In pochi anni gli Stati Uniti hanno dilapidato il capitale di autorità morale e prestigio internazionale che avevano conquistato nel mondo dopo il trionfo alla fine della guerra fredda. Il paese ha risorse morali e materiali che gli permetteranno di recuperare dopo Bush il terreno perduto. Ma questo, nel frattempo, è il momento dell’Europa. Vi è un vuoto di autorità e prestigio, nel mondo, che l’Europa, con un soprassalto di orgoglio e fierezza, potrebbe riempire.
Prima di pronunciare il suo discorso all’assemblea generale dell’Onu il presidente venezuelano Hugo Chàvez si è fatto il segno della croce. Ma una fotografia scattata qualche giorno prima all’Avana lo ritrae insieme al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Si abbracciano affettuosamente e guardano gli obiettivi delle macchine fotografiche con sorrisi raggianti. Hanno appena firmato 29 accordi che prevedono, tra l’altro, intese per la cooperazione nel campo delle ricerche petrolifere, la costruzione di uno stabilimento petrolchimico e di una acciaieria, progetti per l’industria automobilistica.
Che cosa unisce due persone che lo “scontro di civiltà” dovrebbe collocare in campi contrapposti? Qual è il punto di convergenza fra questi leader e personaggi come Fidel Castro, il presidente della Bolivia Evito Morales, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe e i rappresentati della Corea del Nord, del sudan, della Birmania, della Bielorussia?
Alcuni di essi hanno partecipato al 14° vertice dei paesi non allineati che si è tenuto a Cuba, sotto la presidenza di Raul Castro, due settimane fa, e si sono ritrovati a New York per l’assemblea generale delle Nazioni Unite. Tutti hanno ascoltato e applaudito il discorso con cui Ahmadinejad ha difeso la politica nucleare dell’Iran, gli scherzi grossolani di Chàvez sulla natura diabolica del presidente George Bush, il gesto provocatorio con cui Morales ha agitato di fronte all’uditorio una foglia di coca e ha denunciato il neocolonialismo degli Stati Uniti.
Questi paesi, e molti altri, non sono uniti da una ideologia, da una fede comune o dal desiderio di perseguire insieme lo stesso obiettivo. Il cemento che li induce a dimenticare le loro divergenze è l’ostilità verso gli Stati Uniti: un sentimento che è oggi diffuso, sia pure con gradazioni diverse, in una buona parte della società internazionale. Nelle due riunioni internazionali delle ultime settimane (la conferenza dell’Avana e l’assemblea dell’Onu) il tema ricorrente di alcuni fra i principali interventi è stato l’ “imperialismo americano”.
Per un paradossale rovesciamento delle parti l’America è diventata lo “stato canaglia” di quella parte della società internazionale che, a torto o a ragione, si ritiene minacciata dalla politica di Washington. Il segno più indicativo di questo fenomeno è la rinascita del Movimento dei paesi non allineati. Il Movimento risale alla grande conferenza che si tenne a Bandung nell’aprile 1955 con la partecipazione di 29 paesi afroasiatici, uniti dal desiderio di adottare una posizione non schierata fra i due blocchi nella guerra fredda. Negli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il Movimento perdette la sua giusticazione originale e sembrò destinato a spegnersi. Oggi il Movimento ha ritrovato nell’ostilità agli Stati Uniti una nuova piattaforma comuine.
Sappiamo che in molti casi il nazionalismo antiamericano è l’alibi di nomenclature corrotte e di leader corsari che perseguono senza scrupoli politiche spregiudicate e pericolose. Ma tra i 118 membri del Movimento dei non allineati e tra coloro che hanno calorosamente applaudito il discorso di Ahmadinejad e le pagliaccesche filippiche di Chàvez vi sono anche stati rispettabili e necessari alla stabilità della loro regione. Avrebbero applaudito altrettanto calorosamente quando i presidenti, alla Casa Bianca, erano George Bush senior o Bill Clinton?
Ogni grande potenza è destinata a trovare sulla propria strada parecchi nemici. Ma gli errori strategici commessi dalla presidenza di Bush dopo l’11 settembre e alcune clamorose violazioni dei diritti umani hanno creato un fronte antiamericano molto più largo e forte del passato. In pochi anni gli Stati Uniti hanno dilapidato il capitale di autorità morale e prestigio internazionale che avevano conquistato nel mondo dopo il trionfo alla fine della guerra fredda. Il paese ha risorse morali e materiali che gli permetteranno di recuperare dopo Bush il terreno perduto. Ma questo, nel frattempo, è il momento dell’Europa. Vi è un vuoto di autorità e prestigio, nel mondo, che l’Europa, con un soprassalto di orgoglio e fierezza, potrebbe riempire.
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