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L’importante intervento di Ernesto Galli della Loggia sul «Corriere» di ieri evoca nuove interpretazioni sui tempi e sui modi con cui la storiografia italiana di sinistra ha affrontato il fascismo. Al silenzio sull’antisemitismo, ancora dei primi anni ’60, è seguita progressivamente un’attenzione strumentale volta a coprire col mantello buio e indiscutibilmente odioso dell’antisemitismo la ben più complessa parabola storica del fascismo; e ciò essenzialmente per due ragioni: l’opera di De Felice che, con masse di documenti, spostava l’attenzione sul fascismo dal piano moralistico di condanna a quello della sua ricostruzione storica; e – correlatamente – il progressivo emergere di divaricazioni tutt’altro che marginali tra fascismo e nazionalsocialismo, che anzi finivano per collocare come su fronti contrapposti il fascismo da un lato e, dall’altro, all’insegna del vero totalitarismo, nazismo e comunismo (tanto più con l’acquisizione della nuova documentazione di fonte exsovietica). Da cui la necessità ideologica di salvaguardare la memoria di un onnicomprensivo antifascismo, separando l’esperienza sovietica dal totalitarismo (all’interno del quale far confluire a forza il fascismo italiano) mediante l’unica divaricazione morale: l’antisemitismo. La tesi sollecita approfondimenti e specificazioni.
A partire dalla premessa sulle diversità delle strutture dei tre regimi che in comune hanno sempre esplicitamente professato il rifiuto della tradizione liberalparlamentare, e considerati dunque oggi univocamente liberticidi. Ma le differenze al loro interno non per questo restano poche e marginali; ci riesce difficile infatti immaginare Hitler con la costituzione weimariana, o Nicola II e Lenin insieme alle cerimonie ufficiali. E va fin d’ora ricordato che nel diritto penale italiano è rimasta in valore l’imputazione «soggettiva» della colpa, mentre in Germania ed Urss la colpa si è trasformata in «oggettiva»: essere ebrei o borghesi (kulaki, poi ingegneri, medici…) costituiva una colpa, il che non consente metodologicamente di apprezzarne le differenze.
Aggiungerei che l’antisemitismo nazista dichiarato e violento ha avuto un ruolo nel far dimenticare la situazione degli ebrei nell’Urss di Stalin durante e ancora dopo la guerra (se ne continua a tacere: emblematiche le reticenze sul suicidio della moglie, l’ebrea Nadezheda Alliluieva). Ma ancora, il ritardo nell’affrontare in Italia lo studio dell’antisemitismo fascista ha malcelato un’ansia giustificata: l’accertamento di circostanze che avrebbero visti «scoperti» e collusi col peggior razzismo notori esponenti della politica e della cultura democratica, col rischio di revocare in dubbio l’equazione tra antifascismo e antirazzismo.
Da cui un silenzio, un’attesa utile a «cancellare le tracce» (il giornalista Pigi Battista ce ne ha dato ripetute testimonianze), per poi azzardatamente ripartire dalla distorsione delle fonti e dall’omertà. E dalle accuse di «revisionismo» per chi non avesse accettato il ricatto della ricostruzione storica univoca. Il ricordo del razzismo italiano, «cancellate le tracce», diventava così utile alla sinistra per un’imputazione obliqua e allusiva (e minacciosa) della «colpa» nei confronti di una classe dirigente moderata che, culturalmente complessata, soggiaceva al ricatto. Con il risultato bipartisan di lasciare che il discredito istituzionale si propagasse davanti alla presenza rampante di politici ricattabili passati dal razzismo ai vertici della Repubblica, al Parlamento, e anche dal Tribunale della razza alla Corte costituzionale.
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