situazione di quel paese, la Somalia, ma la sua azione non sembra smuovere dai suoi scopi il governo sudanese. Il presidente Bashir appare più propenso ad ascoltare Hosni Mubarak, che, come sempre ha fatto l’Egitto, vuole controllare il Sudan, ed in misura minore l’Uganda e l’Etiopia, per avere sempre il controllo delle acque del Nilo. Un altro uomo politico che ha un certo credito è il presidente libico Gheddafi. Negli ultimi anni Bashir ha sempre cercato di proporsi nella comunità internazionale con un’immagine accettabile, per cercare di rompere l’isolamento che il paese subiva a causa dei continui disordini, per esempio con la parziale conciliazione, all’inizio del 2000, con Hassan Al Turabi. Tuttavia, quando Turabi è diventato un fastidioso oppositore, nell’aprile del 2004, è stato arrestato e il suo partito sospeso. Nel novembre 1999 Bashir ha firmato un accordo con il leader del Partito Umma, Sadek Al Madhi, che era primo ministro all’epoca del colpo di stato. Ma sempre nel 1999 l’Alleanza Nazionale Democratica (AND), che raggruppa diversi movimenti antigovernativi sia del nord che del sud, ha preso il controllo di una zona al confine con l’Eritrea. Ma nel frattempo il presidente ha cancellato una legge restrittiva sull’attività dei partiti di opposizione nel paese, in vista delle elezioni, che si volevano mostrare a tutto il mondo come democratiche, soprattutto ad uso e consumo i quegli Stati che volevano che il paese avesse una facciata rispettabile per potere avere rapporti economici a causa del petrolio. Negli ultimi anni, sempre per lo stesso motivo, Bashir ha cercato in tutti i modi di rompere l’isolamento che il Sudan subiva a causa dei continui disordini. Nel 2000 è arrivato il riconoscimento ufficiale da parte dell’Eritrea. Nel 1999 era stato firmato un accordo con il governo ugandese, con il quale i due paesi si impegnavano a non sostenere le rispettive ribellioni, dato che c’era più di un sospetto che il governo del Sudan sostenesse i ribelli fanatici del Lord’s Resistance Army. Con questo accordo Bashir sperava soprattutto che il governo ugandese facesse pressioni sul leader del SPLA Johm Garang, che era stato sempre sostenuto economicamente e logisticamente da Kampala. A questo sostegno non era estranea la longa manus degli Stati Uniti, che sostengono la lotta del sud a che hanno come loro rappresentante nella zona proprio il leader ugandese Yoweri Museveni. Alla fine del 2001 anno il governo, nel tentativo di sottrarsi all’isolamento internazionale, ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per combattere il terrorismo, mentre è finito l’appoggio americano a John Garang. Ma, come si è detto, a causa anche di una lunga tradizione di intensi rapporti diplomatici, è l’Egitto l’attore della politica internazionale che il governo sudanese può ascoltare più di altri, e solo il fatto che lo stesso Egitto abbia le sue difficoltà per contenere i gruppi fondamentalisti al suo interno non lo porta ad un’azione più decisa in favore della pace. Sempre durante il periodo in cui il governo sudanese ha tentato di tirarsi fuori dall’isolamento in cui lo avevano condotto il fondamentalismo e la guerra, sono state ristabilite relazioni con l’Etiopia. Le tensioni con questo altro importante Stato della regione risalivano all’epoca in cui il dittatore comunista Haile Mariam Menghitsu aiutava finanziariamente, sosteneva anche a livello internazionale l’APLS, ospitando i ribelli nelle sue basi militari e rifornendolo di armi. Per completare la sua opera di restyling Bashir doveva cercare di convincere anche le istituzioni internazionali della sua buona fede e della fine del fondamentalismo e del fanatismo all’interno del suo paese, in particolare il Fondo Monetario Internazionale: ricorse così all’arma del petrolio. Con una serie di riforme spesso drastiche, sulla pelle della popolazione, l’inflazione, dal 1997 al 1999, passò dal 133 al 14%. A quel punto, dopo che il governo di Kartum aveva accettato un piano di riforme, il Sudan venne dichiarato paese “affidabile” da parte del FMI. In realtà Bashir aveva fatto intendere che avrebbe potuto ristabilire la sua economia ricorrendo al petrolio, per il quale avrebbe aperto alle compagnie petrolifere occidentali. Da quel momento il poco che si sapeva della guerra, delle violazioni dei diritti umani, dei bombardamenti indiscriminati, dei civili torturati, depredati, massacrati o costretti a fuggire in Sudan diminuì ulteriormente, nonostante denunce di organizzazioni umanitarie e delle stesse Nazioni Unite. C’è una sorta di censura, abilmente orchestrata dalle compagnie petrolifere, che vogliono che si continuino gli affari e non si parli di guerra. Una certa reazione da parte dei paesi occidentali, comunque, negli ultimi anni, c’è stata: dal 1990 molti aiuti allo sviluppo sono stati sospesi, ed è stato istituito l’embargo sulle vendite di armi. Ma non si può dire che queste misure abbiano indebolito veramente il regime, e che abbiano provocato un dibattito interno. Il Sudan è riuscito comunque ad ottenere carri armati dai polacchi, aerei militari dai russi e missili dai cinesi. Il governo ha inoltre impedito o reso difficili gli aiuti umanitari. Dopo il 20 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno chiesto più volte di togliere ogni genere di sanzioni al Sudan e si sono avvicinati al regime, per farne il loro baluardo in Africa contro il terrorismo. Anche se il governo, prima tra i sostenitori di Osama Bin Laden, si è dichiarato più volte contrario al terrorismo ed ha firmato accordi bilaterali e multilaterali contro il terrorismo internazionale, organizzazioni non governative e difensori dei diritti umani sono diffidenti, perché ritengono che a tante dichiarazioni di buona volontà non corrisponde un vero cambiamento all’interno. Dopo le pressioni internazionali, soprattutto da parte degli Stati Uniti, che non vogliono un altro teatro di guerra, e dell’Unione Europea, contatti sempre più frequenti, ma anche sempre difficili, a partire dal 2001, tra governo e rappresentanti delle forze di liberazione del sud, hanno finalmente portato a due importanti accordi: il Memorandum of Understanding firmato a Machakos il 20 luglio 2002 e l’Addendum al Memorandum of Understanding del 4 febbraio 2003, che hanno gettato le basi per una nuova Costituzione più pluralista e per una maggiore autonomia per il sud. Tuttavia, anche se non è ricominciata una vera guerra, le due parti hanno continuato a combattere, e la tregua è sempre molto fragile. L’ultimo accordo, firmato alla fine di maggio del 2004 a Naivasha in Kenya, è ancora, sulla carta, giusto, e potrebbe portare alla pace: sono previsti sei anni di un’ampia autonomia per il sud, poi un referendum sul suo destino, e i guadagni derivanti dal petrolio dovranno, per tutto questo periodo, essere divisi tra i ribelli ed il governo centrale. Ma anche in questo caso tra glòi osservatori prevale il pessimismo, e di tanto in tanto si registrano dei combattimenti . (5) IL PETROLIO Il 30 agosto 1999 una petroliera con 600000 barili di petrolio lasciava Port Sudan con destinazione Singapore. Il presidente Bashir era al porto a salutare la nave, perché si trattava di un evento carico di significati per il futuro del paese. Il Sudan infatti divenne da quel giorno un paese esportatore di petrolio. Da quel momento il governo sudanese ha potuto disporre di una ricchezza in più che tutti i paesi vorrebbero avere ( un milione di dollari circa al giorno). I campi petroliferi dell’Alto Nilo sono tra quelli con più riserve per i prossimi anni, che, in prospettiva, saranno di crisi nell’approvvigionamento del petrolio, quindi particolarmente appetiti dalle compagnie. Scoperti negli ani settanta (anche se i primi rilievi vennero fatti dall’Agip nel 1959), fu la Chevron la prima compagnia ad averne lo sfruttamento in esclusiva, ma poi abbandonò tutto a causa della guerra civile. Nei primi anni settanta, il governo spostò il confine, per far stare i giacimenti nel nord, in modo che anche in caso di indipendenza o forte autonomia del sud ne avrebbe conservato i profitti. I primi giacimenti importanti furono tuttavia scoperti nel 1980 e nel 1982. Lo sfruttamento riprese nel 1992, ma solo dal 1999 divenne veramente rilevante, con il Greater Nile Oil Project, che prevedeva una partnership da un miliardo e mezzo di dollari tra la China National Petroleum, la compagnia malese Patronas e la compagnia canadese Talisman, con una partecipazione della sudanese Sudapet. Nella costruzione dell’imponente oleodotto (1610 chilometri, un miliardo di dollari) fu implicata anche una joint venture italo-argentina, composta da Saipem, società del gruppo ENI, e da Techint International Construction Corporation, e anche la Dal mine probabilmente vendette a Khartum turbine. L’oleodotto può trasportare fino a 450000 barili al giorno. Nel 2000 il governo di Khartum ha firmato un accordo con un consorzio formato dalla Gulf, dalla compagnia dell’Arabia Saudita Al-Ghanawa e da tre compagnie canadesi ed europee di cui però non si è scoperto il nome per concessioni di ricerca in un’area di 70000 chilometri quadrati a sud dello Stato del Nilo Bianco, vicino a Melut. Tutte le aree sono a sud, controllate strettamente da milizie del nord, mercenari e in alcuni casi fazioni del sud alleate con il governo. Tali fazioni, però, si sono combattute, e talora si combattono ancora, a danno dei civili della zona. Anche l’esercito governativo, per suo conto, si è lanciato in un’offensiva massiccia, con elicotteri, carri armati e artiglieria pesante, distruggendo interi villaggi, facendo centinaia di vittime tra i civili e obbligandone migliaia a fuggire: l’obiettivo è quello di massacrare o espellere la popolazione in tutta la zona dei campi petroliferi, in modo da garantirne la sicurezza e lo sfruttamento totale. Per lunghi periodi è stato imposto alla stesse agenzie umanitarie di non penetrarvi . (6) Alcune ONG e associazioni statunitensi che si occupano di diritti umani sono riuscite ad ottenere dei limitati risultati nel tentativo di cambiare la situazione di collusione tra le società petrolifere e il governo sudanese. Nel 2002 la Talisman è stata citata in giudizio davanti ad una corte americana in base all’Alien Tort Claim Act, una legge statunitense che permette di citare in giudizio anche compagnie straniere quando si sospetta che siano complici di chi agisce contro i diritti umani, anche se in base ad una procedura complicata e difficile, e che quindi spesso non arriva a buon fine. Sempre nel 2002 era stata condannata la Shell per quanto riguardava le sue attività nei pozzi petroliferi della Nigeria. Furono portate delle prove della complicità della Talisman in attività di gruppi paramilitari che mantenevano tranquille le zone intorno ai pozzi petroliferi attraverso azioni sanguinose e a volte di vera e propria pulizia etnica, utilizzando spesso ragazzi reclutati a forza come soldati. Il giudizio è ancora pendente, ma solo il fatto che in una corte di giustizia si parli delle violazioni dei diritti umani nelle quali sono coinvolte aziende petrolifere potrebbe essere un modo per far conoscere questi problemi all’opinione pubblica. Un procedimento simile è stato avviato anche in Belgio. Alcune ONG si sono attivate da tempo anche con campagne tendenti a far adottare a tutte le imprese che vogliano lavorare in Sudan dei codici di condotta che prevedono l’applicazione dei diritti umani, la loro protezione, l’impegno a fare di tutto perché anche le autorità locali li rispettino e la propaganda del rispetto dei diritti umani tra il personale della sicurezza . (7) IL PROBLEMA DEI NUBA I Nuba sono un popolo che vive tra i monti, anzi per meglio dire viveva anche tra i monti, ma oggi vi si è in gran parte rifugiato. La caratteristica di essere un popolo delle montagne l’ha reso nei secoli un po’ insolito, ma allo stesso tempo diverso dagli altri. Le origini di questo popolo si confondono tra la storia e la leggenda. In realtà non si può neppure parlare di un unico popolo, perché c’è una forte eterogeneità culturale e linguistica nella regione (circa cinquanta dialetti). Di sicuro si rifugiarono sulle montagne prigionieri fuggiti dalle carovane degli schiavisti arabi che andavano verso i porti dell’Oceano Indiano. Ma sono anche presenti influenze di popoli antichissimi, come i mitici abitanti della Nubia, e anche da altre parti dell’Africa. Le montagne arrivano a duemila metri di altezza, in un territorio di circa cinquantamila chilometri quadrati. La popolazione ha come principale attività economica l’agricoltura (sorgo, sesamo) e la pastorizia (capre, mucche). I Nuba sono cristiani o animasti, e alcuni sono musulmani, anche se ciò non basta a non farli percepire come “diversi” a molti musulmani del nord. In genere sono tolleranti in fatto di religione e spesso nella stessa famiglia ci sono persone di fedi diverse. I Nuba sono in tutto circa due milioni, ma circa un milione e mezzo sono in altre regioni del Sudan o all’estero. Da vent’anni si combatte tra le montagne dei Nuba. A fronteggiarsi sono a un esercito di un grande paese certo non ricco, ma che assegna una parte importante del suo bilancio alle spese militari, e un gruppuscolo di ribelli che usa armi arcaiche e che può disporre di poche munizioni. A causare questo conflitto sono ancora intolleranza religiosa ed interessi economici. I Nuba sono infatti considerati da parte della popolazione musulmana del nord (oggi, nell’era della globalizzazione, del rapido passaggio di informazioni e comunicazioni tra tutti i paesi del mondo, in cui non ci dovrebbe essere spazio per certe manifestazioni di fanatismo) infedeli ed inferiori, schiavi da sfruttare e miscredenti da convertire. A loro sono negati i diritti umani fondamentali, e l’identità etnica e culturale è calpestata. Si è trattato per tanti anni di un genocidio invisibile e dimenticato, che sta annientando i Nuba nell’indifferenza dei mezzi di comunicazione internazionali, poiché viene loro negata persino la dignità di esistere, di potere essere oggetto di notizia. Solo negli ultimi tempi si è potuta trovare qua e là qualche notizia, qualche appello per porre fine alla strage, ma senza l’attenzione che sarebbe necessaria per cambiare la situazione. L’esercito governativo adopera l’artiglieria pesante e non mancano i bombardamenti, ma si ritiene che la maggior parte delle vittime siano tali a causa dell’isolamento, che ha provocato fame e malattie, che il governo ha usato come le sue armi più micidiali. Il torto dei Nuba è quello di trovarsi in un territorio che geograficamente è a nord, in cui tuttavia l’SPLA era riuscito ad incunearsi ed era stato ben accolto dalla popolazione, stanca delle discriminazioni e del disprezzo da parte dei musulmani del nord. Dopo la conquista della valle di Tabania e dell’unica pista di atterraggio praticabile, quella di Lado, le montagne dei Nuba sono diventate praticamente inaccessibili. Ormai tutti gli uomini sono andati a combattere alla macchia o a sud. Molti ormai sono morti, altri sono prigionieri, ma vivono in condizioni estremamente precarie. I primi sopralluoghi e i primi progetti per portare aiuti umanitari furono fatti dall’ONU nel 1999, ma gli aiuti sono sempre arrivati con il contagocce. Un’azione senza dubbio positiva da parte dell’ONU è stata quella di creare un unico organismo che raccoglie e coordina le ONG che aiutano la popolazione civile. La Chiesa cattolica riesce ad andare avanti e a dare alle popolazioni almeno una speranza, ma tra infinite difficoltà: molti religiosi e cattolici laici sono stati arrestati, interrogati, minacciati e torturati; nel 1989 sono state distrutte tutte le Chiese e gli edifici di proprietà della Chiesa, ma che offrivano dei servizi per tutta la popolazione, come il dispensario e la scuola di Tabania. CONFLITTI NELLA REGIONE DEL NILO AZZURRO La regione del Nilo Azzurro Meridionale si trova ai confini con l’Etiopia, quindi anche in questo caso geograficamente nel nord. E’ una regione strategica nella guerra tra nord e sud, in cui si concentrano tutte le ragioni economiche, militari, religiose e politiche del conflitto. A El Damazin c’è una grande diga che convoglia le acque del Nilo Azzurro e fornisce tutta l’energia necessaria alla vita di Khartoum. La diga è protetta da sistemi di allarme, mine anti-uomo e anti-carro. Queste mine hanno isolato la regione e portato la popolazione alla fame. Eppure il Nilo Azzurro sarebbe di per sé una regione ricca, e proprio per questo fa gola al governo e al SPLA. Per questo motivo le due parti non risparmiano nessun tipo di arma, nemmeno le armi chimiche. Pare che nella regione ci sia anche l’oro. Prima della guerra lo estraeva una società mista cino-sudanese, ma poi dovette abbandonare ogni attività. La popolazione in molti casi cerca di estrarre l’oro, con metodi rudimentali e un lavoro particolarmente duro, ma guadagna poi pochissimo: l’oro non si può commercializzare perché in pratica non circola il denaro, e gli unici che lo acquistano, in genere ad un prezzo bassissimo e in cambio di cibo, sono i comandanti del SPLA, che poi lo rivendono a Nairobi o Addis Abeba . (8) IL CASO DEL DARFUR Un’altra zona di tensione e di conflitto, ma con delle sue particolarità che rendono il suo caso diverso dai precedenti, è quella del Darfur. Questa regione, ai confini con il Ciad, è abitata da un’etnia, i Fur, che disponeva di una certa autonomia durante il periodo coloniale, è divenuta parte del Sudan solo nel 1916, e che fin dall’indipendenza ha sempre rivendicato la sua specificità. La particolarità del Darfur rispetto alle altre regioni in lotta è che la sua popolazione è musulmana. Non si può dunque parlare di tensioni religiose, ma solo del desiderio del governo centrale di avere sotto controllo in modo centralizzato tutto il territorio. Una vera e propria guerra scoppiò nel periodo 1985 – 1988, poi altri conflitti scoppiarono nel 1990, nel 1996 e dal 1997 al 1999. Tutte le volte il governo ha stroncato con una politica repressiva particolarmente cruda tutte le aspirazioni della popolazione all’autonomia. Nel 2003, cercando di approfittare della situazione di generale debolezza del governo sudanese, che era costretto a trattare con i ribelli del sud, il Fronte di Liberazione Nazionale del Darfur, principale organizzazione Fur, poi ribattezzata Movimento per la Liberazione del Sudan, capeggiata da Abdel Wahid Mohamed Nur e Abdallah Abakkar, ha sferrato un’offensiva militare, prendendo il controllo di una piccola parte della regione. Da allora si è sviluppato un altro fronte di guerra, che ha già provocato più di 100.000 profughi in Ciad, circa un milione di profughi interni e oltre 20.000 morti. La zona è da tempo vietata a tutte le ONG, ed è quindi impossibile portare aiuti umanitari . (9) Nella primavera del 2003 le forze governative subirono molte sconfitte; Bashir rispose spostando truppe dal sud e chiudendo le frontiere con Ciad e Libia. Il 3 settembre venne concluso un cessate il fuoco, con la mediazione del Ciad. Ma non venne rispettato a lungo. Un altro gruppo armato con un certo seguito si formò in questo periodo: si tratta del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM), capeggiato da Khabil Ibrahim, probabilmente controllato da Turabi. Nel corso del 2004 il governo ha ottenuto una serie di successi, a Abdallah Abakkar è stato ucciso. Il 9 febbraio Bashir ha annunciato la fine dei combattimenti ed il ristabilimento dell’ordine. Ma la violenza è continuata, in particolare le scorrerie di una milizia organizzata ed armata da governo, i Janjaweed. In zone completamente isolate, l’esercito e la milizia attaccano la popolazione civile, ridotte ormai allo stremo, e compiono veri e propri massacri. In aprile l’ONU ha dichiarato ufficialmente che la crisi nel Darfur era considerata operazione di pulizia etnica, e che quindi avrebbe compiuto qualunque sforzo per impedirla. In luglio l’Unione Africana ha inviato un piccolo contingente militare di trecento uomini per facilitare la pacificazione della regione. Permane tuttavia una situazione di grande violenza e la comunità internazionale non sembra preoccuparsene eccessivamente . (10) L’AZIONE INTERNAZIONALE La comunità internazionale si accorge del Sudan solo in casi particolari: ad esempio, quando migliaia di persone accerchiate ed isolate muoiono di fame, oppure, specie riguardo al passato, quando sono evidenti i legami con organizzazioni terroristiche. Le misure sono state le solite: embargo, soppressione degli aiuti umanitari e allo sviluppo. Ma quasi mai si è cercato di risolvere veramente i conflitti in modo duraturo. Probabilmente uno dei motivi, per quel che riguarda gli ultimi tre anni, è che non si vuole intervenire in un paese islamico, per evitare ripercussioni a catena. Inoltre, sarebbe difficile ammettere che ci sono combattimenti in Sudan mentre le compagnie petrolifere possono agire indisturbate. Gli Stati Uniti sono tra i pochi paesi che hanno fatto qualcosa, grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica e alla pressione di molti sudanesi immigrati. Nel 1993 il Sudan fu inserito nell’elenco dei paesi che aiutavano il terrorismo, e tutte le ditte che facevano affari con esso venivano monitorate con attenzione. Nel 1997 furono impediti tutti gli scambi commerciali e gli investimenti. Nel 2002 entrò in vigore il Sudan Peace Act, che prevede limitazioni per l’accesso al capitale americano per chiunque operi in Sudan. L’embargo al traffico di armi e limitate sanzioni commerciali furono decise dall’ONU dopo l’attentato a Mubarak. Tra gli altri paesi, si distinguono per la severità nell’applicazione di sanzioni economiche il Canada e il Belgio. L’Unione Europea svolge invece un’azione più favorevole a negoziati per tutte le questioni che possono portare a conflitti e per i codici di condotta per le aziende che lavorano in Sudan . (11) LA CHIESA CATTOLICA La Chiesa in Sudan ha una storia antichissima. Il cristianesimo arrivò, attraverso l’Egitto, fin dai primi secoli dopo Cristo. La prima conversione, secondo alcune fonti, risalirebbe al 37 d.C., quando venne battezzato un alto funzionario della corte della regina Kandake, che poi fondò la prima comunità cristiana a Meroe. Ma le comunità della regione diventarono poi cristiane copte. Il cattolicesimo invece si diffuse soprattutto ad opera di Daniele Comboni, una delle più importanti figure di missionario in Africa, soprattutto qualcuno che ci ha lasciato molte testimonianze scritte, che ci parlano dell’Africa precoloniale e dell’opera di penetrazione della Chiesa. Egli fu vescovo di Khartoum dal 1877. Nel 1885, in seguito alla rivoluzione mahdista, ci furono le prime grandi difficoltà per la Chiesa cattolica, perché nacque il primo stato islamico dell’Africa; la penetrazione cristiana fu totalmente bloccata. Nel 1899 il Sudan divenne un “condominio anglo-egiziano”, e fu permesso alle missioni cattoliche di ritornare, ma il processo di islamizzazione continuò. Nel 1962 fu promulgata una legge che limitava l’attività della Chiesa, e due anni dopo tutti i missionari furono espulsi dal sud. Nel 1969 ripresero i rapporti diplomatici con la Santa Sede e nel 1974 fu creata la gerarchia ecclesiastica locale. Alla fine degli anni settanta, però, un nuovo giro di vite limitò ulteriormente l’attività della Chiesa. Nel 1983 ci fu il fatto eclatante e traumatico dell’adozione della Sharia come legge, passo decisivo verso l’islamizzazione e l’arabizzazione totale del Sudan. La situazione non è migliorata negli ultimi anni. Il governo di Khartoum continua ad opprimere la Chiesa e non riconosce la libertà di culto. Numerose chiese e vari centri collegati alla Chiesa cattolica sono stati chiusi, confiscati, o addirittura distrutti, specie nel nord del paese. I cristiani del nord, essendo un’infima minoranza, sono ancora più discriminati ed emarginati di quelli del sud. Dal 1960 è proibito costruire nuove chiese. Un discorso particolare va fatto per le scuole: ne sono state fondate quaranta, con quasi venticinquemila studenti. Attualmente i cristiani sono stimati circa 3.300.000; le diocesi sono nove, i vescovi dodici, i preti ed i religiosi più di trecento così come circa trecento sono le suore, e i seminaristi circa duecentocinquanta. Nel sud alla guerra si aggiungono carestie, fame e malattie, che costringono la Chiesa ad impegnarsi, oltre che nell’opera di evangelizzazione, anche sul piano degli aiuti umanitari. Se è vero che non è solo una guerra di religione quella che si combatte in Sudan, e la storica contrapposizione tra i musulmani del nord e i cristiani ed animisti del sud non è che una delle ragioni del prolungarsi del conflitto, è vero altresì che l’atavico disprezzo per gli “infedeli”, l’intolleranza religiosa di alcune élites islamiche e l’accentuarsi di posizioni fondamentaliste negli ambienti politici di Khartoum e l’introduzione da parte del governo della Svaria come legge di stato sono tutti fattori che partecipano a questa situazione, oltre agli interessi politici ed economici. La Chiesa ha una posizione precisa: chiede giustizia e pace. Le gerarchie che chiedono ciò e che agiscono perché si realizzi sono in realtà due: tra il nord ed il sud è infatti impossibile comunicare. La Conferenza episcopale si riunisce una volta all’anno all’estero, in genere a Nairobi. Non mancano esempi di lavoro difficile e pericoloso. A Juba, nel sud, la città è in mano ai governativi, mentre il territorio restante è controllato dal SPLA. Il vescovo e gli altri esponenti della Chiesa non possono andare ad aiutare la popolazione della provincia, che vive in condizioni di estrema precarietà. Attorno alla città c’è una barriera di mine anti-uomo, che vale più di qualsiasi ordinanza di divieto di accesso. Oltre a giustizia e pace, la Chiesa cattolica agisce anche in favore del rispetto dei diritti umani e della dignità della persone, e un impegno concreto da parte di tutti gli attori della guerra a favore della riconciliazione. Un organismo, il New Sudan Council of Churches, raggruppa tutte le Chiese cristiane del Sudan, che hanno idee pressoché identiche a quelle di cui si è parlato a proposito della Chiesa cattolica . (12) CONCLUSIONI Abbiamo visto qual è la situazione in Sudan, le tensioni che si sono sviluppate in varie parti del paese e l’arroganza del governo, che non ha ceduto nemmeno una parte del suo potere, se non in seguito a fortissime pressioni internazionali e a spese per armi sempre più grandi, che hanno ridotto il paese in ginocchio. Va da sé, infatti, che il Sudan, già di per sé un paese non certo ricco, dopo tanti anni di guerre su più fronti ed enormi migrazioni a causa di esse, versa in una disastrosa situazione economica. Abbiamo anche potuto osservare come spesso le potenze occidentali, per vari motivi politici e strategici, ma anche a causa del controllo che le compagnie petrolifere vogliono avere sulle zone dei pozzi, non hanno agito con efficacia contro le violenze, e che l’opinione pubblica non è stata molto attiva, anche se è difficile disporre di un’informazione seria con tutti questi problemi. Che cosa potremmo fare di concreto? A mio avviso, prima di tutto seguire tutto ciò che succede in Sudan, in modo che eventuali violazioni degli accordi di pace e delle norme internazionali sull’assistenza ai rifugiati e sulle azioni umanitarie siano subito conosciute da tutti e denunciate. SI potrebbe chiedere ai governi occidentali di intervenire con più decisione. Infine, sarebbe utile continuare ad agire sulle compagnie petrolifere, chiedendo che qualunque contatto commerciale con il Sudan sia collegato con il rispetto dei diritti umani nel paese. Certo è, poi, che bisogna cercare di aiutare in tutti i modi le ONG e la Chiesa cattolica, affinché possano aiutare la popolazione sudanese sia nell’attuale situazione di emergenza, sia in futuro, con la fine delle limitazioni che il governo pone alla loro azione umanitaria. Ma soprattutto bisogna che la comunità internazionale si liberi di una certa mentalità utilitarista, smetta di pensare a certi problemi esclusivamente dal punto di vista economico e strategico, che non si considerino i paesi e le popolazioni solo mercati potenziali, e che ci si batta prima di tutto per il rispetto della vita e dei diritti umani fondamentali.
NOTE: 1) Occorre precisare che negli ultimi mesi, con il peggiorare della situazione nel Darfur, c’è stata una certa mobilitazione, soprattutto ad opera dell’ONU e dell’Unione Africana, anche se in modo limitato, che ha permesso perfino che arrivassero nella regione aiuti umanitari, cosa mai permessa prima. Tuttavia, ora si parla molto meno degli altri focolai di conflitto: per esempio, i negoziati con il SPLA vanno male e da un momento all’altro la fragile tregua con il governo potrebbe cadere, facendo ricominciare la guerra civile, ma la stampa occidentale non ne parla in modo appropriato. 2) Uno dei testi più completi su questi temi è L. e N. SANDERSON, Education, Religion and Politics in Southern Sudan, London, Oxford University Press, 1981. 3) Su questa parte della storia del Sudan si veda in particolare R.O. COLLINS, Shadows in the Grass: Britain in the Southern Sudan, 1918 - 1956, New Haven, Yale University Press, 1983. 4) Sulle vicende di questo periodo si veda: A. MOSLEY LESCH, The Sudan: Contrasted National Interests, Oxford, Oxford University Press, 1998. 5) Uno dei lavori più interessanti sulle ultime vicende del paese è I. PANOZZO, Il dramma del Sudan, Bologna EMI, 2000. Si veda inoltre S. HUTCHINSON, Una guerra nella guerra: la violenza etnica nel Sud Sudan dopo il 1991, “Afriche e Orienti”, n. 2, estate 2000, pp. 10 – 16. 6) J. HERY, Le Soudan entre pétrole et guerre civile, Paris, L’Harmattan, 2003, pp. 15 – 44. 7) J. HERY, Le Soudan entre pétrole et guerre civile, cit., pp. 49 – 75 ; A. POZZI, Oro nero: un’arma potente per una guerra senza fine, “Mondo e missione”, maggio 2000, pp. 32 – 35. 8) Sulle tensioni tra le montagne dei Nuba e nella regione del Nilo Azzurro si veda A. POZZI, Il genocidio dimenticato nella “terra degli schiavi”, “Mondo e missione”, maggio 2000, pp. 36 – 41. 9) Negli ultimi mesi qualche limitato aiuto è arrivato, in seguito alle pressioni internazionali, specie da parte di convogli organizzati dall’ONU. 10) Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli sforzi dell’ONU, delle ONG e anche di molti governi per impedire un nuovo genocidio nel Darfur. Inoltre gli organi di stampa hanno cominciato a parlarne diffusamente. Tuttavia ancora oggi continuano le violenze, c’è un enorme problema a causa delle migliaia di rifugiati, specie nel Ciad, è estremamente difficile recarsi nel Darfur per i giornalisti e gli aiuti arrivano ancora con molte limitazioni poste dal governo. Sul caso del Darfur e sull’insufficienza dell’azione della comunità internazionale si veda F. DI ROBILANT, Genocidio prossimo venturo: chi salverà il Sudan dal suo destino?, “La Repubblica”, 13 aprile 2004, p. 17. 11) J. HERY, Le Soudan entre pétrole et guerre civile, cit., pp. 81 – 100. 12) A. POZZI, Giustizia e pace, una sfida per la Chiesa sudanese, “Mondo e missione”, maggio 2000, pp. 43 – 45.
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