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| Pare essersi aperta una fase nuova, in cui “i cattivi” non si rassegnano ad accettare il ruolo che è stato assegnato loro da gran parte dei media occidentali, ma provano a riscrivere le sceneggiature, ad operare una loro “costruzione di realtà”, a fare il loro ingresso nel delicato e al tempo stesso cruciale campo della strategia mediatica, a non lasciare all’avversario il monopolio della metapolitica. Fino a qualche settimana fa, lo scontro in atto fra una certa visione dell’Occidente e una certa visione dell’Islam è sempre stato un confronto impari, perché i seguaci dell’islamismo, in particolare quelli della sua interpretazione più radicale, hanno impostato la lotta sugli aspetti più propriamente militari, trascurando tutto il resto. In termini di guerra asimmetrica e volendo dare esclusivamente la parola alle armi, e per di più alle armi del terrore, è una strategia senza futuro. L’impatto iniziale – è vero – è molto forte e con mezzi modestissimi si possono ottenere risultati politicamente eclatanti, ma poi si deve subire una reazione pesante e violentissima, che non si esaurisce certo sul piano militare, ma punta direttamente alla conquista “delle menti e dei cuori”, vale a dire dell’immaginario collettivo, entro la cui cornice si procede alla delegittimazione dei “cattivi”. Si può a buon diritto sostenere, a questo proposito, che l’America di George W. Bush ha fatto ben poco per conquistare l’immaginario collettivo del mondo islamico, anzi ha fatto di tutto per alienarselo. Allo stesso tempo, tuttavia, si deve riconoscere che ha fatto invece parecchio per mantenere uno stretto controllo sull’immaginario collettivo occidentale, come al solito mediante i media, il cinema, le fiction televisive. La novità che si sta delineando, sia pure in forma ancora embrionale, è che il mondo islamico ha compreso la lezione e sta tentando di contrastare questa egemonia metapolitica con mezzi uguali e contrari, avendone finalmente percepito le straordinarie capacità di persuasione e di generazione di consenso. Molti sono gli esempi che si possono addurre in questo senso e il primo e più importante concerne – fatto ancora più significativo – non il radicalismo islamico più esasperato, ma un Paese come la Turchia, da sempre schierato a fianco degli Stati Uniti. Qui è appena uscito nelle sale cinematografiche un kolossal da 10 milioni di dollari, il film più costoso mai realizzato nella storia del cinema turco, intitolato La Valle dei Lupi: Iraq. Prendendo lo spunto da una vicenda vera, accaduta nel luglio 2003 e riferita – superfluo sottolinearlo – ai metodi lievemente rudi che gli americani sono soliti riservare anche agli alleati, se solo hanno qualche difficoltà ad identificarli come tali (ed a quanto pare capita spesso), la pellicola in questione utilizza tutti gli stereotipi della cinematografia hollywoodiana per delineare un mondo manicheo, dove tutti i “buoni” sono turchi e tutti i “cattivi” statunitensi. Trionfale successo nelle sale e preoccupate reazioni in Occidente, dove nessuno appare gradire più di tanto che gli ingredienti dell’egemonia metapolitica americana su scala planetaria vengano copiati e destrutturati da qualcuno deciso a farne un uso di segno uguale e contrario. E non è tutto, poiché la lotta per la conquista delle “menti e dei cuori” viene spinta molto più in là nell’Islam più radicale, basti pensare alle iniziative del presidente iraniano Ahmadinejad intese a sottolineare l’impiego strumentale da parte occidentale, per fini di politica spicciola, di una problematica come quella dell’Olocausto, spesso tirata in ballo esclusivamente per coprire realtà sgradevoli di oggi. Lo stesso contenzioso apertosi sulle vignette danesi critiche nei confronti del profeta Maometto è stato risolto dai soliti stolti con attacchi alle ambasciate e l’incendio di qualche bandiera, ma ha provocato pure reazioni meno isteriche, come quelle di coloro che, nel mondo islamico, hanno avuto l’accortezza di sottolineare che anche nel mondo cristiano esiste uno “zoccolo duro” di persone che non sono particolarmente disponibili ad accettare a cuor leggero critiche e sberleffi contro Gesù Cristo, e che, comunque, l’irriverenza contro la religione dominante disturba – proprio come nell’Islam - molte coscienze. Pare dunque essersi aperta una fase nuova, in cui “i cattivi” non si rassegnano ad accettare il ruolo che è stato assegnato loro da gran parte dei media occidentali, ma provano a riscrivere le sceneggiature, ad operare una loro “costruzione di realtà”, a fare il loro ingresso nel delicato e al tempo stesso cruciale campo della strategia mediatica, a non lasciare all’avversario il monopolio della metapolitica. Per il momento, per entrambi i campi la grande discriminante è rappresentata dal fatto che le rispettive strategie sono ancora autoreferenziali: gli americani pensano al dominio metapolitico del mondo occidentale occidentale e, nella migliore delle ipotesi, a quello dei Paesi che, in questo “scontro di civiltà”, sono o si considerano neutrali; l’universo islamico pensa soprattutto a ribadire il senso della propria battaglia e ad inquadrarla finalmente in una storia di riferimento, in un contesto di legittimazione che non sia (o non sia soltanto) politico, ma metapolitico, emotivo, addirittura psicologico. E tale autoreferenzialità trova un ulteriore e gravissimo limite nel fatto che, da un lato, realtà come quelle di Abu Ghraib, Guantanamo o delle violenze gratuite di militari assai poco sensibili alle modalità vere con cui si vincono le guerre, minano alla radice i buoni propositi, le dichiarazioni di intenti e gli sforzi per costruire loro un’adeguata cornice di legittimazione; mentre, dall’altro lato, le violenze estremistiche e gli atti di terrorismo impediscono di evidenziare correttamente la legittimità di una battaglia indipendentista e identitaria. La fase successiva – quella decisiva – sarà la fase della ricerca di un consenso eteroreferenziale, basato cioè sulla capacità di far convergere le opinioni di una quota significativa degli attuali avversari su una parte almeno del proprio sistema di valori. Per il momento, stretti come siamo tra “esportazione a mano armata della democrazia” e terrorismo, questa fase appare ancora lontana, ma nessuno dei due contendenti ignora che intorno ad essa si gioca la partita decisiva. Sempre di conquista si tratta, ma “delle menti e dei cuori”, non certo del territorio.
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