STATI UNITI - Il 17 agosto la stampa ha pubblicato la notizia della condanna del presunto terrorista José Padilla da parte di un tribunale di Miami.
Per strana coincidenza, La7 trasmette il vecchio film «Vincitori e vinti» di Stanley Kramer (che film! Burt Lancaster, Spencer Tracy, Montgomery Clift, Richard Wydmark, Judy Garland…) con la storia di un tribunale americano che deve giudicare un giudice ed esimio giurista tedesco che si è compromesso col nazismo ed ha accettato, in nome della difesa della patria insidiata da nemici interni ed esterni, che la giustizia fosse pervertita.
«La Repubblica» se la cava sbrigativamente: «Padilla collaborò con Al Qaeda» dice il titolo, sia pure virgolettato, e il testo è questo:
«New York. Jose Padilla è colpevole di appoggio materiale al terrorismo. Lo ha deciso ieri la Corte di Miami che indagava sul complotto per far esplodere una ‘bomba sporca’ negli Stati Uniti nel 2002. Padilla, arrestato 5 anni fa, è stato giudicato colpevole di aver appoggiato Al Qaeda e altri gruppi terroristici stranieri. Il cittadino americano di origine ispanica era stato detenuto come ‘combattente nemico’. Le accuse sulla bomba sporca non sono state incluse nel processo di Miami per ragioni burocratiche: Padilla non ricevette assistenza legale né gli furono letti i suoi diritti al momento dell’arresto. Insieme a lui sono stati condannati anche Adham Amin Hasoun e Kifah Wael Jayyousi. I tre rischiano l’ergastolo».
Volendo rinunciare all’allarmismo sul pericolo del terrorismo islamico, che sembra essere ondivago anche in Italia, dove prima si è parlato di una moschea in cui si preparavano attentati, dato che in casa dell’imam sono stati trovati ben 40 … elementi chimici, salvo poi non spiegarci di che elementi si trattava (fra detersivi, sale, zucchero, ecc. in quale casa non ci sono 40 elementi chimici?) il caso è a dir poco allucinante, e vede l’America divisa fra chi crede che l’imputato sia stato trattato anche troppo bene, e auspicava la pena di morte immediata, e chi crede si tratti di una montatura, e una colossale parodia della giustizia.
Il punto che molti commentatori hanno sottolineato è che la conclusione con una condanna del primo caso di terroristi processati da un tribunale civile regolare, con giuria, dimostra che non era e non è necessario il ricorso a detenzione senza diritti in posti come Guantanamo e ai processi senza diritto di difesa davanti a commissioni militari, come pretende l’amministrazione Bush.
Il caso Padilla dimostrerebbe che la giustizia americana tradizionale funziona, e non c’è bisogno che Bush ricorra a sistemi in contrasto con la legislazione internazionale sui crimini di guerra e i crimini contro l’umanità.
Ma è davvero così?
Sarebbe stata fatta giustizia?
Cerchiamo di capire cosa è successo.
Josè Padilla, 36 anni, è un portoricano diventato cittadino americano, di Chicago, convertito all’Islam.
Da giovane, è stato sottolineato, apparteneva ad una gang giovanile, cosa che già lo segna a dito, anche se moltissimi giovani di minoranze nei ghetti americani si iscrivono alle bande, come in Italia si aggregano ai gruppi ultrà negli stadi.
Dal 1998 e per tre anni Padilla è vissuto in Egitto, a suo dire per studiare la religione.
E’ stato arrestato nel 2002, in arrivo in aereo a Chicago proveniente dal Pakistan.
Appena fu arrestato il ministro della Giustizia Ashcroft dichiarò che era stato sventato un altro attentato, con una bomba sporca che avrebbe diffuso ovunque materiale radioattivo.
Ma nessuna prova di ciò è stata trovata, né alcuno ha saputo dire come Padilla avrebbe fatto l’attentato, né con chi, né con quali mezzi.
Quindi l’accusa della bomba sporca non è stata portata in tribunale per «ragioni burocratiche» - che poi sarebbero il rispetto minimo dei diritti della difesa - ma semplicemente perché non c’è mai stata alcuna prova.
L’accusa ha dichiarato che le prove sarebbero le dichiarazioni di altri prigionieri che però non possono essere presentate in tribunale.
Dal suo arresto Padilla è stato tenuto per 3 anni e mezzo, prigioniero in una cella di pochi metri, dentro una base militare in Sud Carolina.
In tutto questo periodo non ha mai avuto contatto con alcun essere umano, ed è rimasto in condizioni di deprivazione sensoriale: senza luce, senza suoni, senza voci umane, senza letture. Quando l’11 dicembre 2006 è stato portato fuori dalla cella per un trattamento medico, poco prima di essere consegnato a un tribunale su ordine della Corte Suprema, lo si è visto ammanettato ai polsi e alle caviglie, scortato da soldati in assetto da combattimento, con gli occhi bendati e le orecchie tappate per non ricevere alcuna luce o suono.
Scriveva sulla vicenda il Guardian: «Padilla è davvero pericoloso? Affatto: i suoi guardiani lo descrivono così docile e inattivo che lo si potrebbe scambiare per un mobile. Lo scopo di queste misure sembra essere quello di proseguire il regime nel quale ha vissuto per più di tre anni: deprivazione sensoriale. E’ stato tenuto in una cella oscurata, incapace di vedere o sentire alcunché da fuori. Soprattutto non ha avuto alcun contatto umano, eccetto essere sbattuto contro i muri ogni tanto dai suoi interrogatori. Come risultato, sembra che abbia perso l’intelletto. Lo psichiatra legale che lo ha esaminato dice che: non si rende conto della natura e delle conseguenze del procedimento contro di lui; è incapace di rispondere al suo legale; ha impedimenti al ragionamento come risultato di malattia mentale, cioè disordine da stress post-traumatico; il disordine da stress post-traumatico è stato complicato dagli effetti neuropsichiatrici dell’isolamento prolungato».
Il suo difensore sostiene che il suo cervello sia stato distrutto ed ora sia allo stato di demenza, come se fosse stato lobotomizzato.
Né Padilla né gli altri imputati si sono presentati al processo.
Padilla era stato arrestato con l’accusa, mai circostanziata, di voler preparare una bomba radioattiva, ma è stato processato e condannato solo per essersi aggregato a Al Qaeda.
A questo riguardo è stata portata una prova: un modulo di adesione ad Al Qaeda trovato dagli americani in Afghanistan nel 2001, come dichiarato alla corte da un agente della CIA in incognito, sul quale compaiono le sue impronte.
La difesa ha fatto presente che il suo nome non compare, l’identificazione verrebbe dal fatto che l’autore della domanda dichiara di parlare spagnolo, inglese e arabo, come Padilla, ma non è mai stata fatta perizia calligrafica.
Le impronte di Padilla compaiono solo sulla prima pagina del documento di 6 pagine, e in posizione che non corrisponde a quella di un uomo che sta scrivendo, e viene da commentare che non è impossibile ottenere le impronte di un uomo quando lo si ha a disposizione per 3 anni e mezzo.
E’ stato dichiarato che sono state raccolte registrazioni di 300.000 telefonate (!) fra i musulmani di Chicago, e di queste solo 7 sono di Padilla, nessuna delle quali con contenuti che possano incriminarlo.
Non è stata trovata alcuna prova che Padilla sia mai stato in Afghanistan, né alcuna testimonianza.
E’ stato dichiarato che in telefonate agli altri due imputati, una volta gli viene detto che tale Ibrahim è vicino a Osama, e un’altra volta che tale Abdallah era in Afghanistan, e per l’accusa probabilmente si trattava di telefonate in codice e Ibrahim e Abdallah erano Padilla.
Quanto agli altri due imputati, uno, Hassoun è un programmatore di computer palestinese e l’altro, Jayyousi un giordano, impiegato scolastico, che vivono in America.
Essi hanno organizzato raccolte di fondi a favore di musulmani in Bosnia, Kosovo e in Cecenia alla fine degli anni ‘90, ossia quando gli Stati Uniti stessi sostenevano in ogni modo i bosniaci e i kossovari contro i serbi e contestavano l’intervento russo in Cecenia.
La loro sorte è stata unita a quella di Padilla in modo da confondere le due posizioni e raggiungere una condanna uguale per tutti e tre, anche se fra le accuse contro di loro non c’è mai stata quella di progettare la bomba.
Il procuratore federale Frazier ha parlato solo di una cellula di sostegno al terrorismo che comprendeva tutti e tre.
Secondo il New York Times del 13 agosto, nel processo, durato tre mesi, l’accusa non ha quasi mai parlato di Padilla, concentrandosi sulle telefonate fra gli altri due imputati, salvo chiudere il processo col colpo finale del documento con le impronte.
Da notare che dopo migliaia di intercettazioni non è stata trovata alcuna conversazione compromettente, ma l’accusa ha sostenuto che gli imputati parlavano in codice: giocare a football o mangiare formaggio voleva dire fare la Jihad, zucchine voleva dire armi.
Quello che sembra una applicazione della giustizia si rivela quindi più probabilmente una tragica farsa: quale vero tribunale accetterebbe mai di processare un uomo tenuto 36 mesi sotto tortura, con il cervello distrutto, impossibilitato a difendersi, senza una sola testimonianza o una sola prova, ad eccezione di una dubbia serie di impronte, e il cui solo crimine, se anche fosse tale, sarebbe stato di cercare di imparare tecniche militari presso quegli stessi campi che gli americani avevano costituito apposta, e ai quali essi stessi avevano mandato decine di migliaia di mujaheddin?
Oltretutto la presunta domanda è del 2000, prima quindi dell’11/9 e quando aderire ad Al Qaeda non voleva dire necessariamente combattere contro l’America.
L’imputazione finale è stata quella di «conspiracy to murder, kidnap and maim people in a foreign country», associazione a delinquere finalizzata all’omicidio, ferimento e rapimento all’estero, ma non è stata portata prova alcuna di associazione fra i tre imputati, né è stato mai detto chi doveva essere ucciso, o dove, o come, una volta fatta passare nel dimenticatoio l’assurda storia della bomba radioattiva.
Alla condanna da parte della giuria, in buona parte ispanici di Miami (estremamente conservatori) seguirà a dicembre la sentenza da parte del giudice, che sarà sicuramente di tre ergastoli.
Da domandarsi, fra l’altro, dato che Padilla era di Chicago ed è stato arrestato là, perché sia stata scelta la corte federale di Miami.
Il portavoce della Casa Bianca ha oggi dichiarato: «Ci complimentiamo con la giuria e la ringraziamo per aver sostenuto il principio fondamentale americano di una giustizia imparziale per tutti. José Padilla ha avuto un equo processo e un giusto verdetto».
Alla fine del film «Vincitori e vinti» Burt Lancaster, il giudice tedesco Ernest Jannings, contraddicendo il suo stesso avvocato difensore, assume le sue responsabilità: «C’erano quelli fra di noi che sapevano che erano tutte menzogne. Perché collaborarono?».
Domanda che si potrebbe rivolgere ai nostri giornalisti e ai nostri politici (non ai bravi cattolici tipo Farina Betulla e l’onorevole Santanchè, che alla minaccia islamica ci credono davvero): sapete che sono menzogne.
Perché collaborate?
A parte questi tre disgraziati, ci sono migliaia di persone, a Guantanamo, a Camp Bubba, a Bagram, a Diego Garcia, in Egitto, in Giordania, forse in Polonia e in Romania, di cui non sappiamo nulla.
Ci sono persone rapite dalle strade d’Europa e d’Italia e mandate in Paesi lontani ad essere torturate.
Come diceva Jannings. «Ciò che doveva essere una fase passeggera era diventato un sistema di vita».
Il bello è che ciò per cui Padilla doveva essere impiccato, secondo molti americani, cioè il tradimento, è specificamente trattato dalla Costituzione americana, che ormai è solo uno scartafaccio insignificante: articolo 3 aezione 3: «Sarà considerato tradimento contro gli Stati Uniti soltanto l’aver impugnato le armi contro di essi, o l’aver fatto causa comune con nemici degli Stati Uniti, fornendo loro aiuto e soccorsi. Nessuno sarà dichiarato colpevole di alto tradimento, se non su testimonianza di due persone che siano state presenti a uno stesso atto flagrante, ovvero quando egli confessi la sua colpa in pubblico processo. II potere di emettere una condanna per alto tradimento spetta al Congresso; ma nessuna sentenza di tradimento potrà comportare perdita di diritti per i discendenti, o confisca di beni se non durante la vita del colpevole».
Quindi mentre Bush dice che il tradimento è cosa così grave da non meritarsi garanzie processuali o umanitarie, la Costituzione dice esattamente l’opposto, il tradimento è cosa così grave che serve il massimo di garanzie processuali, un pubblico processo e almeno due testimonianze di un atto flagrante.
E concludo ancora con le parole di Jannings: «Se non sapevamo era solo perché non volevamo sapere».
Dieci giorni dopo, sull’Herald Tribune il giornalista Garrison Keylor ha scritto: «Hanno rinchiuso Jose Padilla per avere riempito un modulo per iscriversi a un campo di Al Qaeda, una pietra miliare nella legge sull’associazione a delinquere. Da quel terribile giorno di settembre il vicepresidente è ossessionato dall’idea che qualcuno in qualche posto deve essere fermato dal fare quella cosa terribile che forse sta per fare e forse no, e che se la Costituzione e la legge e il buon senso devono essere schiacciati sotto i piedi per fermarlo, che lo siano. Dove c’è fumo c’è fuoco. Questo è duro per i fumatori, se i pompieri sono chiamati ogni volta che qualcuno espira. Ed è quello che è successo a Padilla. Ha acceso una cicca e l’hanno inchiodato per avere pensato a un incendio. Dio ci perdoni la nostra zelante crudeltà».
Almeno un giornalista americano ha avuto una parola di pietà, ma nessuno dei nostri lo ha seguito.