| «Colpisce nel documento l'assenza
totale di ogni spirito di auto-critica. Si fa solo l'elogio dell'Occidente
- "che è vita, civiltà, libertà" - ma
non si denuncia nessun limite, neanche quelli che la storia ha inequivocabilmente
dimostrato. Basti pensare al coraggio di verità di cui Giovanni
Paolo II ha dato prova durante il Giubileo del 2000, quando ha celebrato
la "purificazione della memoria", chiedendo perdono a Dio
per i peccati dei figli della Chiesa". Nel Manifesto per l'Occidente
non c'è traccia di questa cultura del perdono»
Il cattolicesimo sociale italiano non potrà mai salire sull'Occidente
Express. È quanto affermano le Associazioni cristiane dei lavoratori
italiani, impegnate oggi a Torino nel secondo laboratorio nazionale
di cultura politica intitolato "I cattolici e il futuro del Paese".
Ospiti Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, Andrea Riccardi,
della Terza Università di Roma, Franco Garelli, dell'Università
Statale di Torino, Luigi Campiglio, pro-rettore della Cattolica di Milano,
Luigi Bobba, già presidente nazionale delle Acli, e Mimmo Lucà,
leader dei Cristiano Sociali.
Facendo riferimento al "Manifesto per l'Occidente" e all'iniziativa
dell'Occidente Express, il treno che partirà domenica in cerca
di supporter e sostenitori, il presidente nazionale delle Acli Andrea
Olivero ha dichiarato, introducendo il convegno: «Lasceremo altri
partire su quel treno, noi non ci saliremo». «Che l'Europa
sia in crisi, come affermano gli autori del Manifesto, non v'è
dubbio alcuno» spiega Olivero. «Il fatto è che di
fronte ad una crisi si aprono sempre due strade, la possibilità
di una regressione o di un avanzamento. Ci si può chiudere a
presidiare la fortezza sotto assedio, in un atteggiamento insieme difensivo
e aggressivo, oppure, con identica consapevolezza del pericolo, si può
entrare in campo aperto, si può lasciare il porto e prendere
il largo: Duc in altum, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II nella
Tertio Millennio Adveniente».
«Il cattolicesimo sociale italiano - continua Olivero - ha da
sempre percorso questa seconda strada e così, credo, continuerà
a fare. Non ci spaventano le res novae, le sfide della globalizzazione,
dell'immigrazione, della post-modernità, ma ci sentiamo piuttosto
chiamati a rafforzare, purificandola, la nostra identità, al
servizio di un vero dialogo, di un incontro fecondo con altre culture,
tradizioni, fedi religiose. Senza arroccarci o chiuderci nell'egoismo,
ma osando anche metterci in discussione, mettere a nudo le nostre debolezze
oltre che esporre i nostri valori, le nostre "conquiste di civiltà"».
Ha ricordato quindi le parole di Benedetto XVI agli "amici musulmani"
di Colonia, nell'agosto del 2005: "Non possiamo cedere alla paura
né al pessimismo, dobbiamo piuttosto coltivare l'ottimismo e
la speranza". E ancora, il suo messaggio per l'ultima giornata
mondiale della pace: "Dinanzi ai rischi che l'umanità vive
in questa nostra epoca, è compito di tutti i cattolici intensificare,
in ogni parte del mondo, l'annuncio e la testimonianza del "Vangelo
della Pace".
«Tutto questo - ha aggiunto il presidente delle Acli - non lo
troviamo nel "Manifesto per l'Occidente" cui pure in diversi
hanno voluto aderire. L'impostazione appare totalmente difensiva, con
forti rischi regressivi: da una parte, la tentazione di utilizzare il
cristianesimo a fini meramente strumentali e in termini antagonistici,
di contrapposizione; dall'altra, la sensazione di suggerire che il ruolo
dei credenti in politica sia la tutela degli interessi ecclesiastici».
Quanto ai contenuti del Manifesto, Olivero ha posto in maniera critica
due considerazioni. La prima: «l'Occidente non coincide con il
Cristianesimo, che va oltre e lo trascende. L'annuncio cristiano a tutti
gli uomini, non solo agli occidentali, non è un piagnisteo, né
una crociata, ma un messaggio di liberazione». La seconda: «Colpisce
nel documento l'assenza totale di ogni spirito di auto-critica. Si fa
solo l'elogio dell'Occidente - "che è vita, civiltà,
libertà" - ma non si denuncia nessun limite, neanche quelli
che la storia ha inequivocabilmente dimostrato. Basti pensare al coraggio
di verità di cui Giovanni Paolo II ha dato prova durante il Giubileo
del 2000, quando ha celebrato la "purificazione della memoria",
chiedendo perdono a Dio per i peccati dei figli della Chiesa".
Nel Manifesto per l'Occidente non c'è traccia di questa cultura
del perdono».
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