| Questo Papa non ama il protagonismo,
non recita per le televisioni, non ama dare spettacolo. Per il quarantennale
nessuna celebrazione trionfalistica.
Ancora una volta sia benedetto Benedetto XVI!
Ha di nuovo spiazzato tutti!
Scriveva Sandro Magister: «c'è grande attesa per quello
che Benedetto XVI dirà nell'omelia della messa dell'8 dicembre
in San Pietro, a quarant'anni giusti dalla fine del Concilio Vaticano
II».
Attesa delusa, signori!
Questo Papa non ama il protagonismo, non recita per le televisioni,
non ama dare spettacolo.
Per il quarantennale nessuna celebrazione trionfalistica.
Saremmo quasi indotti a dire: nessuna celebrazione.
Di certo nessuna enfasi.
Tutto il discorso, pronunziato nel giorno dell'Immacolata, per l'appunto
40° anniversario della chiusura del Concilio, ha quasi volutamente
ignorato l'evento in sè.
Si sarebbe potuto indulgere non dico alla retorica, ma almeno alla rievocazione
da parte di uno che del Vaticano II fu indubbio protagonista!
E invece nulla.
Nessuna rivisitazione del dato storiografico e del dibattito che ne
è seguito.
Neppure un minimo accenno di sottolineatura dei decantati meriti del
Concilio e nulla di nulla sul presunto «nuovo inizio» nella
storia della Chiesa che esso avrebbe determinato, o sul fatto - per
citare ancora l'articolo di Magister - che secondo taluni interpreti
«dogmi, leggi, strutture, tradizioni siano entrati grazie ad esso
- grazie al suo 'spirito' più che alla lettera dei suoi testi
- in una fase di riforma permanente».
Niente, zero assoluto.
Il professor Alberto Melloni, uomo di punta della nuova generazione
dell'«officina bolognese» di Alberigo & C., tre anni
fa, dalle colonne del Corriere, suonava la carica, preparando la successione
di Wojtyla: «i 40 anni che ci separano dal Concilio segnano un
tempo biblico, che separa le generazioni. Eppure con il Vaticano II
si misurano tutti, ancora oggi, mentre la guerra che ritrova dignità,
le ideologie soppiantate dai fondamentalismi, i 'mai più' infragiliti
della generazione dell'Olocausto ci fanno chiedere se davvero veniamo
da quella temperie. In una Chiesa sazia di record e stanca di trionfi,
indivisa e non concorde, il Vaticano II continua a distinguere chi ne
raccomanda fedeltà da chi lo evade…».
E più avanti: «per questo il Concilio resta. A dispetto
di chi ulula ai bei tempi andati (siano i bei tempi del progressismo
o della tradizione, che differenza fa?), c'è nella Chiesa sete
di Concilio, sete di conciliarità». (1)
A parte che fa differenza tra i bei tempi della tradizione e quelli
del progressismo, di certo Ratzinger non ha accontentato il professor
Melloni, che oggi abbozza, con toni più sottili e diplomatici,
ma non meno insinuanti: «la Roma di Benedetto XVI (non la Chiesa,
si noti!) ha celebrato il 40° anniversario del Vaticano II con parsimonia.
Il Papa s'è limitato ad espressioni di circostanza, senza entrare
nella questione che Giovani Paolo II fissò con la folgorante
riga del suo testamento (2) che
profetizzava il significato di quell'evento anche per chi non l'ha vissuto
[…] il Vaticano II non è un compendio (si noti anche qui
il tono polemico e di sufficienza verso il recente compendio catechistico
voluto da Ratzinger!), ma un atto forte e creativo, 'dono dello spirito'
nel linguaggio cristiano».
Tralascio il resto dell'articolo, tutto teso a dimostrare ovviamente
che la dimensione del cattolicesimo al quale il professor Melloni si
ispira «è ciò che il Concilio profetizza, ciò
che vuole fare germinare e che germina silenziosamente (mica troppo
in verità!) nonostante i ritardi, le contraddizioni, i limiti,
le intemperanze, le manchevolezze». (3)
Implacabilmente stroncato sull'Osservatore Romano per i suoi cinque
volumi della «Storia del concilio Vaticano II» diretta da
Giuseppe Alberigo e dopo che il cardinal Ruini, presentando come contrappunto
al suo lavoro il volume di monsignor Marchetto (4),
lo aveva bacchettato, affermando che il Concilio Vaticano II è
ancora in attesa di una sua storia «non di parte ma di verità»,
il professor Melloni bacchetta a sua volta dalle colonne del Corriere
della Sera Papa Ratzinger, per non avere adeguatamente celebrato quello
che evidentemente secondo lui è l'evento - per antonomasia -
della Chiesa.
Si sa che spesso, quando uno si innamora dei propri interessi, ritiene
poi che siano il cuore della storia.
Invece il professor Ratzinger, che per fare il Papa ha dimostrato di
non dover prendere ripetizioni né all'Istituto di scienze religiose
di Bologna, né all'Università di Modena e Reggio, sa evidentemente
che riprendere la discussione del Concilio significa accentuare divisioni
che già lacerano il corpo della Chiesa.
E quindi ha saggiamente preferito una celebrazione dell'evento conciliare
di basso profilo, ma di inequivocabile significato.
Tutta l'omelia di Ratzinger nella solennità dell'Immacolata
Concezione della Beata Vergine Maria di giovedì 8 dicembre 2005
è stata infatti incentrata su Maria.
Di certo ai criptoprotestanti ricopertinati di pseudocattolicità,
alle teologhe che già accusavano beffardamente e ingiuriosamente
Woityla di essere un «ma-donnaiolo», questo richiamo a Maria
nell'anniversario del Concilio deve essere stato assai poco gradito.
Infatti tutta l'enfasi nel discorso del Papa è posta sulla figura
forse più «tradizionale e popolare» della Chiesa.
Maria, la Madonna, la Regina del rosario, la Consolatrice degli afflitti
è da sempre invocata dal popolo di Dio, umile, magari ignorante,
sudato e in canottiera, in marcia lungo gli infiniti itinerari di pellegrinaggio
e devozione popolana che percorrono il mondo intero.
Nulla a che vedere con la «fede adulta, raffinata e scritturale»
dei salotti buoni della Bologna che conta.
Invece - con buona pace di questi - l'unico rimando storico all'evento
conciliare che il coltissimo Ratzinger ha fatto, riguarda proprio Lei,
la Madonna, in piena sintonia con quel popolo semplice che Lei prega
ed a Lei si affida: «resta indelebile nella mia memoria il momento
in cui, sentendo le sue parole: 'Mariam Sanctissimam declaramus Matrem
Ecclesiae' – 'dichiarammo Maria Santissima Madre della Chiesa',
spontaneamente i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono
in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio, a nostra Madre, alla Madre
della Chiesa. Di fatto, con questo titolo il Papa riassumeva la dottrina
mariana del Concilio e dava la chiave per la sua comprensione».
(5)
Come debba essere inteso il Vaticano II, Ratzinger lo dice con limpida
determinazione: «il Concilio intendeva dirci questo: Maria è
così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la
Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria
rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze
che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la
stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo,
anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull'anima». (6)
Chi immaginava di sentire da Ratzinger qualcosa che potesse consentire
di immaginare una «ripresa organica» del Vaticano II - per
usare l'espressione della rivista «Il Regno» - è
servito: «Papa Paolo VI, nel contesto della promulgazione della
Costituzione sulla Chiesa, ha messo in luce tutto questo mediante un
nuovo titolo radicato profondamente nella Tradizione, proprio nell'intento
di illuminare la struttura interiore dell'insegnamento sulla Chiesa
sviluppato nel Concilio». (7)
Altro che «nuovo inizio»! Maria mater ecclesiae è
- come dice il Papa - un titolo profondamente radicato nella tradizione.
Viene alla mente l'enciclica «Ad diem illum laetissimum»
promulgata da san Pio X il 2 febbraio 1904 e scritta in occasione del
50° anniversario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione:
«che appartenga alla Vergine, a Lei soprattutto, di condurci alla
conoscenza di Cristo, non si può dubitare, se si considera che
[…]nessuno al mondo quanto Lei ha conosciuto a fondo il Cristo;
nessuno è migliore maestro e guida per conoscere Cristo».
(8)
Radicare profondamente il Concilio nella tradizione!
Eccolo il Concilio di Ratzinger!
Certo egli non potrà e non vorrà rinnegare il Concilio,
ma non permetterà che di esso si usi ancora ideologicamente contro
la Chiesa.
Ma c'è un altro elemento non meno significativo che va evidenziato:
«Maria, che rispecchia la Chiesa, l'umile donna di provincia che
proviene da una stirpe sacerdotale e porta in sé il grande patrimonio
sacerdotale d'Israele, è 'il santo resto' d'Israele a cui i profeti,
in tutti i periodi di travagli e di tenebre, hanno fatto riferimento.
In lei è presente la vera Sion, quella pura, la vivente dimora
di Dio. In lei dimora il Signore, in lei trova il luogo del Suo riposo».
E più oltre: «Maria è l'Israele santo; ella dice
'sì' al Signore, si mette pienamente a Sua disposizione e diventa
così il tempio vivente di Dio». (9)
Non sono parole da poco e credo che a tanti «novatori» del
facile dialogo ebraico-cristiano queste parole debbano aver fatto venire
perlomeno l'orticaria.
E infine c'è un altro aspetto non meno importante nell'omelia
del Papa.
E' una cosa che ha già ripetuto più volte, da ultimo nell'omelia
pronunciata per l'apertura della XI assemblea generale ordinaria del
sinodo dei vescovi, il 2 ottobre scorso.
E' un atteggiamento che contrasta solo apparentemente con la spietata
analisi sulle condizioni drammatiche in cui versa la Chiesa, pronunciato
nei suoi ultimi interventi da cardinale.
Rispetto ad allora sarebbe sbagliato vedere oggi un Papa ottimista.
Questa categoria cosi' umana e secolare, non sembra appartenere al cardinale
Ratzinger.
Non c'è ottimismo in Benedetto XVI.
C'è, al contrario, una certezza, che deriva dalla Fede.
Se già il 2 ottobre il Papa aveva ricordato che «Dio non
fallisce e alla fine Egli vince», quattro giorni fa il suo è
stato un vero e proprio bollettino della vittoria: «viene predetto
che durante tutta la storia continuerà la lotta tra l'uomo e
il serpente, cioè tra l'uomo e le potenze del male e della morte.
Viene però anche preannunciato 'la stirpe' della donna un giorno
vincerà e schiaccerà la testa al serpente, alla morte;
è preannunciato che la stirpe della donna - e in essa la donna
e la madre stessa - vincerà e che così, mediante l'uomo,
Dio vincerà». (10)
L'ammonimento - ripreso dalla stampa - e rivolto contro la mentalità
corrente, secondo cui chi non pecca è noioso, sta tutto in questa
certezza di sconfitta e di morte che attende coloro che non si lasciano
riscattare dal peccato, coloro che non si fidano di Dio, che covano
«il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della
sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà
e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l'avremo accantonato».
La risposta alla modernità non sta affatto dunque nel blandire
la modernità, quasi che - secondo la definizione che ne dà
il professor Melloni - essa sia «una vocazione a volgersi verso
Gesù e verso l'uomo in quanto tale e a scoprire che era la stessa
cosa». (11)
Se Maria rispecchia la Chiesa, non è progettando una Chiesa
a misura della modernità e delle sue false libertà che
si fa la volontà di Dio, ma pronunziando come Lei ha fatto il
«fiat voluntas Dei»: «solo l'uomo che si affida totalmente
a Dio - ribadisce Benedetto XVI - trova la vera libertà, la vastità
grande e creativa della libertà del bene. L'uomo che si volge
verso Dio non diventa più piccolo, ma più grande […].
L'uomo che si mette nelle mani di Dio non si allontana dagli altri,
ritirandosi nella sua salvezza privata; al contrario, solo allora il
suo cuore si desta veramente ed egli diventa una persona sensibile e
perciò benevola ed aperta».
«Più l'uomo è vicino a Dio, più vicino è
agli uomini. Lo vediamo in Maria. Il fatto che ella sia totalmente presso
Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli
uomini. Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e
di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque
può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato,
perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la
forza aperta della bontà creativa».
«È in lei che Dio imprime la propria immagine, l'immagine
di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra
gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire
dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle
sue spalle e portarla a casa». (12)
E' così che si sta nel mondo, senza essere del mondo.
Solo radicandosi sempre di più in Dio si può partecipare
del sacramento di salvezza, segno e strumento della comunione di Dio
e degli uomini che è la Chiesa, società dei veri cristiani,
cioè dei battezzati che professano la fede e dottrina di Gesù
Cristo, partecipano ai suoi sacramenti e ubbidiscono ai pastori stabiliti
da Lui.
Altro che parlare - come fa il professor Melloni - di Chiesa madre e
matrigna, paventando che se essa si «arroccasse sulla efficienza
dell'autorità e rinunciasse a considerare la comunione come una
risorsa, sarebbe il segno che è autunno per tutti».
Altro che insinuare la paura della Chiesa «a riflettere su istituzioni
di governo nate quando il mondo era piccolo così, e bisognose
di essere vivificate dal criterio della comunione e non gestite riformando
i mansionari». (13)
Se il professor Melloni anni fa titolava: «sì a un nuovo
Concilio» e rammentava che il cardinale Martini (il 7 ottobre
1999) aveva anche «disegnato un'agenda e un timing a dieci anni
per arrivarci», deve oggi rammentare due cose: anzitutto che il
governo della Chiesa non è quello di un consiglio di amministrazione.
In secondo luogo che lo Spirito Santo ha deciso diversamente e mi risulta
trattarsi - a meno di smentite clamorose che non ho notizia esservi
state - dello stesso Paraclito che suggerì l'elezione di Giovanni
XXIII… (e qui ci sarebbe da domandarsi cosa ne penserebbe oggi
Roncalli delle sortite dei seguaci dell'«officina bolognese»).
E che ciò è accaduto è molto diverso dallo scenario
delineato dal professor Melloni, che nel suo libro aveva già
convocato un concilio Vaticano III, con tanto di indicazione «dei
chi e dei che cosa», nonché dell'«agenda in attesa»
e che aveva parlato del «tentativo osceno di trascinare la Chiesa
fuori dal suo dibattito, dalle sue contraddizioni e discussioni, per
usarla come collante di un'identità occidentale consunta dalle
contraddizioni di una cultura che (è uno sconcertante aforisma
di Ratzinger) 'si odia'». (14)
Con buona pace degli improbabili profeti dell'«officina bolognese»,
lo Spirito soffia dove vuole e se ne infischia delle elaborazioni, seppure
raffinatissime, dei docenti universitari.
Conosco il professor Alberto Melloni e lo stimo.
Dubito che la cosa sia reciproca.
Poiché gli voglio pure bene, a lui e a tutti coloro che con sconsiderata
ostinazione perseverano nella demolizione del recinto dell'«ovile»,
guadagnando il plauso del mondo e sembrano non accorgersi di chi siano
le voci che li blandiscono, consiglio di rileggere la parola del Vangelo:
«in quel tempo, Gesù disse: io sono il buon pastore. Il
buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che
non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire
il lupo, abbandona
le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è
un mercenario e non gli importa delle pecore».
Lo confesso: indocile pecorella del Signore, da quando Benedetto XVI
guida la Chiesa, dormo sonni più tranquilli.
Note
1) Il Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, «Sì
a un nuovo concilio - Cresce una sete di discussione che oggi è
in gran parte frustrata», di Alberto Melloni.
2) Questa la parte del testamento di Giovanni Paolo II riguardante il
Concilio: «stando sulla soglia del terzo millennio 'in medio Ecclesiae',
desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per
il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l'intera
Chiesa - e soprattutto con l'intero episcopato - mi sento debitore.
Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni
di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha
elargito. Come vescovo che ha partecipato all'evento conciliare dal
primo all'ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio
a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo.
Per parte mia ringrazio l'eterno Pastore che mi ha permesso di servire
questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato».
«'In medio Ecclesiae'... dai primi anni del servizio episcopale
- appunto grazie al Concilio - mi è stato dato di sperimentare
la fraterna comunione dell'Episcopato. Come sacerdote dell'Arcidiocesi
di Cracovia avevo sperimentato che cosa fosse la fraterna comunione
del presbiterio -il Concilio ha aperto una nuova dimensione di questa
esperienza».
3) Il Corriere della Sera, 9 dicembre 2005, «Le due anime del
cattolicesimo dopo il Concilio», di Alberto Melloni.
4) Il volume di monsignor Marchetto si intitola : «Il Concilio
Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia»
5) 40° anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano
II - omelia di sua santità Benedetto XVI - solennità dell'Immacolata
Concezione della Beata Vergine Maria, 8 dicembre 2005.
6) idem
7) idem
8) idem
9) idem
10) idem
11) Il Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, «Sì a un nuovo
concilio - Cresce una sete di discussione che oggi è in gran
parte frustrata», di Alberto Melloni.
12) 40° anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano
II - omelia di sua santità Benedetto XVI - solennità dell'Immacolata
Concezione della Beata Vergine Maria, 8 dicembre 2005.
13) IL Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, «Sì a un nuovo
Concilio - Cresce una sete di discussione che oggi è in gran
parte frustrata», di Alberto Melloni.
14) Alberto Melloni, «Chiesa madre, chiesa matrigna», Einaudi,
pagina 136.
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