William Pfaff
Scontro di civiltà: visione di un cattolico americano
 
25 giugno 2006 - Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved. - Dal sito www.effedieffe.com
Introduzione di Maurizio Blondet.

Di William Pfaff, che conoscevo soltanto dai lucidissimi suoi articoli di fondo sull’Herald Tribune, ignoravo fosse cattolico.
Ora lo dice lui stesso in un saggio contro la teoria dello «scontro di civiltà» di Samuel Huntington, l’ideologo del Council on Foreign Relations, che è la base «filosofica» dell’aggressione americana contro l’Islam.
Un saggio che, nella miglior tradizione americana, tratta temi difficili e tradizionali con straordinaria limpidezza (1).
Vale la pena tradurne gran parte come lezione di pensiero - e di civiltà - ai nostri lettori credenti.


[…] «Sì, c’è un conflitto tra civiltà, quali sono definite dalla storia, che è cominciato ben prima dell’11 settembre, e che la società moderna ha già ampiamente vinto.
Gli occidentali, siano conservatori o progressisti, rigettano allo stesso modo i valori, i presupposti e i modi di vita della vasta maggioranza dell’umanità non-moderna, ed hanno - in modo volontario o implicito - minato queste culture da molti, molti anni […] e con molta più forza dall’età dell’Illuminismo, che ha introdotto l’epoca della secolarizzazione compiuta.
I veicoli per quest’azione distruttiva sono stati l’imperialismo e il colonialismo.
Almeno dal diciottesimo secolo, l’Occidente ha considerato quest’azione distruttiva un fatto di progresso, anzi un dovere della civiltà occidentale.
Ciò è accaduto, e ormai appartiene alla storia.
Anzi, forse non interamente al passato: le caricature del profeta Maometto pubblicate sul giornale danese sono apparse inizialmente nel 2005, e poi ripubblicate nel 2006 da quasi ogni mezzo di comunicazione in USA ed in Europa occidentale.
La ripetuta pubblicazione è stata virtuisticamente giustificata come difesa della libertà di stampa; [ma] il sotto-testo implicito che l’Occidente ha scritto sotto queste vignette si può leggere nel modo seguente: «noi siamo la civiltà più avanzata sulla scala del progresso umano. Voi siete superstiziosi, governati in modo dispotico o tribale, arretrati scientificamente e tecnologicamente, e completamente impotenti, non qualificati per la vita nel mondo moderno. Noi vi disprezziamo, e mostriamo il nostro disprezzo irridendo alla vostra religione e violando i vostri valori più profondi».


I cattolici riconosceranno che qualcosa di questo atteggiamento è tipico di molta della moderna, secolarizzata arte e caricatura anti-cattolica progressista.
Noi cattolici ci abbiamo semplicemente fatto l’abitudine, se non ne siamo divenuti indifferenti (2).
La risposta [del mondo islamico] è stata pressappoco questa: «voi, l’Occidente, siete corrotti nel vostro modo di vita, se non diabolici. I vostri valori perversi, la licenziosità e le norme pagane che guidano le vostre vite, e la vostra aggressione contro di noi e le bestemmie contro la nostra religione dimostrano che, a dispetto della vostra potenza materiale, la vostra civiltà è nemica di Dio, il quale un giorno ci renderà capaci di prendere la nostra vendetta su di voi».
L’Occidente in genere giudica i meriti delle società umane in termini di ricchezza e potere  materiale, assunte come conseguenze del progresso illuminista e razionalista.
Noi occidentali crediamo di star creando, come ha asserito recentemente Roger Cohen (3) sul New York Times, «un secolo che renderà il mondo più prospero, unificato e libero di quanto sia mai stato nella storia».
Sia i progressisti, sia i conservatori della moderna società occidentale credono entrambi questo.
Fin dalle esplorazioni europee in Asia e in America, l’Occidente si è considerato come superiore al resto del mondo e portatore della verità.
Agli occidentali per lo più è inconcepibile che il mondo tradizionale - in cui tutti gli altri tranne loro vivono ancora - possa tuttora essere sentito da quelli che ci vivono come un sistema culturale coerente e valido.


Non si pone nemmeno la questione se, per caso, una cultura «arretrata» secondo i nostri standard non possa svilupparsi secondo la propria logica, sì da meritare rispetto per le proprie qualità autonome.
Eppure in passato fu così.
L’Occidente pre-moderno [cristiano] riconobbe il Califfato islamico, la Persia, l’India Moghul, la Cina dinastica come società distinte ma importanti, degne di esistere nei loro propri termini, ancorchè esotici.
Naturalmente tutte le società presumono la propria superiorità (o completezza o auto-sufficienza); ma storicamente solo la civiltà occidentale cristiana e l’islamica si sono vissute come civiltà universali con una missione di conversione. […]
Ma il senso originale di supremazia e missione morale dell’Occidente è stato potentemente rinforzato con l’affermarsi dell’Illuminismo europeo, la diffusione della conoscenza scientifica e la forma di governo costituzionale.
Né l’influenza del «multiculturalismo» ideologico degli anni ‘60 [la cosiddetta rivoluzione culturale] ha veramente ridotto atteggiamenti popolari molto più xenofobici, specie verso i musulmani.
Sia le elites, sia l’opinione popolare occidentale condividono l’assunto che le società non-occidentali non hanno un futuro, se non per assimilazione nella civiltà universale dominata dall’Occidente.
Con questo assunto se ne collega un altro: che i valori progressisti e il governo democratico sono parte integrale della modernità.
Ciò è comprovatamente falso.
La modernità anti-progressista, dopotutto, ha dominato l’Europa del ventesimo secolo.


Veniamo agli Stati Uniti d’oggi.
La retorica del governo Bush sulla democrazia universale da espandere è generalmente accettata dai progressisti esattamente come dai conservatori.
E si fonda sulla credenza che la direzione inevitabile della storia porti alla libertà [morale] e alla democrazia per tutti, nonché alla inevitabilità presunta del capitalismo globale di mercato.
L’opinione pubblica americana, salvo rare eccezioni, non vuole ammettere nemmeno che anche l’Europa offra serie alternative alla forma americana di modernità occidentale.
Il discorso dominante in USA descrive l’Europa come decadente, in declino, aggrappata a modelli sociali ed economici arretrati o passati di moda.
L’opinione che possano esistere forme di modernità occidentali diverse dalla americana è scartata con disprezzo.
Anzi, si dà per scontato come gli USA regaleranno all’umanità «la fine della storia», ossia il suo compimento e culmine: e ciò anche prima che Francis Fukuyama lo scrivesse nero su bianco.


E’ sempre stata questa la base teorica implicita che spiega la politica estera americana moderna.
Che la democrazia USA sia essa stessa in declino, e già rimpiazzata da una forma di plutocrazia, è un’affermazione che suscita in genere indignazione.
Ancor meno oggi si accetta l’argomento che il capitalismo americano è corrotto come struttura e come prassi, sfruttatore della forza-lavoro che un tempo si riteneva (nella dottrina sociale cattolica) avesse un diritto sulle risorse produttive della società almeno pari a quello degli azionisti e dei manager.
Senza capirlo, il mondo «moderno» distrugge i modi di vita di tutti gli altri.
Lo considera un fatto di progresso.
La distruzione delle religioni delle altre società e l’integrità delle loro culture - percepite come residui del passato - è insito nelle sue iniziative.
E’ così che eseguiamo la nostra missione universale.
Pochi occidentali si danno pensiero al danno che viene fatto.
Si è convinti che il progresso consista nel portare al governo democratico, alla partecipazione al sistema di commercio mondiale, ad un mercato globale che offra merci dozzinali a basso prezzo e cibi prodotti in massa industrialmente.


La distruzione dell’autosufficienza che avviene nelle altre società, lo sradicamento e la proletarizzazione dei loro popoli, sembra la conseguenza inevitabile del portarli nella modernità.
La migrazione verso le società ricche sembra confermare agli occidentali che è questo che i popoli vogliono.
Poiché ogni società tradizionale è tenuta insieme dalla religione, l’Occidente moderno conduce di fatto una guerra contro la religione tradizionale.
Perché ci stupiamo se i difensori di una religione tradizionale reagiscono?
O quando giovani sradicati che abitano i ghetti dei sobborghi di Londra, Parigi o Madrid - ossia che vivono in mezzo al guado tra il mondo moderno e quello tradizionale, con poche prospettive di vivere pienamente nell’uno o nell’altro - aggrediscono ciò che essi vedono come la fonte del loro malessere, perché meravigliarsi?
La cultura di una civiltà non è rimpiazzabile a piacere.
La civiltà moderna occidentale è il prodotto della sua propria storia; non è stata imposta da fuori, con idee straniere; è stata assimilata per sua scelta.
L’Occidente domina la modernità perché l’ha fatta.
Urbanizzazione, industrializzazione e nazionalismo sono creazioni sue proprie, come anche l’imperialismo, il capitalismo, il comunismo, il totalitarismo.
Per tutti gli altri, sono state importazioni o imposizioni, a volte volontarie e a volte no.


Il moderno sistema di comunicazioni ha accelerato enormemente ciò che in passato è stata un’interazione lenta, e spesso creativa, tra culture e civiltà.
Oggi, questo produce violenza.
E’ in corso una fusione rivoluzionaria di economie e popoli, che porta con sé la distruzione competitiva delle società umane prima esistenti.
Società complesse come la Cina e l’India possono forse, come ha fatto il Giappone, riuscire nel cambiare secondo i propri termini.
Per le società deboli, il processo significa qualcosa di simile allo sterminio.
Si guardi all’Africa, all’Asia rurale e all’America Latina.
I pochi boscimani che sopravvivono, le società nomadiche di pastori-guerrieri in Etiopia e in Africa orientale, gli indiani dell’Amazzonia, i melanesiani della Nuova Guinea, stanno tutti disintegrandosi a causa della crescente influenza e della mescolanza di elementi eterogenei nelle società umane. L’espandersi della moderna economia significa che nemmeno gli abitanti della giungla sono lasciati in pace.
Gli aborigeni australiani e i pellerossa sono troppo numerosi per essere distrutti come popoli, ma le loro culture ormai esistono solo come offerta turistica al dettaglio.
[…]
Non vogliamo dare qui una visione paradisiaca delle società primitive.
Ma ad essere sotto attacco non sono solo loro.


Pensiamo al destino tragico della Russia durante la prima guerra mondiale, quando una dottrina millenaristica ebreo-germanica (il marxismo, n.d.r.), romantica benchè si pretendesse «scientifica», ha scatenato la Rivoluzione d’Ottobre.
Durante la seconda guerra mondiale, per mobilitare la resistenza al nazismo, Stalin fece appello alla «nazione», alla Madre Russia, e abbandonò l’internazionalismo.
Dopo la guerra, l’URSS ha ripreso la dottrina internazionalista, finchè il sistema alla fine è crollato «sotto le sue contraddizioni interne» (per usare una frase fatta del marxismo); ciò che rimaneva era l’eredità della Russia pre-1917.
Ma a quel punto alla Russia è stata imposta, per volontà americana, un’altra dottrina universalista, materialista e «scientifica»: l’economia di mercato, e nella forma più primitiva (il capitalismo del saccheggio) e la democrazia occidentale.
Solo adesso la Russia sta faticosamente emergendo dalle rovine: e ciò che prende forma deve molto più alla cultura storica russa che ai sistemi che la Russia ha sperimentato dal 1917 ad oggi.
Molto simile è la situazione della Cina, dove una minuscola elite post-comunista si arricchisce fabbricando a basso costo merci per le imprese di proprietà straniera, mentre il gran corpo cinese resta sostanzialmente privo di autonomia tecnologica o economica.
Ma la Cina è una civiltà abbastanza antica e possente da prendere dall’Occidente ciò che le serve, e finirà per scartare il resto.
Né siamo ancora al sicuro dalle possibilità totalitarie della modernità.
L’utopismo ideologico vive non solo nella mentalità radicale islamista, ma in quella americana.


La civiltà moderna ha messo l’utopia materiale al posto della salvezza religiosa, e spesso non afferriamo pienamente la differenza tra speranza religiosa e utopismo secolarizzato, e ciò che comporta.
Nelle visioni religiose, la salvazione è il premio a una vita meritoria; e lo si gode nell’aldilà, non nel qui e ora.
Da Hegel a Marx, l’Occidente crede alla storia secolare come a un impegno finalizzato verso una conclusione significativa.
Da quando l’Illuminismo ha detronizzato il cristianesimo come forza intellettuale e morale dominante, varie versioni di utopia secolarista hanno sostituito la salvezza religiosa come scopo della vita.
Questa promessa deve compiersi nel tempo storico dell’aldiquà, non in un’altra vita.
Lo scontro della civiltà occidentale con tutti gli altri ha luogo lungo questo asse del presunto progresso umano.
Il conflitto mobilita non Stati, ma popoli.
Anche se coinvolge interessi politici ed economici, in realtà riguarda valori morali e identità religiose.
Siccome il progresso laico deve essere compiuto nella storia, la violenza contro coloro che ingombrano la strada del supposto destino dell’umanità è accettabile, e anche meritoria.


Perché «supposto» destino?
Non nego i benefici del governo rappresentativo, le norme giuridiche internazionali  (ora purtroppo sotto attacco da parte del governo USA, che nel trattamento dei nemici è tornato alla barbarie dell’occupazione nazionalsocialista in Europa), la conoscenza scientifica, l’accumulo di potere che la tecnologia consente.
Ma il progresso morale degli individui è tutta un’altra faccenda.
La versione americana della fede nel progresso confonde la sempre maggiore complessità e interdipendenza della società moderna, l’avanzamento scientifico tecnologico e del commercio con il miglioramento morale degli esseri umani.
Di ciò, non c’è alcuna prova.
Si vede un progresso istituzionale, almeno secondo gli standard attuali; ma si nota anche declino, secondo gli stessi standard della modernità.
Come negare che la Washington di George W. Bush e il clima morale del Congresso non esibisca un profondo regresso rispetto alle istituzioni repubblicane americane del periodo federale?
Isaiah Berlin ha scritto che l’Illuminismo promette all’uomo «che esiste la soluzione dei problemi centrali, che essa può essere scoperta e che, con sufficiente sforzo disinteressato, può essere realizzata sulla terra».
Oggi si può credere a questa promessa solo negando l’esperienza del ventesimo secolo, in cui quasi tutti noi siamo nati.


Ma nelle scuole americane si studia poco la storia.
Ho messo a fuoco il tema del progresso perché la vera «guerra» oggi in corso non è tra l’Islam e l’Occidente (meglio: fra una parte della società islamica e gli Stati Uniti), bensì tra la modernità occidentale e i valori, le aspirazioni e i modi di vita del mondo non-moderno.
La reazione jihadista prende la forma classica (già vista più volte nell’epoca del colonialismo) di un tentativo violento e utopico di tornare a una qualche Età dell’Oro.
La sua forza emotiva viene da un sentimento popolare di minaccia e dal bisogno di affermazione culturale: questo a sua volta alimentato dall’arretratezza materiale e dall’oppressione politica occidentale vissuta dai giorni del crollo dell’impero ottomano.
La vulnerabilità di questo non-Occidente non è primariamente militare (gli USA stanno perdendo in Iraq, come persero in Vietnam: il potere militare è relativo); la vulnerabilità è economica.
Gli interessi americani hanno guidato la grande campagna degli anni ‘90 per la deregulation della finanza globale e l’apertura del mondo agli investimenti stranieri, ciò che traduceva il consenso economico comune all’epoca.
Questo è stato accettato dalla massima parte dei politici e dei governi occidentali come il programma per rendere le società più ricche inserendole nella rete del sistema mercantile internazionale.


E’ stato un successo, ma al prezzo della distruzione di quel che c’era prima: le economie auto-sufficienti funzionanti entro schemi di scambio tradizionali.
E il suo costo per l’Occidente stesso, nella devastazione della solidarietà sociale e della responsabilità pubblica, lo stiamo cominciando a vedere solo ora.
Io non credo nel progresso umano.
Non c’è prova che gli esseri umani d’oggi siano moralmente migliori dei greci attici, dei cristiani dell’Europa medievale o dei pittori rupestri del Magdaleniano.
Come cristiano non faccio alcun conto su tale avanzamento collettivo.
Ma soprattutto, vedo che l’elevazione morale dell’uomo e della civiltà non è fra le ambizioni dell’Occidente contemporaneo (mentre lo è stato di certo in passato).
Ancora nel 1951 lo statista americano George Kennan delineava così gli scopi della politica estera USA: «incutere il rispetto e la fiducia del mondo che, nonostante tutte le sue difficoltà materiali, è ancora più disposto a rispettare e stimare la distinzione spirituale che l’opulenza materiale». Quest’idea è oggi totalmente estranea alla cultura dominante e all’azione politica degli attuali
Stati Uniti.
Le parole di Kennan sembrano venire da un universo morale del tutto diverso».


Introduzione, traduzione e note di
Maurizio Blondet


Note
1) William Pfaff, «Clash of cultures», Commonweal Magazine, 16 giugno 2006.
2) Di eccezionale importanza questa nota parentetica di Pfaff: egli è consapevole che la guerra al «terrorismo islamico», cui partecipano tanti «buoni cattolici», è in realtà l’ultima guerra giacobina sferrata alla religione in quanto tale. Ad ogni religione, cattolicesimo compreso.
3) I campioni più fanatici dell’ultimo, terminale «Occidente» sono, spesso, questi eredi di un popolo asiatico, reduci o credenti di una religione estranea all’Occidente, fondata su principi e valori interni profondamente «asiatici».


 




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