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Parla Stefano Fontana, Direttore dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân”
“I casi di aborto ed eutanasia non sono più i soli a richiedere l'obiezione di coscienza”, avverte Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” (www.vanthuanobservatory.org), centro di promozione della dottrina sociale della Chiesa.
Fontana trasforma in altoparlante di questo allarme l’ultimo bollettino dell’Osservatorio, di venerdì scorso, pubblicando un commento intitolato “L’obiezione di coscienza è un problema politico. Società democratica, relativismo e obiezione di coscienza”.
“Il relativismo che guida spesso la legislazione nei Paesi occidentali pone il cristiano di fronte a nuovi problemi di coscienza – constata –. E' questo il caso di leggi che rendano legale l'aborto o l'eutanasia”.
Fontana ricorda che Giovanni Paolo II indicò che “leggi di questa natura non solo non creano alcun obbligo per la coscienza, anzi impongono un grave e preciso obbligo di opporvisi mediante l'obiezione di coscienza” (“Evangelium vitae”, 73).
Questi casi, tuttavia, “non sono però più i soli a richiedere l'obiezione di coscienza”, sottolinea alludendo al recente discorso in cui Benedetto XVI ha sottolineato “l'obbligo di obiezione di coscienza per i farmacisti”.
“Pensiamo ad un infermiere che opera in un ospedale in cui si pratichino aborti”, o agli “impiegati di un Municipio ove si registrino unioni civili di persone dello stesso sesso”, o ancora “ad un lavoratore di un laboratorio in cui si pratichino selezioni di embrioni umani”, oppure “ai lavoratori di case editrici o televisive che producano materiale pornografico”, o “a tanti avvocati o magistrati che si trovano ormai spesso davanti a situazioni limite”, ha elencato il direttore dell’Osservatorio Internazionale.
“L'obiezione di coscienza è ormai un problema politico”, ha considerato.
Per questo motivo, è necessario secondo lui “intraprendere una approfondita riflessione sull'obiezione di coscienza in politica, vista come ‘resistenza’ ma anche come ‘ripresa’, ossia come un impegno non solo negativo ma anche positivo e propositivo”.
Stefano Fontana denuncia che “contemporaneamente all'allargamento dei casi in cui si è chiamati all'obiezione di coscienza si assiste anche a frequenti negazioni di questo diritto”.
“Ambedue le cose sono dovute al relativismo, il qualche mostra così la sua intima contraddizione”, sintetizza.
Il relativismo, spiega, “propone una libertà di coscienza pressoché totale, ma quando un impiegato comunale si rifiutasse di registrare una coppia omosessuale, quello stesso relativismo glielo impedirebbe”: “denuncerebbe quella libertà di coscienza come imposizione e violenza verso la libertà di coscienza”.
“E' uno degli aspetti più sottili della ‘dittatura del relativismo’”, conclude.
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