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La Commissione Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti d’America ha accettato la risoluzione H106, inerente al riconoscimento del Genocidio degli Armeni con 27 voti a favore e 21 contrari. I Giovani Turchi del Partito Ittahat ve Terakki (Unione e Progresso), che avevano preso il potere nello stato Ottomano, scossi all’inizio del XX secolo dalle grosse perdite di territori e conseguente potere, hanno creduto che salvando la parte essenzialmente “turca” dell’Impero Ottomano, potevano sopravvivere al proprio sogno di panturchismo e conservare quello che rimaneva dal vasto impero plurinazionale e multietnico. Tutto ciò che non era “turco” in Turchia andava eliminato, armeni, greci, kurdi (islamici). Naturalmente non era come si tenta di presentare erroneamente, una lotta a sfondo religioso ma solo nazionalistico. Si trattò allora di una questione, oltre che morale ed etica, soprattutto tecnicamente giuridica: l’assassinio di una intera nazione, organizzato dal proprio Stato. Tutti gli armeni massacrati erano cittadini ottomani. Ed è per questo motivo che i giudici turchi della corte marziale che portò in giudizio i dirigenti politici del Comitato Unione e Progresso (Giovani Turchi) e i capi militari del periodo della Prima Guerra Mondiale accusarono e condannarono a morte, in contumacia, il 19 luglio del 1919, i principali dirigenti dell’epoca (tra loro i triumviri Taalat Pascià, Enver Pascià e Ahmed Gemal). Erano gli anni dell’armistizio, la Repubblica Turca che nascerà subito dopo si scorderà facilmente del Genocidio, riciclerà gli assassini fra le fila dei ministri ed alti funzionari dello stato e la Questione Armena entrerà in un tunnel dell’oblio. Era fin troppo facile aspettare una reazione isterica della Turchia, più che altro per motivi politici interni, per tranquillizzare i lupi grigi, presenti nel parlamento di Ankara con 70 deputati. Dopo quasi un secolo di silenzio e di menzogne, lo stato turco non ha saputo incassare il colpo in modo composto. Il Presidente della Repubblica Abdullah Gul, ha definito “inaccettabile”, l’approvazione da parte della commissione americana del “Genocidio”, e che “non rispetta i turchi”. Appare veramente strana l’uscita dell’islamico Gul, persona coerente ed intellettualmente onesta che negli anni giovanili era stato arrestato ed indagato per le sue idee, da parte della Giunta Militare Turca di quegli anni. Strana perché proprio il Presidente Gul, nativo di Kayseri (antica Cesarea), quando varca l’uscio di casa sua sa bene che nel raggio di 400 metri, al centro della città, esistono 4 edifici che una volta erano 4 chiese armene, di cui oggi solo una è in funzione. Si porrà la domanda forse sul perché erano costruite queste chiese, a chi appartenevano e i suoi silenziosi e laboriosi fedeli, una volta così numerosi, che fine abbiano fatto??? Perché non ci siano più? Una risposta onesta a questa semplice domanda doveva valere molto di più, per noi armeni, che una risoluzione del Congresso degli Stati Uniti. Tutti quegli Armeni che aspettano ancora una presa di posizione corretta da parte dei turchi onesti, che pure sono numerosi. Si capisce la difficoltà attuale che attanaglia la dirigenza turca che per decenni ha mentito al proprio popolo, raccontando una storia inventata non soltanto riguardo la questione armena, ma per tutte le questioni storicamente importanti della nazione turca degli ultimi due secoli. Fanno parte di queste bugie piccole e grandi: la questione cipriota, quella kurda, quella dei diritti umani, la situazione sociale ecc. Il popolo turco inizia ad essere più informato e soprattutto inizia a distinguere il vero dal falso. Il giorno dei funerali del giornalista armeno Hrant Dink, assassinato dai nazionalisti turchi, centinaia di migliaia di cittadini gridavano “siamo tutti armeni, siamo tutti Hrant”. Questa gente ci da la speranza di continuare la nostra lotta pacifica sulla strada del riconoscimento del Primo Genocidio del XX secolo.
Prof. Baykar Sivazliyan
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