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| Don Andrea parlava in Turchia attraverso il “silenzio” della sua testimonianza umile. Nel “deserto” turco quella sua testimonianza è stata recisa. Ma germoglierà. C’è un mistero in questa morte di don Andrea Santoro. Un mistero non facile da spiegare. Perché va al di là di ogni logica umana. E i giornali fanno cronaca su ciò che è umanamente tangibile. Ma possono affacciarsi alle soglie del mistero. Non si tratta di scoprire tutta la verità sulla morte di questo sacerdote, vittima di un fanatico islamico. E’ più affascinante indagare sulla verità della sua presenza laggiù, a Trebisonda sul Mar Nero. Sul perché don Andrea abbia lasciato, cinque anni fa, un immane compito sacerdotale in una Roma che ha estremo bisogno di sacerdoti motivati come lui, per andare in Turchia, in un paese islamico dove i cattolici sono lo zero virgola qualcosa. Un desiderio fortissimo di missione lo spinse ad operare nella quasi inutilità di un’azione pastorale. E’ andato in Turchia solo per testimoniare una presenza cristiana. Punto e basta. Non doveva, non voleva e non poteva convertire islamici. Ma s’era messo in testa e nell’animo di testimoniare Cristo con una presenza disarmata, semplice, mansueta, apparentemente inutile. Basti dire che, dopo cinque anni di permanenza in Turchia, il 30 ottobre scorso, aveva amministrato il primo battesimo di un bambino di tre anni e mezzo, con mamma cristiana-georgiana e papà cristiano-armeno, cristiani di nome e senza battesimo perché vissuti sotto il comunismo. Don Andrea aveva un’intensa passione per la pastorale attiva. Eppure si era cacciato nell’inutilità di una missione fatta solo di presenza. Come un altro grande santo che fu un modello per don Andrea: Charles de Foucauld, un convertito, un eremita nel deserto del Sahara algerino, vissuto in assoluta semplicità per unidici anni (dal 1905 al 1916) a Tamanraset. Dove fu ucciso da alcuni sbandati tuareg. Voleva solo testimoniare amicizia a quei nomadi mussulmani, essere un segno di un cristianesimo disinteressato. Una presenza fraterna nel cuore del deserto. Fu un fiore reciso in maniera assurda. Come don Andrea ieri. Charles de Foucauld è stato proclamato beato il 13 novembre scorso. Poco dopo il battesimo di Trebisonda. Il suo martirio allunga la lista dei testimoni silenziosi del Vangelo in terra islamica. Grida non il loro sangue per vendetta ma la forza della loro testimonianza per amore. Come fu per i sette trappisti di Tiberine, rapiti e sgozzati dai militanti islamici algerini del Gia proprio dieci anni fa. Ma la tempo stesso, e a differenza di Fratel Carlo, don Andrea, da Trebisonda non aveva affatto rotto i ponti con Roma. Le sue parrocchie di “Gesù di Nazaret” al Collatino e dei “Santi Fabiano e Venanzio” al Tuscolano le aveva portate in qualche modo con sé. Innanzitutto, don Andrea era rimasto sacerdote della diocesi di Roma “prestato” ad un paese di missione o con penuria di sacerdoti. Era un sacerdote “Fidei donum”, dal nome dell’enciclica di Pio XII che nel 1957 stabilì questa forma di servizio temporaneo nelle Chiese del terzo mondo. Santoro aveva concepito la sua missione in Turchia, cominciata durante l’Anno Santo, come una “finestra per il Medio Oriente”. Non era partito solo ma si faceva aiutare dal alcuni giovani romani. Aveva costituto un gruppo di collegamento. Scriveva lettere mensili per tenere aperta con Roma la sua “finestra” di dialogo con l’Islam, ma anche con l'ebraismo. Attraverso la Turchia che aveva da subito cominciato ad amare. A novembre ha scritto ai suoi giovani romani: “Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti? Voi e il Medio Oriente: che mi avrebbe detto che avrei ‘portato in grembo’, come si dice di Rebecca, due ‘figli’ che ‘cozzano tra loro’ pur essendo fratelli nello stesso Abramo?”. I due figli di Isacco e Rebecca erano Esaù e Giacobbe. E nella Genesi, il Signore dice che quei due gemelli in lotta tra loro fin dal seno materno erano due popoli, gli Idumei e gli Israeliti. Per i primi tre anni, don Santoro è stato ad Urfa nel sud della Turchia vicino al confine siriano nella regione che fu la prima tappa di Abramo uscito dalla sua terra. Un cammino alle origini. Come pure nei luoghi di Paolo e dei primi secoli di cristianità. Don Andrea voleva che Cristianesimo ed Islam parlassero di sé, si confrontassero “sull’immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società, su come coniugano il potere di Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana”. Se lo facessero ora… Don Andrea è morto per questo. La sua “finestra per il Medio Oriente” si proponeva “di favorire la conoscenza e la comunione tra questo mondo medio orientale (di oggi e di ieri) e il mondo occidentale”. Per il 2006, aveva preparato e fatto stampare un “Calendario ecumenico e interreligioso”, con le feste ebraiche, cristiane e islamiche. E il tema del 2006 era: “Il silenzio e il deserto”. Don Andrea parlava in Turchia attraverso il “silenzio” della sua testimonianza umile. Nel “deserto” turco quella sua testimonianza è stata recisa. Ma germoglierà.
NOTA REDAZIONALE: IL MARTIRIO DI DON ANDREA SANTORO E’ LA RISPOSTA
CRISTIANA AI NEOCONSERVATORI BUSHISTI, AI RABBINI FONDAMENTALISTI ED
AI TERRORISTI ISLAMISTI: “DEUS CARITAS EST”! |
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