RELAZIONE CONVEGNO ROMA 27-01-04

Riflettere sul senso della memoria storica

A 3 anni dalla sua istituzione la Legge ha prodotto molte iniziative sia in ambito scolastico che culturale in generale.
Occorre fare attenzione sulle modalità di svolgimento per evitare la banalizzazione, l’esibizione dell’orrore, o il considerare l’orrore come normalità oppure, ancor peggio, predicare dei valori in un contesto che ha orizzonte nichilista come è il nostro con il risultato che l’affermazione dei valori risulta inefficace sul piano educativo.
Altro rischio è il comparativismo degli orrori utilizzando la storia come apologia di questa o quella ideologia o parte politica Il titolo del mio intervento pone la parola SCUOLA tra Storia e Memoria.
Non è casuale, dato che forse è proprio nella scuola che si potrebbe giocare il futuro delle prossime generazioni.

Parlare di didattica della Storia, di didattica del Novecento cosa significa?

Se analizziamo la parola didattica, essa viene intesa come metodo per l’insegnamento, ma ritengo importante non considerarla come un fatto meramente tecnico, preconfezionato: dobbiamo porci in un’ottica diversa, direi etica, perché la storia è un insegnamento etico, al suo centro c’è la preoccupazione di giungere alla verità, pur essendo quest’ultima, definita “sinfonica”, in quanto non è un assioma, un assoluto, ma sintesi di tante voci anche differenti e problematiche tra loro.
Non procede per certezze assolute, ma da elementi certi, dati di fatto e ipotesi, l’importante è che si cerchi di rendere i ragazzi sensibili al problema della verità.

Bisogna, pertanto, educare innanzi tutto i giovani all’ascolto per imparare a comprendere: e forse anche il problema della disaffezione dei ragazzi nei confronti della storia potrebbe essere superato, proprio legando la disciplina all’aspetto etico della vita, al senso della vita e al destino dell’uomo.

Non si può parlare di didattica della Storia, inoltre, prescindendo dai soggetti coinvolti a cui è indirizzata la didattica stessa.
Il problema non è, allora, chi fa cosa, ma con chi fare.

Occorre, perciò, partire dalla situazione dei giovani di oggi, analizzarne in profondità le loro caratteristiche, e porrei l’accento sulla loro condizione di prigionieri di se stessi e del presente.

Sembra quasi che per loro non ci sia passato e il futuro o è pauroso o è scontato, poche volte veramente sognato, desiderato, sperato.
Il tempo è il tempo di oggi, dell’hic et nunc, tempo che è consumato come qualsiasi prodotto e non valorizzato.
Non si dà valore alla memoria del passato e alla speranza del futuro.
Probabilmente sono talmente impantanati, prigionieri del presente e delle loro emozioni, talmente autocentrati su se stessi che hanno persino perso quell’atteggimento di fiducia, la capacità di credere in un qualcosa che potrebbe accadere, migliore di ora, imbrigliati come sono in un flusso costante che qualcuno (Francesco Casetti) ha giustamente visto come rassomigliante al flusso televisivo in cui si confondono realtà e finction in un procedimento mentale da zapping per cui tutto è confuso, indistinto, senza tempo, senza memoria, senza legami.


Che fare, allora?
Cosa possiamo fare noi insegnanti con e per questi ragazzi “smemorati”, “sradicati”, “autocentrati”?

Dovremo recuperare adeguatamente la memoria, il passato, i suoi testimoni, valorizzare di nuovo l’importanza che riveste per ognuno di noi la tradizione, la trasmissione all’altro, il passaggio del testimone.
Solo avvertendo la continuità tra noi e il passato, solo “coltivando” la tradizione possiamo veramente fondare il nostro futuro.
E’ la rivoluzione culturale che occorre attuare oggi, se vogliamo salvarci dai rischi di una società vuota, finta o, ancor peggio, “ridotta”, “rimpicciolita” perché incapace di aprire orizzonti, di volare alto, di “debordare”, di andare oltre.

Perché occorre ricordare?
Perché spesso strani processi di rimozione avvengono nel cervello degli individui: rimaniamo legati a fatti tragici particolari, singoli per tutta la vita, mentre ci dimostriamo insensibili e stranamente distratti di fronte a migliaia di morti. E’ un meccaniscmo di difesa che, evidentemente, ci ha permesso di sopravvivere, ma alla lunga rischia di anestetizzarci.
Meccanismi simili possono verificarsi anche sul piano storico, e a volte impediscono ai popoli di trarre lezioni di vita dal passato. Dobbiamo recuperare la memoria del nostro passato storico, la nostra identità, le nostre radici.
Solo sapendo “chi siamo” possiamo aprirci all’altro con atteggiamento di accoglienza e senza pregiudizi.


Perché occorre informare?
Perché significa aprire il ventaglio delle conoscenze e permettere di farsi un’opinione.
Informare è già ricordare, ma non è ancora capire.


Perché occorre capire?
Perché in questa società comprendere l’altro è indispensabile.
Abbiamo spesso visto contrapporsi civiltà e barbarie: ma chi è “civile” ? Chi è “barbaro”?
Solo partendo da qui, dal fare chiarezza con i nostri ragazzi su questi termini, soprattutto superando le interpretazioni etnocentriche e le derive razziste possiamo veramente capire chi è l’altro da me.
Si richiede, pertanto, una riflessione etica sul senso profondo della dignità umana e della giustizia, per realizzare la riconciliazione dell’uomo con l’uomo.

Il fine ultimo di interventi di questo genere, soprattutto con studenti, è l’azione: non basta soffermarsi sul male che è stato compiuto, prendere atto dell’egoismo e spietatezza dell’uomo.
Sarebbe un atteggiamento vittimistico, sterile, controproducente per dei giovani, del tutto simile a quel processo di rimozione o anestesia interiore di cui si parlava poco fa.

I “giovani” non solo hanno bisogno di capire,occorre scuoterne le coscienze, accendere dentro di loro quelle scintille di autonomia di pensiero che la nostra società omologante rischia di spegnere.
E’ indubbio che la nostra società sia omologante, tanto che ha rivoluzionato quella che io definisco la “fisica emotiva”, per cui siamo da un lato anestetizzati nella nostra capacità critica e sensibiltà e dall’altro solleticati e stimolati anche dalle situazioni più perverse e crude, per cui il nostro voyeurismo, la nostra mitomania o il semplice esibizionismo sono talmente alimentati, anche grazie a certi programmi televisivi, che corriamo il rischio di diventare un grande “branco” i cui effetti devastanti potrebbero essere incontrollabili.


Allora, l’unica via per uscire da questo pantano esistenziale, è educare i ragazzi al concetto di responsabiltà individuale, abituarli a percepire, attraverso esempi concreti, che si può dire sì o no, che si può resistere al male, che ognuno, nel suo piccolo, anche da solo, può dare qualche contributo personale.
Come ha detto Giovanni Paolo II:” Sì, tu da solo, puoi mettere qualcosa in movimento perché ogni buona risoluzione, ogni pronta assunzione di un compito comincia sempre nell’uomo singolo”.


In questo senso abbiamo introdotto e affrontato durante il Convegno di Piacenza anche il tema dei “Giusti”: testimoni e protagonisti, uomini di buona volontà che si sono opposti ai crimini e ai genocidi, rischiando la vita, dimostrando che la loro vita aveva un senso proprio nell’intenderla come un compito da portare avanti con coraggio e rischio.
Il “Giusto” è, infatti, un “fuorilegge” che combatte contro l’ingiustizia e la barbarie legali.


La scuola come punto d’incontro tra passato e futuro

Riguardo all’istituzione scolastica, siamo passati da un modello di scuola e di educazione volte a comunicare valori e codici di comportamento saldamente fissati nel costume sociale, ad una istruzione che si limita per lo più a fornire all’individuo strumenti, competenze, abilità da spendere in seguito.

I motivi del cambiamento, abbiamo visto, derivano dalla crisi della comunità etica per cui non ci sono più fini comuni per tutti, e si è sostituito un pluralismo selvaggio che mette in discussione ogni punto di riferimento, facendo però emergere, per contro, una esigenza di libertà che appaghi ogni aspirazione soggettiva possibile. Così la scuola si è dovuta adeguare, il sistema educativo nazionale ha dovuto rispondere a questa richiesta.

Ne è derivata una scuola non più monolitica, verticistica, ma flessibile che non propone più una gerarchia di fini, ma che risponde a una variegatissima domanda di mezzi, lasciando ad ognuno la responsabilità di utilizzarli per gli obiettivi che meglio crede.
E’ persino cambiata la logica del pensiero umano e della comunicazione, non più unidirezionale e lineare, così come era il percorso umano che aveva un preciso punto di partenza e uno d’arrivo (Metafora del viaggio), bensì a rete, in cui non è possibile determinare la direzione come il vagabondaggio del nomade (metafora del navigare in rete con Internet; metafora del labirinto.)
Nel primo caso c’è sempre un bosco, un mare, un deserto dove si rischia di smarrirsi ma si ha chiara la meta da raggiungere, nel secondo c’è un labirinto in cui non esiste una strada “giusta” che si possa perdere o trovare.

E’ la logica del supermarket, del mercato, per cui la legge sull’Autonomia ha introdotto la concorrenza tra istituti, lo stesso POF nel nome richiama apparentemente la legge mercantile della domanda e dell’offerta.
Dalla scuola dell’educazione si è passati alle educazioni perdendo però il senso ultimo delle finalità del percorso scolastico e incapaci di unificare le molteplicità

Sia la vecchia scuola che quella che si sta delineando con la nuova riforma sembrano inadeguate:

-fine della selezione
-rinuncia alla competenza disciplinare
-crisi dello studio individuale
-liquidazione del voto
-il superamento della classe


I soggetti del processo educativo:

-docenti: si è ridimensionata l’importanza della competenza disciplinare e è diventato:burocrate, sorvegliante intrattenitore, accompagnatore, assistente sociale, psicologo
-studenti: per riempire il vuoto umano hanno cercato di riappropriarsi della scuola sfruttando i tempi extracurricolari. Rimane la separazione tra dimensione culturale/quella umana, relazionale e ricreativa(a una cultura che non riesce a coinvolgere la vita, si è contrapposta una vita che non coinvolge la cultura) scuola per gli studenti/scuola degli studenti V. occupazioni
-dirigente scolastico: preside-manager, imprenditore che non ha più responsabilità nei confronti dei fini, ma molta rispetto ai mezzi. Deve tenere la sua scuola al passo con il mercato
-famiglia: in passato il suo ruolo era marginale, ora spetta a lei i delicato ruolo di cerniera tra le esigenze della società e la dimensione culturale ed educativa della scuola

ALTERNATIVE? CHE FARE?

Ma un giovane come può armonizzare tanta ridondanza di stimoli, di informazioni, di cose con il suo vero mondo interiore?
Come può discernere se le scelte che compie sono veramente tali e non frutto di condizionamenti?
Come può giungere alla Verità?
Come può essere libero?
Come può diventare cittadino ?


A)Ricorrere alla tradizione: trasmettere, consegnare da una generazione all’altra.

Superare i Preconcetti:
-che sia un ostacolo all’innovazione e al progresso quasi come fosse un qualcosa di assoluto e insuperabile . In realtà è dinamismo, è dialogo che unisce il passato con gli interrogativi del presente e la scuola diventa luogo della domanda , dove i ragazzi si interrogano e non subiscono passivamente il sapere
-che minacci la libertà. In realtà l’atto della consevazione è sempre una libera scelta.. La tradizione ha bisogno di essere accettata, adottata, coltivata . E’ un atto della ragione e un atto di libertà, anzi è il passato che ci chiama, che ci interpella per renderci consapevoli di un’appartenenza che non possiamo rifiutare né ripudiare, pena una rimozione patologica che ci rende malati nella nostra identità: anoressia di futuro, egocentrismo del presente. Il passato tuttavia da solo non parla, ma siamo noi che dobbiamo costruire domande intelligenti.

La scuola diventi allora luogo di accoglienza delle voci che vengono dalla tradizione, luogo di scoperta dell’appartenenza a una storia e anche laboratorio, cantiere aperto dove il singolo è messo in condizione di interpretare criticamente e creativamente ciò che gli viene trasmesso per attalizzarlo nell’oggi e farne punto di partenza per il domani.

Scuola come luogo dell’educazione al pensare storicamente, perché la memoria del passato è funzionale all’esigenza di costruzione di un’identità personale e collettiva capace di ORIENTARE IL PRESENTE e APRIRE ASPETTATIVE VERSO IL FUTURO

C’è il rischio di forme di PRIGIONIA DELLA MEMORIA che impedisce la Speranza e il Futuro
Occorre liberarci dalla chiusura della memoria, perché la memoria è il passato dell’io ma tale passato può diventare un limite invalicabile, il passato può diventare DESTINO, cioè una prigione da cui non si riesce a liberarsi: il passato disegna la persona, domina il presente della persona e può condizionare il futuro: la memoria non è un semplice deposito, ma una POTENZA che può aprire il presente al futuro oppure risucchiare il presente nel passato.

Due possono essere gli atteggiamenti:
-rassegnazione, impotenza
-risentimento, vendetta.

Educare alla memoria, allora, significa anche aprire alla speranza per evitare la follia di un eccesso di raziocinio di quando si macina a vuoto e si sono perse le dimensioni di passato, presente, futuro.

L’educatore, allora, deve trovare luoghi di REDENZIONE, non di utopia, luoghi in cui il futuro sia già nel passato, luoghi del presente gravidi di passato, in cui baleni il futuro.
In questo senso l’educatore, da un lato introduce alla memoria, ma dall’altro libera dalla memoria tiranna, conferma l’io del ragazzo liberandolo anche dalla tirannia della propria immagine, dandogli fiducia, tirandolo fuori da tutti i preconcetti, i pregiudizi che ha verso di sé, indirizzando il suo sguardo su altro da sé, destando meraviglia e interesse.
Di quello che siamo di fatto non possiamo disporre, perché non dipende da noi, dipende anche da molteplici condizionamenti.

Però possiamo scegliere ciò che vogliamo essere
In un tempo in cui non riusciamo più neppure a scegliere un programma televiso, prigionieri della logica dello zapping, la scuola deve aiutare i giovani a recuperare quella libertà e autenticità che risiedono nella sfera della consapevolezza e della scelta motivata, piuttosto che seguire gli impulsi autoreferenziali soggettivi.
Questo li renderà capaci di pensiero divergente, di vera trasgressione, di rifiutare il conformismo falso e il processo di “riduzione” cui tende la nostra società livellante e globalizzata.

Solo però con un’educazione alla meraviglia, al guardare con occhi sempre nuovi il presente e il passato, educare all’attonita scoperta del mistero che è presente in ogni piccola cosa, si potrà accompagnare il giovane nella sua” navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze” ,rendendolo anche più umile.


B)Importanza della storicità, partendo dalla storia personale, fatta di imprevedibilità ma anche di libere scelte.
C)Importanza della narrazione che non è qualcosa di successivo all’esperienza, ma le dà forma collegando i frammenti per farli diventare parti di un discorso. Logos, cioè parlare, pensare, ma deriva anche da lego cioè raccogliere, unire i diversi senza distruggere la diversità
Ecco che la narrazione diventa un compito per l’uomo, perché è sapendo raccontare che si prende coscienza del proprio io.

La storia e la storiografia è una corda tesa tra Scienza del procedimento - Arte della narrazione

La memoria è composta di immagini e di concetti. Negli ultimi anni, c’è stata una specie di schizofrenia tra la società (fondata sull’immagine) e la didattica che ha privilegiato una esposizione tecnico-scientifica che ha abolito la narratività e le immagini.

N.B: riguardo al problema delle IMMAGINI, nella storia della cultura occidentale si evidenziano due indirizzi:
1- quello PLATONICO RAZIONALISTA che tende a negare valore all’immagine nella memoria, per cui nel processo del ricordo è saggio sottrarsi all’immagine, occorre dimenticare le immagini a favore di una concettualizzazione del tutto astratta (processo della dimenticanza di tipo orientaleggiante)
2- la via dell’EPOS, dell’epica che lotta contro la dimenticanza, contro l’oblio del regno dei morti. V. l’Odissea in cui tutto l’iter di Ulisse è il ritorno ad Itaca, per cui l’Odissea appare come la scuola della memoria contro la dimenticanza, e le disavventure di Odisseo sono finalizzate a far dimenticare a Ulisse il ritorno a casa. Dall’epos nascono la TRAGEDIA e la STORIA
3- L’epos greco si incontra con la tradizione ebraico-cristiana per la quale ciò che conta è la storia e non la fuga dalla storia. La memoria è memoria di una liberazione storica: liberazione dalla schiavitù d’Egitto; nel Cristianesimo è memoriale eucaristico(fate questo in memoria di me), è memoria fondata su un sacrificio

Pertanto possiamo dire che una storiografia senza eventi cancella la storia: v. l’11 settembre che ha riportato in modo brutale “avvenimento” al centro della storia


Oggi si parla di FUGA DALLA STORIA che è un processo che caratterizza tutto l’Occidente. E’ un’accusa emergente anche nei secoli passati, ma è pregnante molto oggi. C’è rimozione nel sentire delle giovani generazioni.
Cause: da lontano.
Verificare perché si è persa la dimensione della storia a livello personale e pubblico

Processo di de-storicizzazione che si intreccia con l’americanizzazione.

Presente dilatato e la dimensione critica è un sottofondo rumoroso: si intreccia con atteggiamenti antiamericani, ma non riporta ad una valorizzazione della tradizione.
Siamo un popolo in fuga dal ‘900 e dai dolori di questo secolo

Ma proviamo a chiedereci come viviamo la nostra vita quotidiana, con quale atteggiamento sordo e cieco nei confronti dell’altro, di chi abbiamo di fronte nella realtà o durante un telegiornale: allora non faremo fatica ad accorgerci che siamo totalmente insensibili a tutto se non a quello che ci tocca direttamente, e solo allora diventiamo assertori della necessità di affermare diritti. Siamo diventati la società dei diritti di…

Con il rischio della rimozione o della enfatizzazione

Il presente diventa consolatorio per fuggire dal passato.

D)L’ urgenza nel campo educativo è allora quella di sollecitare la capacità critica: non nel senso distruttivo di obiettare, negare, ridurre, eliminare, bensì la forza dell’intelligenza che sa giudicare, mettere a confronto (vagliare) ciò che viene sperimentato con l’esigenza profonda, con il bisogno profondo di domanda e di risposte.
Non un modello neutro, dunque, in cui la capacità critica porta a rimuovere ciò che si presenta come un ostacolo per evitare scontri o differenziazioni.
Ogni ambito educativo che rimanga neutro (famiglia, scuola, società) è proprio quello capace di accogliere qualunque provenienza perché tutte la differenze sono state eliminate, con gravissimi rischi per la costruzione di una identità individuale e sociale.
Dal punto di vista educativo, proprio perché l’educazione è una proposta, la posizione neutrale risulta assurda.


Ecco che allora l’EDUCAZIONE diventa una SFIDA per superare le difficoltà e le contraddizioni del nostro tempo.

Bisogna andare alla radice del concetto di libertà che risiede anche nel concetto di IDENTITA’
-chi sono io?
-cosa significa essere una persona?
-quali piani prevede l’essere persona rispetto al piano puramente biologico, istintuale? (psichico e spirituale)
-persona non come oggetto
-perdita della dimensione trascendente
-perdita della dimensione della sacralità: cioè che c’è qualcosa di sacro, la realtà deborda, anche la persona, anche la semplice cellula ha in sé qualcosa che va oltre le pure componenti biologiche e chimiche
-piena coscienza e responsabilità di ogni atto della mia vita.


L’unica via per uscire dal pantano esistenziale è allora educare alla libertà e alla responsabilità individuale, abituare i giovani a percepire, con esempi concreti, che si può dire di sì o di no, che si può resistere al male, che ognuno nel suo piccolo, anche da solo, può dare un contributo personale.

E’la nuova cultura dell’impegno che sostituisce quella del disimpegno, del chiamarsi fuori, del pensare che dipenda sempre dagli altri; un nuovo modo di educare i giovani ad essere uomini e cittadini di domani in una realtà complessa e contraddittoria.

E’ la cultura dell’appartenenza

D)Riaffermare i valori di:

LIBERTA’

AUTENTICITA’

TRASGRESSIONE

AUTOREALIZZAZIONE

Confronto Mondo nuovo di Huxley-1984 di Orwell

Nel mondo nuovo si può essere schiavi anche se si ha la possibilità di fare ciò che si vuole, quando non si è in grado di riflettere e di decidere cosa si vuole


Sono state spente le domande sul senso della vita, sulla verità delle cose, sull’autenticità dei rapporti

Oggi la scuola deve lavorare di scalpello, per eliminare il di più interiore ed esteriore dei nostri giovani: educare ad un “impoverimento” rinunziando al consumismo in tutti i suoi aspetti: di cose, di immagini, di messaggi, di esperienze.

Arte del discernimento, riscoprendosi esseri spirituali, non determinati solo dai nostri stati fisici e psichici, ma capaci di scrivere liberamente la nostra storia.

V. RIFORMA MORATTI

La scuola deve riappropriarsi di una visione morale che inevitabilmente ne esclude altre. Non dobbiamo scandalizzarci di questo perché sono principi e valori che ci sono già e sono il nostro orizzonte. Se rifiutiamo questa prospettiva, continueremo a nasconderci dietro un dito, a voler negare la nostra tradizione culturale e soprattutto ad andare contro principi chiaramente espressi nella nostra Costituzione.
Si può avere il diritto di essere relativisti e di rifiutare i principi della Costituzione , ma allora lo si faccia da una posizione privata, rinunciando al riconoscimento dello Stato.
Chi decide di operare all’interno del sistema dell’istruzione pubblica deve rispettare questi punti di riferimento che nel nostro Paese non sono facoltativi.

Si entra poi nella sfera politica: la scuola deve preparare il giovani all’esercio del loro diritto-dovere di cittadinanza e la scuola dell’autonomia può diventare un seminario di democrazia.




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