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| Lo storico è inevitabilmente l'interprete degli umori della società che lo legge, ma esercita pur sempre un mestiere e deve praticarne le regole con indipendenza e correttezza. Non so se i "revisionisti" ne saranno sempre capaci. So che molti storici antirevisionisti ne sono stati spesso incapaci e hanno commesso un peccato capitale: hanno dimenticato che ogni avvenimento è il risultato di cause specifiche e fattori concreti, che ogni vicenda storica è irriproducibile, che ogni proiezione nel futuro di avvenimenti passati è anacronistica. E lo hanno fatto nella segreta convinzione di potere assecondare in tal modo il "senso della storia", secondo le loro convinzioni morali e ideologiche... I "revisionisti" hanno, agli occhi dei loro avversari, molte colpe. Hanno attenuato le responsabilità storiche del fascismo e del nazismo. Hanno giustificato l'avvento di alcuni regimi autoritari di destra, da quello di Franco in Spagna a quello di Pinochet in Cile. Hanno negato l'importanza fondamentale della Resistenza nella ricostruzione della democrazia italiana dopo la Seconda guerra mondiale. Hanno messo in discussione i sentimenti democratici e la lealtà nazionale del Partito comunista italiano. Hanno contestato l'unicità del genocidio ebraico. E lo avrebbero fatto per due ragioni: per amore di provocazione e notorietà, per favorire l'avvento al potere di forze politiche che non hanno tradizioni democratiche e raccolgono il loro consenso originale in quei settori della società italiana dove la "Repubblica nata dalla Resistenza" fu sempre percepita come sopruso e minaccia. Il "revisionismo" non sarebbe in altre parole una tendenza degli studi e il naturale risultato dell'aspetto diverso che gli avvenimenti assumono con il passare del tempo. Sarebbe una moda pubblicistica al servizio di un disegno politico. Occorre quindi contrastarla, sostengono gli antirevisionisti, per evitare che essa alteri profondamente, soprattutto dopo la vittoria del centrodestra, il patrimonio di valori e certezze su cui si è costituita, dopo la caduta del fascismo, la Repubblica italiana. Un'osservazione preliminare. Vorrei vivere in un mondo in cui non esistono canoni storiografici, verità ufficiali e "patrimoni di valori". Mi piacerebbe vivere in un paese in cui storia e politica (è il titolo dell'ultimo libro "revisionista" di Paolo Mieli) fanno ménage à part. Ma mi rendo conto che è realisticamente impossibile. Dal momento in cui le masse sono entrate nella vita politica e gli Stati sono diventati "nazionali", la storia è una sorta di catechismo laico. Viene depositata in alcune grandi opere storiografiche scritte da eminenti studiosi nazionali. Viene riassunta e volgarizzata nei manuali scolastici. Viene raccontata ed esemplificata nella stampa, nella letteratura, nel cinema e nel teatro. I criteri di confezione sono quasi sempre gli stessi. Occorre scegliere un protagonista - la dinastia, il popolo, la stirpe, la classe operaia - e raccontarne le vicende come una lunga sequenza di risorgimenti, grandi eroismi, vittorie trionfali, sconfitte immeritate. Nelle mani dei gruppi sociali che condividono le responsabilità del potere, la storia serve a suscitare patriottismo, solidarietà, disciplina sociale, attaccamento alle istituzioni e, se necessario, ad accettare i sacrifici di una guerra. Nelle mani delle opposizioni extraistituzionali serve a contestare la legittimità dello Stato e di coloro che lo governano. E quando le opposizioni conquistano il potere o la società cambia pelle, la storia, a sua volta, riflette nuove convinzioni e tendenze. Non è vero che il cambiamento di certi giudizi storici dipenda soltanto dall'apparizione di nuovi documenti. Dipende anche dall'arrivo di nuove generazioni e dei loro rappresentanti politici. Esiste uno stretto rapporto tra la storia che un paese racconta a se stesso e il clima culturale della società. Vi è quindi una piccola parte di verità nell'atto di accusa degli antirevisionisti. Il clima è cambiato, i canoni della storiografia "democratica" si sono appannati ed è aumentato il numero di coloro che hanno voglia di leggere nuove versioni, meno ortodosse e convenzionali di quelle precedenti. Piaccia o no il pendolo ha preso ad oscillare in direzione opposta e gli storici "antifascisti" si ridurranno nei prossimi anni a una testarda e petulante battaglia di retroguardia. Ma non vorrei che il lettore traesse da questo quadro il convincimento che la storia è soltanto una "opinione", soggetta ai capricci e ai gusti delle generazioni. Lo storico è inevitabilmente l'interprete degli umori della società che lo legge, ma esercita pur sempre un mestiere e deve praticarne le regole con indipendenza e correttezza. Non so se i "revisionisti" ne saranno sempre capaci. So che molti storici antirevisionisti ne sono stati spesso incapaci e hanno commesso un peccato capitale: hanno dimenticato che ogni avvenimento è il risultato di cause specifiche e fattori concreti, che ogni vicenda storica è irriproducibile, che ogni proiezione nel futuro di avvenimenti passati è anacronistica. E lo hanno fatto nella segreta convinzione di potere assecondare in tal modo il "senso della storia", secondo le loro convinzioni morali e ideologiche. Cercherò di spiegarmi meglio con due esempi: il dibattito su fascismo e nazismo, il dibattito sul grande genocidio ebraico della Seconda guerra mondiale. Gran parte della storiografia democratica su fascismo e nazismo è fondata sulla convinzione, implicita e indiscussa, che i due fenomeni siano naturale espressione di quei settori della società che non accettano mai le "servitù" politiche e morali della democrazia. Non esiste quindi un fascismo storico, sorto in circostanze particolari. Esistono un rischio permanente e una minaccia incombente contro cui le democrazie hanno l'obbligo di mobilitarsi e di vigilare. Particolarmente evidente nella storiografia marxista, questa posizione ha avuto sulla qualità degli studi alcune conseguenze negative. Ha indotto gli storici a trascurare le cause del fascismo e del nazismo e, in particolare, la responsabilità degli eventi, dei governi, delle persone, delle forze politiche nella fase che ne precedettero l'avvento. Abbiamo dimenticato e ignorato la sciagurata irresponsabilità della sinistra durante il "biennio rosso" in Italia, la legittima preoccupazione della società italiana e tedesca per uno sbocco bolscevico e sovietico delle loro crisi, i rispettabili timori della Chiesa, l'arroganza e la miopia delle potenze vincitrici a Versailles, l'effetto devastante della grande depressione sull'economia e sulla società tedesca. Non è tutto. Queste "distrazioni", spesso motivate dal pregiudizio ideologico degli autori hanno avuto l'effetto di conferire alle potenze vincitrici una nobiltà a cui non avevano diritto. Ne ha tratto il maggior vantaggio l'Unione Sovietica che ha potuto stendere un velo, in tal modo, sulla prima parte del conflitto, quando combatté di fatto a fianco della Germania e approfittò dell'alleanza con Hitler per impadronirsi di una larga parte dell'Europa centro-orientale. Ne hanno tratto vantaggio le democrazie che hanno potuto far dimenticare gli errori, gli egoismi e le debolezze di cui avevano dato prova nel periodo fra le due guerre. Quello commesso dagli storici "democratici" non è un piccolo peccato. Non hanno soltanto distorto il senso degli avvenimenti. Hanno prestato la loro penna all'interesse dei vincitori e regalato a essi un vantaggio che ha avuto inevitabili ricadute sui rapporti internazionali degli ultimi cinquant'anni. Qualcosa del genere è accaduto dagli anni Sessanta nel dibattito sul grande genocidio degli ebrei. Molti storici dell'Olocausto hanno visto in quell'avvenimento una sorta di drammatica dimostrazione della "elezione" del popolo ebraico e della sua superiorità morale. Altri hanno visto nella rievocazione della tragedia la possibilità di pareggiare i conti della storia riscattando gli ebrei dall'accusa infamante (il deicidio) che li aveva segnati per molti secoli. Altri ancora hanno visto legittimamente nella memoria dei fatti una sorta di baluardo contro la possibilità di nuove persecuzioni. Altri infine, non necessariamente ebrei, hanno visto negli studi sul genocidio, e nel monito che essi implicitamente contenevano, un forte contributo alla tesi secondo cui il razzismo nazista e quello fascista erano pericoli attuali contro i quali era necessario tenere alta la guardia. E lo Stato d'Israele infine capì che la letteratura sull'Olocausto gli avrebbe garantito, nella gestione politica del suo contenzioso territoriale con le popolazioni arabe, una sorta di semiimmunità diplomatica. Si è andata progressivamente affermando in tal modo una concezione "giudeocentrica" della storia del Ventesimo secolo, una visione del Novecento in cui gli eventi, le iniziative degli Stati, le decisioni delle Chiese, delle istituzioni, delle associazioni e dei singoli cittadini ruotano come satelliti intorno al sole nero dell'Olocausto e vengono, nella sua luce, assolti o condannati. Gli effetti negativi sono stati, anche in questo caso, numerosi. Abbiamo dimenticato che fra la vecchia giudeofobia cristiana e l'antisemitismo moderno corre una sostanziale differenza. Abbiamo dimenticato che l'antisemitismo è un fenomeno nuovo e che esso si colloca all'incrocio fra tre eventi storici, difficilmente riproducibili. Il primo di essi è la nascita, in alcuni paesi europei, dello Stato etico, vale a dire di una comunità organica in cui il grado di appartenenza è misurato sulla base di alcuni legami condivisi: il sangue, la terra, la fede, la tradizione. Il secondo è la nuova diaspora, fra gli ultimi decenni dell'Ottocento e il primo dopoguerra, da quel "regno degli ebrei" che si era di fatto costituito a cavallo fra Polonia, Bielorussia, Ucraina, Lituania, Bessarabia, Bucovina e Romania. L'apparizione in Europa centroccidentale e in America degli Ostjuden, vale a dire della componente più introversa, mistica e tradizionale dell'ebraismo, fu uno shock culturale di cui non abbiamo sufficientemente valutato l'impatto e le conseguenze. Il terzo infine è la straordinaria, sproporzionata partecipazione dell'intelligencija ebraica alla rivoluzione bolscevica e a tutti i moti comunisti in Europa dopo la fine della Grande guerra. La tesi di alcuni ambienti politici europei e americani secondo cui il comunismo fu un "complotto" ebraico, è manifestamente assurda. Ma il numero dei militanti di origine ebraica in tutti gli apparati comunisti dell'Europa centrorientale ebbe l'effetto di creare in quelle regioni una sorta di equazione tra ebraismo e comunismo. La caccia all'ebreo in un villaggio polacco, non appena l'invasione tedesca del 1941 costrinse i sovietici ad abbandonarlo, riflette per l'appunto questa convinzione. Nessuna di queste considerazioni può giustificare il massacro degli ebrei; come nessuna spiegazione storica potrà assolvere Hitler dalle sue colpe o condonare l'irresponsabile leggerezza con cui Mussolini precipitò l'Italia in un conflitto a cui non era preparata. Ma non è questo il punto. La questione all'ordine del dibattito tra revisionisti e antirevisionisti, è un'altra: se sia lecito strappare alcuni fenomeni (fascismo, nazismo, antisemitismo) dal loro naturale contesto storico e rappresentarli come minacce eterne; se sia lecito alterare in tal modo il giudizio sulle responsabilità storiche di alcuni tra i maggiori eventi del Novecento e conferire ai vincitori, vita natural durante, un grado di autorità morale a cui non hanno diritto.
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