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A un anno dall'importante intervento di Benedetto XVI Il 12 settembre di anno fa Benedetto XVI pronunciava la sua lectio magistralis a Ratisbona. Non è qui possibile riassumere per intero questo discorso strepitoso (che ha sollevato polemiche pretestuose, non sempre in buona fede), perciò ci limiteremo a rimarcarne l'insegnamento più importante per l'uomo della strada. Ebbene, la lectio ha messo in luce l'aspetto di Dio come Ragione e va letta in sinergia (lo cominciò a sottolineare da subito Francesco Botturi su questo giornale) con l'enciclica Deus Caritas est, che si è soffermata su Dio come Amore. Accenniamo soltanto che da questa valorizzazione della ragione discendono la teorizzazione cristiana della laicità (che non è laicismo) e della legge naturale (che immunizza dalla teocrazia e dal totalitarismo), tesori inestimabili che hanno plasmato in meglio la vita dei popoli di identità culturale cristiana. Viceversa, la ragione può aiutare ad esercitare l'atto di fede in due modi: può dimostrare che Dio esiste; può dimostrare alcuni aspetti del Dio della fede (Dio come Eterno, Onnipotente, Somma Verità, Somma Bontà, ecc). Certo, la fede approfondisce la nostra conoscenza filosofica di Dio e col Dio dei filosofi non c'è un rapporto di comunione interpersonale. Ma la ricerca razionale su Dio è pur sempre un tesoro, per le funzioni appena menzionate. Perciò tralasciarla è come rinunciare ad un tesoro solo perché è meno grande di un altro. Il razionalismo nega ciò che non è razionalmente conoscibile. Ma questo è un errore di una ragione presuntuosa, che dimentica di essere finita e di non poter dunque conoscere tutto. Essa, però, di fatto, si sminuisce: se l'uomo non può più interrogarsi razionalmente sulle realtà essenziali della sua vita, sulla sua origine e sul suo fine, sul suo dovere morale e su quanto gli è lecito, sulla vita e sulla morte, ma deve rimettere questi problemi decisivi a un sentimento separato dalla ragione, allora non la innalza, ma la priva del suo onore.
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