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Con un debito estero equivalente al 102,3 % del Pil nazionale, il Kirghizistan dipende dalla benevolenza delle istituzioni finanziarie internazionali. Durante le elezioni, uno degli argomenti forti usati dall'opposizione nei suoi appelli alla «comunità internazionale» era che il Club di Parigi rinegoziasse il debito del paese «sulla base dei risultati. La crisi kirghiza è in primo luogo quella di un consolidato meccanismo di potere: il «sistema Akaev». Da quindici anni fino a ieri, la figura del presidente Askar Akaev ha interamente monopolizzato la vita politica ed economica del Kirghizistan. Se tale accentramento costituisce il tratto comune dei sistemi centrasiatici, Akaev si distingueva dagli altri «padri della patria» della regione per non provenire dalla nomenklatura del Pcus, bensì dal mondo accademico. Akaev aveva a metà degli anni '90 sognato di fare del suo paese un'«isola di democrazia» sullo sfondo autoritario della regione. Per qualche anno sembrò funzionare. Una serie di misure liberali vennero allora introdotte con il plauso delle differenti istituzioni sopranazionali che s'installavano nel paese. Allo stesso tempo però, in un contesto di scarsità di risorse materiali e stridenti contraddizioni regionali, gli istituti democratici divenivano via via un guscio vuoto, secondario rispetto all'esigenza di assicurare la tenuta del paese nelle frontiere ereditate dall'Urss. Così come i suoi vicini, il Kirghizistan è in gran parte un'invenzione dell'«ingegneria delle nazionalità» sovietica. Fra gli anni 20 e 30, il Pcus decise di dare un quadro coerente ad una regione da secoli instabile e arretrata,dotando i principali gruppi nazionali autoctoni di tutti gli attributi formali dello Stato nazionale. La suddivisione venne considerata quale una misura transitoria inevitabilmente riassorbita dal passaggio al comunismo. Nel 1991 confini amministrativi divennero frontiere internazionali tranciando rapidamente il reticolo di relazioni economiche e umane che li attraversava e lasciando così mutilate le entità che si vedevano promosse da un giorno all'altro allo status di soggetti dei diritto internazionale. Il trauma fu particolarmente intenso a Bishkek, sprovvista di risorse naturali e per la quale l'Urss significava l'80% delle proprie risorse budgetarie. Akaev si trovò rapidamente a capo di un sistema concentrico di sfere d'influenza i cui posti chiave erano affidati a membri della sua famiglia in cui una serie di clan e gruppi d'interesse trovavano il proprio tornaconto. Le istituzioni liberali vennero progressivamente modificate in modo da corrispondere alle esigenze dei vari livelli di una piramide al cui vertice la presidenza stava quale garanzia ultima del sistema. Intorno, per la maggior parte dei cittadini fuori dalla piramide, le condizioni sociali sono andate costantemente degradandosi e centinaia di migliaia sono costretti ad emigrare, soprattutto in Russia. Sistema Akaev I quindici anni del regno di Akaev sono caratterizzati da una lenta erosione del suo prestigio e della sua presa sul paese. Sul piano internazionale, le mosse diplomatiche compiute si sono risolte in insuccessi. Senza i mezzi per creare proprie strutture di sicurezza Akaev si è dovuto costantemente piegare alle esigenze dei vicini, fra i quali sta la potenza cinese e le ambizioni nazionaliste dell'Uzbekistan. Il Sud, dove alcune città poste sulla linea delle vecchie frontiere amministrative federali si sono trovate separate da una nuova cortina di ferro, è divenuto una zona rifugio per gli oppositori alla dittatura di Islam Karimov il quale ha inviato più volte polizia. La progressiva erosione capacità tenuta interne si è ripercossa sulle relazioni con i bellicosi vicini uzbeki. La diplomazia di Akaev ha dato l'impressione di dare luogo ad una lunga svendita degli interessi nazionali. Sin dalla decisione di mettere il destino economico del paese nelle mani del Fmi - ciò che ha favorito lo smantellamento della base industriale ereditato dall'Urss e l'inasprimento dei legami con le repubbliche vicine. Oggi, con un debito estero equivalente al 102,3 % del Pil nazionale, la vita economica del paese dipende dalla benevolenza delle istituzioni finanziarie internazionali. Durante le giornate elettorali, uno degli argomenti forti usati dall'opposizione nei suoi appelli alla «comunità internazionale» era che i negoziati del Club di Parigi per la ristrutturazione del debito tenessero in debito conto la qualità dello scrutinio. Il legame fra debito ed elezioni era stato d'altronde sollevato dall'ambasciatore americano Steven Young, apertamente accusato dalla diplomazia del defunto regime di ingerenza negli affari interni del paese. Sul piano interno, mentre egli lentamente ritorna sui suoi passi pro-democratici, gli elementi di liberalizzazione introdotti creavano di per sé il vicolo cieco in cui il sistema è venuto a trovarsi in particolare dall'inizio di quest'anno. Innanzitutto, a differenza dei suoi colleghi presidenti centrasiatici, Akaev ha da anni a che fare con una consistente e strepitante opposizione. L'opposizione si è andata rinforzando mano a mano che una serie di personaggi provenienti dalla gavetta del potere andavano ad ingrossare le sue fila. Akaev ha per anni potuto contare sulle profonde divisioni interne al fronte dei suoi antagonisti. Oltre che di accentuati personalismi, si tratta di profonde scissioni tribali forti mano a mano che si scende verso sud e ben visibili nel corso dei disordini con cui è incominciato il rovesciamento del regime nel corso di questo mese. Avvicinandosi il primo decennio di regno incontrastato, gli errori
altrui non furono più sufficienti. Quando in occasioni delle
elezioni presidenziali del 2000, il suo braccio destro Felix Kulov annunciò
l'intenzione di candidarsi Akaev fu costretto a rompere gli indugi pro-democratici
e, trovato un pretesto giudiziario, lo fece arrestare. Il vero punto
di rottura avvenne tre anni fa in occasione dei fatti di Aksy. Il motivo
scatenante legato alla politica estera infausta, nei fatti un accordo
di cessione di alcuni territori strategici lungo la frontiera cinese
il quale era stato tenuto segreto, e una volta reso pubblico da un deputato
dell'opposizione causò proteste di piazza nel sud del paese.
Le forze dell'ordine spararono facendo cinque morti: qualcosa di mai
visto fino ad allora in Asia centrale. Quale conseguenza le fila dei
transfughi dal potere all'opposizione si ingrossarono notevolmente -
in particolare dopo le dimissioni dell'allora premier, Kurmanbek Bakiev,
oggi figura chiave dei fatti di piazza a Bishkek. Le trascorse elezioni parlamentari avrebbero dovuto rappresentare solo la prima fase del distacco dal potere. Il momento finale era previsto per ottobre, quando erano state fissate le elezioni presidenziali. Secondo il dettato costituzionale, Akaev avrebbe dovuto allora cedere il testimone del potere poiché formalmente in carica già da due mandati (de facto già da tre). Il punto è che la prospettiva dell'uscita di scena metteva in discussione tutto il sistema Akaev così come era andato cristallizzandosi dal 1991. Quest'ultimo, con la massa d'interessi costituiti ad esso legati, iniziò ad entrare in panico. Mancava un successore e quanto più riferimenti per pianificare l'insediamento dello stesso. I modelli esistenti in area Csi - il «progetto Putin» o la successione dinastica sperimentata dall'Azerbaigian - non erano applicabile in forza dell'assenza di «uomini d'ordine» o di parenti col dovuto phisique du role. La congiuntura internazionale è stata decisiva. Dopo i fatti d'Ucraina i riflettori dei media internazionali sono stati tutti puntati sulla repubblica. Il fine del sistema presidenziale era divenuto allora quello d'assicurarsi la maggioranza parlamentare per modificare eventualmente la Costituzione, instaurando una repubblica parlamentare in cui gli interessi del sistema sarebbero stati garantiti dal governo. Il grande gioco esterno La sorte del regime d'Akaiev è inoltre al centro del grande gioco per il controllo dell'Asia centrale, confronto che ha come attori principali Russia, Cina e Stati Uniti. Preoccupata in primo luogo è la Russia, bruciatasi nella campagna elettorale ucraina e per la quale il Kirghizistan rappresenta un pezzo centrale del proprio dispositivo militare e geopolitico in Asia centrale. Akaev ha appoggiato tutte le proposte volte al rafforzamento dell'Accordo di Sicurezza Collettivo della Csi, accogliendo i militari russi preoccupati dell'arrivo Usa, così che la sua sorte si è legata direttamente al futuro dell'influenza russa nel crocevia centrasiatico dell'Eurasia. La posizione della Russia resta incerta. Akaev ha fatto l'impossibile per assicurarsene l'appoggio. A Mosca, forse, si sta comprendendo il tempo che è stato perso nel cercare di lavorare con le élite emergenti delle ex-repubbliche sorelle. Così, la visita-lampo effettuata da Akaev nel pieno dei disordini di domenica scorsa non ha forse sortito gli effetti desiderati dal presidente il quale sembra essere stato convinto a più miti intenzioni rispetto agli appelli al confronto coi «politicanti» precedenti la trasferta. Sempre guardando alla Russia, inevitabile che a fine 2001 si gettasse nelle braccia di Washington concendendo l'apertura di quella che oggi rappresenta la facility militare più importante dell'«impero delle basi» Usa sulla scacchiera eurasiatica - Manas, l'areoporto civile di Bishkek punto d'appoggio per una presenza prolungata in Asia centrale. Il Kirghizistan presenta oggi una situazione geopolitica unica al mondo: ospita due basi militari straniere, russa e americana, che circondano la capitale fronteggiandosi a trenta chilometri l'una dall'altra. Ora i disordini creano di certo il più profondo nervosismo anche in Cina. Washington, conscia della fragilità kirghiza complessiva, è parsa finora decisa a mantenere un basso profilo, nonostante finanzi nell'ex spazio asiatico sovietico da oltre un decennio figure e movimenti-vettori di un nuovo tipo di regime, contro-élite che mostrano però un controllo marginale sui fatti in corso. c/singolare qualunque
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