piccolozaccheo
Bernanos: un inguaribile realista
 
lunedì, 21 gennaio 2008
 

Il grande Bernanos diceva che quello dei cristiani è un optimisme tragique, un ottimismo tragico. Questa definizione, malgrado la sua innegabile forza, non mi ha mai convinto del tutto. Dividere il mondo fra ottimisti e pessimisti, così come fra “conservatori” e “progressisti”, mi è sempre parsa un’operazione intellettualmente sterile.


In che modo, e da quale punto di vista, il cristiano dovrebbe poi considerarsi un ottimista o un pessimista? Bernanos, ovviamente, alludeva alla redenzione. La vita, per quanto a volte possa sembrare una “cosa buffa”, è in fondo una faccenda maledettamente seria, e saperla riscattata dalla sua conclusione finale può certamente aiutare a darle un senso. La croce è indubbiamente una “tragedia”, ma almeno ha un “lieto fine”: ora, possiamo qualificare tutto questo come “ottimismo”?


Le alternative, lo sappiamo, sono quelle del vicolo cieco o del circolo chiuso: l’esistenza come caducità o l’esistenza come eterna ripetizione. È “facile”, per un credente, criticare queste opposte visioni partendo dalla redenzione: qualcosa è accaduto, il ciclo si è spezzato, c’è un punto di leva esterno al mondo che permette di sollevare il mondo…


Eppure, questa critica potrebbe essere sempre accusata, a torto, di “antropocentrismo”, perché partirebbe dall’accettazione di una premessa schiettamente “umana”. E la premessa è che la percezione “soggettiva” della vita, come limitata dalla morte e dunque naturalmente bisognosa d’altro, abbia un qualche valore oggettivo di verità (la scienza, si dice, eliminerebbe quest’assurda pretesa di proiettare le ambasce dell’uomo sul cosmo intero, facendone criterio di conoscenza).


Non è un caso, allora, se i primi cristiani, nel loro percorso di catechesi, partivano dall’idea di creazione, o per meglio dire dalla questione dell’essere (vd. il discorso di Paolo all’Areopago, in Atti 17): senza un corretto intendimento dello stato creaturale dell’uomo, e della sua partecipazione all’essere, non potrà mai esserci un corretto intendimento della redenzione. Agostino lo lascia intendere con molta chiarezza, nel suo manuale De catechizandis rudibus: «La catechesi comincia dal versetto In principio Dio creò il cielo e la terra» (3,5).

Per questo, come già si diceva, anche il Catechismo della Chiesa cattolica comincia con l’esposizione dei praeambula fidei, delle premesse razionali sulle quali s’innesta la fede. E inserisce tra queste, comprensibilmente, la discussione dell’esistenza di Dio. Più che nell’idea di redenzione, infatti, è qui che si trova quel “punto di leva esterno al mondo che permette di sollevare il mondo”: in uno sguardo aperto a ciò che eccede e trascende l’uomo.


Partendo da qui, anche la considerazione del male, sovente invocata per negare l’esistenza di Dio, può essere più correttamente collocata tra le percezioni “soggettive”, e dunque parziali, dell’uomo. Il perché lo spiega Tommaso d’Aquino, con una frase che mi ha sempre colpito per la sua potenza, degna di un koan orientale: «Non esiste un male che corrompa totalmente il bene; poiché almeno il soggetto in cui il male risiede è un bene».


Si tratta di ottimismo tragico? Può ben darsi, ma soltanto se comprendiamo la frase in senso idealista, cioè da soggettivisti.

 

Scritto da piccolozaccheo

 




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