piccolozaccheo
Lutero "gnostico"?
 
dal sito www.piccolozaccheo.splinder.com

Trovandomi a Ginevra per un periodo di ricerca (il che spiega il diradarsi degli interventi in questo blog), mi capita pressoché ogni giorno di passare accanto al celebre, imperioso monumento dei Quattro Riformatori: Guillaume Farel, Jean Calvin, Théodore de Bèze e John Knox. Ai lati del complesso di statue, inciso sulla pietra a lettere cubitali, campeggia inoltre il motto della città: Post tenebras lux, piccante allusione al trionfo della luce dopo un lungo periodo di tenebra. È quindi una tentazione irresistibile, per il sottoscritto, quella di scrivere qualcosa sull’argomento. Non senza malizia, mi piace l’idea di farlo rispolverando la domanda impertinente e provocatoria che dà il titolo a questo post, e che emergeva da un dossier pubblicato al principio degli anni Novanta all’interno del mensile “30 giorni”, sulla base di un volume di Theobald Beer, Der fröhliche Wechsel und Streit (apparso in Germania nel 1980). Un’opera che al momento della pubblicazione destò immediato scalpore, per l’arditezza della tesi proposta, ma anche per l’acribia filologica con la quale intendeva darne prova. L’allora cardinale Ratzinger, positivamente colpito dalla lettura, scrisse personalmente all’autore: «Ritengo il Suo lavoro oltremodo stimolante. L’influenza avuta su Lutero dal neoplatonismo, dalla letteratura pseudo-ermetica e dalla gnosi, che Lei considera di primaria importanza, getta nuova luce sulla polemica ingaggiata dal riformatore nei confronti della filosofia greca e della Scolastica. Originale, e decisivo, mi sembra anche il modo in cui Lei approfondisce le caratteristiche sostanziali della cristologia e della dottrina trinitaria luterane». L’articolo, di Luigi Copertino, che riportiamo di seguito, tratto da un numero della rivista “Alfa e Omega”, riassume efficacemente i risultati del volume di Beer:

 
«Dai manuali di storia abbiamo appreso che Lutero ha iniziato la sua ribellione a Roma all’epoca della questione delle indulgenze. Nella realtà, quando rese pubbliche le 95 tesi sulle indulgenze, aveva già maturato un nuovo modo di vedere il cristianesimo. Theobald Beer ha dimostrato che la fonte ispiratrice di Lutero è il Liber XXIV philosophorum, un’opera neoplatonica che venne attribuita ad Ermete Trismegisto. In Germania, sin dal Due-Trecento, si diffuse un indirizzo teologico e mistico di tendenza panteista e nichilista, chiaramente influenzato dal neoplatonismo riemergente. Questa forma di misticismo si alimentava dell’umanesimo neopagano che andò affermandosi nel secolo XV e che fu portato avanti in particolare dal “Circolo di Erfurt”, frequentato da Lutero fin dal 1505. Un circolo, segretamente collegato al cabbalismo di Reuchlin, nel quale si coltivò ante litteram quel relativismo antidogmatico e soggettivista che, per il tramite del protestantesimo e del rosacrucianesimo, ritroveremo successivamente nella massoneria. Agli inizi dell’età umanistica, Meister Eckart predicava la necessità di “unirsi all’Eterno Nulla”: l’anima, particella divina imprigionata nel corpo, deve riunirsi al Nulla/Tutto dal quale deriva, ossia deve annichilirsi nella “divinità”. È in questo ambiente che Martin Lutero matura le opzioni fondamentali della sua teologia antiscolastica, nell’avversione non solo a San Tommaso d’Aquino, ma anche ai Padri della Chiesa, che hanno costituito il riferimento principale dell’Aquinate (…). “Gnostica” è la forma sostanziale delle tesi luterane sull’irresponsabilità assoluta della anima umana, sulla totale inconoscibilità di Dio e, soprattutto, sul ribaltamento di ogni manifestazione divina nel suo esatto contrario (il bene si nasconde dietro il male, la santità si manifesta nel peccato, la virtù nel vizio) e sulla impossibilità che l’uomo collabori all’opera della sua salvezza. Per Lutero, infatti, la divinità e l’umanità di Cristo sono unite solo accidentalmente, e non ipostaticamente. Da qui conseguono da un lato il “sopranaturalismo”, ossia l’assorbimento dell’umano nel divino, e dall’altro lato, il naturalismo, ossia la riduzione di Cristo alla sua sola umanità.
Lutero, mentre studiava un passo della Scrittura, ebbe a suo dire l’improvvisa “illuminazione”, immediata e diretta – ossia di carattere psicologico e soggettivo –, di essere stato salvato nonostante la corruzione irrimediabile della propria natura segnata indelebilmente dal peccato. Questo radicale soggettivismo dell’esperienza religiosa fa di essa un’esperienza del tutto incomunicabile. Nel soggettivismo fideistico di Lutero il mondo è inteso come rappresentazione dell’io, nel senso proprio che sarà di tutto l’idealismo tedesco da Kant ad Hegel, passando per Fichte, Schelling e Schopenauer. Per Lutero non vi è vera oggettività di Dio al di fuori di ciò che il soggetto sente e crede come vero. Senza il soggettivismo fideistico non può capirsi neanche l’odio di Lutero verso la Chiesa. Egli, ritenendo l’esperienza religiosa una incomunicabile esperienza soggettiva, considera la Chiesa inutile, anzi di intralcio all’atto di fede come “illuminazione” immediata e diretta. La Chiesa per Lutero è solo quella “invisibile”, “pura”, “incorporea”, quella che vive di “sola fides” nell’interiorità soggettiva di ciascun cristiano e che si rende soltanto occasionalmente visibile nelle riunioni assembleari dei fedeli, ossia nella comunità egualitaria ed a-gerarchica dei fedeli riuniti per la celebrazione della “cena Domini” come mero memoriale. Lutero nega radicalmente la realtà della Chiesa, la sua necessità, la gerarchia papale e sacerdotale, il valore stesso dei Sacramenti che, infatti, nel protestantesimo vengono tutti, o quasi, azzerati. In tale prospettiva il Papa diventa l’“anticristo”, e la Chiesa cattolica con il dogma e la disciplina liturgica limita la libertà dei cristiani. In realtà, furono proprio le chiese protestanti a subire l’assoluta soggezione del potere degli Stati nazionali (…), aprendo la strada al processo di secolarizzazione e all’accettazione indiscussa delle varie politico-economiche dominanti. La riduzione in senso soggettivistico ed individualistico della fede ha comportato, in tema di predestinazione, un esito teologico irrazionalista. Chi stabilisce che uno è salvato e l’altro no? Lutero (e ancor più, dopo di lui, Calvino) è costretto a dare una risposta assolutamente ripugnante alla coscienza cattolica, perché presuppone un Dio senza misericordia che sceglie con totale irrazionalità. Dio, secondo Lutero, in una massa che è tutta votata alla dannazione, sceglie alcuni uomini in un modo assolutamente arbitrario. Questa arbitrarietà divina è l’elemento che lascia l’uomo in balia di un “dio” dai tratti capricciosi e dispotici.
Anche nell’approccio esegetico alla Scrittura Lutero utilizza l’“auto-illuminazione soggettiva”, e l’ermetismo. Questo tipo di approccio esegetico porta Lutero al radicale disconoscimento del rapporto Creatore/creatura, inteso come rapporto di amorevole “filiazione”. Nei suoi scritti principali, Lutero afferma che tutto ciò che non è Dio è “contraria species” a Dio, e quindi senza valore, anzi totale corruzione e malvagità. Dietro questa affermazione si scorge l’influsso della dottrina gnostica secondo la quale, essendo la creazione (in termini gnostici la “manifestazione”) una frammentazione dell’unità divina primordiale, Dio crea negandosi, alienandosi nella creatura, sicché la redenzione della creatura consiste nel suo annientarsi, nel suo annichilirsi in questo Dio inteso come unità indifferenziata e perciò come “Nulla che tutto contiene” (…). La teologia luterana afferma l’assoluta inconoscibilità di Dio e il suo manifestarsi attraverso il ribaltamento dialettico nella “contraria species”: Lutero, in altre parole, dichiara che tutto ciò che non è Dio è “antidio”, e che la creazione è essenzialmente malvagia. Come per la gnosi, anche in Lutero la creazione è il contrario negativo della divinità.
L’antropologia di Lutero dipende dalla sua teologia del “doppio contrario”. Infatti, l’uomo è dualisticamente colto, da un lato, nella sua assoluta impotenza, nella sua totale passività, nella sua irrimediabile corruzione, sicché tutte le opere umane sono vanità, e, dall’altro lato, al contrario, nella sua sconfinata pretesa di essere, di porsi e di proclamarsi, autosufficiente. Questo dualismo antropologico è manifesto nella concezione luterana, che fu già catara, della intrinseca peccaminosità di ogni atto sessuale, anche se atto d’amore, sull’impossibilità e sull’inutilità alla resistenza ad ogni impulso sessuale trasgressivo e, quindi, sull’inevitabilità del permissivismo morale. Il soggettivismo diventa immediatamente relativismo etico e, su un altro piano, liberalismo politico e liberismo economico. L’uomo luterano è del tutto determinato dal peccato, che gli è talmente connaturato da impedirgli ogni scelta, volontaria e spontanea, di bene morale. In tale convinzione luterana si rinviene la base teologica dell’assolutismo politico e del totalitarismo, che hanno avuto la pretesa di costringere l’uomo al “bene” per mezzo della coazione giuridica e poliziesca o per mezzo delle mobilitazioni di massa. Ma questa antropologia negativa è anche la base teologica del capitalismo liberista che, come aveva ben intuito Max Weber, è stato storicamente favorito da un’organizzazione economica fondata sul “metodismo” o “ascetismo mondano”, ossia sulla rigida morale professionale del calvinismo. Calvino, come è noto, per placare l’ansia da incertezza della salvezza dovuta al Dio irrazionale di Lutero, che salva indipendentemente dalle opere, introdusse l’idea per la quale segno di predestinazione è il successo economico. Il che spiega perché il liberismo, dopo l’Olanda e l’Inghilterra, ha messo radici soprattutto in America. Il medesimo “biblismo sociale”, con la sua etica degli affari, che soggiace al puritanesimo, fu fonte ispiratrice anche per Adam Smith nella giustificazione religiosa del “libero mercato”. La forma autoritario-conservatrice del contrattualismo sociale e, in economia, del liberismo, che propugna l’egoismo come vera radice del vivere sociale, trova dunque il proprio fondamento teologico indispensabile nell’antropologia negativa introdotta dalla Riforma protestante» (fonte: “Alfa e Omega”, n. 2, 2005).
 




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