Marta Sordi
«Spe Salvi», dai Campi Elisi di Virgilio al Paradiso cristiano
 
Copyright (c) Avvenire 19 dicembre 2007
Una giusta retribuzione del bene e del male, un Giudizio che ristabilisca per l'eternità l'ordine dei valori. Quei «novissimi» ricordati dal Papa e intuiti dagli antichi

Dopo le brevi osservazioni che ho fatto su «Il Foglio» sulla prima parte dell’enciclica Spe salvi, a proposito dell’invito «a rende­re conto della speranza che è in noi» in un mondo, quello greco e romano del I secolo d.C., «senza Dio e senza spe­ranza in questo mondo», ma pur pie­no, come rivelano i poeti dell’ultima repubblica, della disperata attesa di un Dio presente, mi sembra giusto richia­mare l’attenzione su quello che è, nel­l’enciclica, l’oggetto della speranza, la vita eterna: non c’è dubbio infatti che è questo il contenuto fondamentale dell’enciclica stessa. Una vita eterna che il mondo contemporaneo, tutto te­so a un compimento puramente ter­reno dell’umanità e a un progresso de­terminato dal trionfo di una ragione e di una libertà sganciate da ogni rap­porto con Dio, non desidera e per la quale non mostra neppure interesse: in questo contesto una vita «intermina­bile » fa addirittura paura, a chi conce­pisce l’eternità «come il continuo sus­seguirsi di giorni di calendario» e non «come il momento colmo di appaga­mento in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità» (par. 12). Un momento in cui saremo «sopraf­fatti dalla gioia», secondo la promessa di Gesù in Joh. 16,22. L’immergersi in questo «oceano dell’infinito amore, in cui il tempo – il prima e il dopo – non esiste più» (ib), presuppone però un Giudizio, che l’enciclica definisce, al pari della preghiera dell’agire e del sof­frire, come «un luogo di apprendi­mento e di esercizio della speranza» (par. 4l sgg.): «l’immagine del Giudizio finale è, in primo luogo, non un’im­magine terrificante, ma un’immagine di speranza... la grazia non esclude la giustizia, non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto, così che quanto si è fatto sulla terra fi­nisca per avere sempre lo stesso valo­re... I malvagi alla fine, nel banchetto e­terno non siederanno indistintamen­te a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato» (par. 44).
Contro il buonismo diffuso nella cul­tura dominante del nostro tempo, che finisce per ignorare l’esistenza del ma­le e umilia la stessa libertà umana, il Pa­pa ricorda l’esigenza che da sempre l’umanità ha mostrato per una giusta retribuzione del bene e del male e di un Giudizio che ristabilisca per l’eter­nità l’ordine spesso capovolto nella vi­ta terrena (ib. 44) e cita, fra i Greci, Pla­tone, che nel Gorgia (525a-526c) rap­presenta il giudice ultraterreno nel­­l’atto di punire i malvagi e di premia­re i buoni; si potrebbe aggiungere, per il mondo romano, due bellissimi pas­si del VI libro dell’Eneide virgiliana, in cui il poeta (v. 608 sgg. 661 sgg.) vede puniti nel Tartaro, al di là dei soliti per­sonaggi della mitologia, i molti pecca­tori anonimi che, dum vita manebat, odiarono i fratelli e i genitori, ingan­narono i clienti, e i padroni che go­dettero da soli le loro ricchezze senza farne parte ad altri, commisero adul­terio e provocarono guerre empie, e vede premiati nei Campi Elisi coloro che morirono combattendo per la pa­tria, i sacerdoti casti, coloro che bene­ficarono l’umanità con invenzioni at­te a migliorare la vita e che con i loro meriti ottennero il ricordo degli uo­mini.
Inferno, Purgatorio e Paradiso, di cui si parla ormai molto poco nelle prediche domenicali, sono «il frutto di una scel­ta di vita fatta dall’uomo», che con la morte diventa definitiva (par. 45): «Pos­sono esserci persone che hanno di­strutto totalmente in se stesse il desi­derio della verità e la disponibilità al­l’amore... in cui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile... e pos­sono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono total­mente aperte al prossimo... il cui an­dare verso Dio conduce solo a compi­mento ciò che ormai sono».
Estremamente confortante, in questa mirabile ripresa di argomenti troppo spesso dimenticati, è infine l’accenno nel paragrafo 46 al Purgatorio, consi­derato con lucido realismo «secondo le nostre esperienze» la sorte che ri­guarda la gran parte degli uomini, nei quali «rimane presente, nel più profon­do della loro essenza, un’ultima aper­tura interiore per la verità, per l’amo­re per Dio», ma che nelle concrete scel­te della vita è ricoperta da «sempre nuovi compromessi col male». Dob­biamo a mio avviso essere molto gra­ti a Benedetto XVI per questa encicli­ca che ha il coraggio di riproporre te­mi fondamentali della nostra fede, og­gi purtroppo oscurati fra gli stessi cre­denti.
 

 




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