A 3 anni dalla
sua istituzione la Legge ha prodotto molte iniziative
sia in ambito scolastico che culturale in generale.
Occorre fare attenzione sulle modalità di svolgimento
per evitare la banalizzazione, l’esibizione dell’orrore,
o il considerare l’orrore come normalità
oppure, ancor peggio, predicare dei valori in un contesto
che ha orizzonte nichilista come è il nostro con
il risultato che l’affermazione dei valori risulta
inefficace sul piano educativo.
Altro rischio è il comparativismo degli orrori
utilizzando la storia come apologia di questa o quella
ideologia o parte politica Il titolo del mio intervento
pone la parola SCUOLA tra Storia e Memoria.
Non è casuale, dato che forse è proprio
nella scuola che si potrebbe giocare il futuro delle prossime
generazioni.
Parlare di didattica della Storia, di
didattica del Novecento cosa significa?
Se analizziamo la parola didattica,
essa viene intesa come metodo per l’insegnamento,
ma ritengo importante non considerarla come un fatto meramente
tecnico, preconfezionato: dobbiamo porci in un’ottica
diversa, direi etica, perché la storia è
un insegnamento etico, al suo centro
c’è la preoccupazione di giungere alla
verità, pur essendo quest’ultima,
definita “sinfonica”, in
quanto non è un assioma, un assoluto, ma sintesi
di tante voci anche differenti e problematiche tra loro.
Non procede per certezze assolute, ma da elementi certi,
dati di fatto e ipotesi, l’importante è che
si cerchi di rendere i ragazzi sensibili al problema della
verità.
Bisogna, pertanto, educare innanzi tutto
i giovani all’ascolto per imparare
a comprendere: e forse anche il problema della disaffezione
dei ragazzi nei confronti della storia potrebbe essere
superato, proprio legando la disciplina all’aspetto
etico della vita, al senso della vita e al destino dell’uomo.
Non si può parlare di didattica della Storia, inoltre,
prescindendo dai soggetti coinvolti a cui è indirizzata
la didattica stessa.
Il problema non è, allora, chi fa cosa, ma
con chi fare.
Occorre, perciò, partire dalla
situazione dei giovani di oggi, analizzarne in profondità
le loro caratteristiche, e porrei l’accento sulla
loro condizione di prigionieri di se stessi e del presente.
Sembra quasi che per loro non ci sia
passato e il futuro
o è pauroso o è scontato, poche volte veramente
sognato, desiderato, sperato.
Il tempo è il tempo di oggi, dell’hic et
nunc, tempo che è consumato come qualsiasi prodotto
e non valorizzato.
Non si dà valore alla memoria del passato e alla
speranza del futuro.
Probabilmente sono talmente impantanati, prigionieri del
presente e delle loro emozioni, talmente autocentrati
su se stessi che hanno persino perso quell’atteggimento
di fiducia, la capacità di credere in un qualcosa
che potrebbe accadere, migliore di ora, imbrigliati come
sono in un flusso costante che qualcuno (Francesco Casetti)
ha giustamente visto come rassomigliante al flusso televisivo
in cui si confondono realtà e finction in un procedimento
mentale da zapping per cui tutto è confuso, indistinto,
senza tempo, senza memoria, senza legami.
Che fare, allora? Cosa possiamo fare noi insegnanti con e per
questi ragazzi “smemorati”, “sradicati”,
“autocentrati”?
Dovremo recuperare adeguatamente la
memoria, il passato, i suoi testimoni,
valorizzare di nuovo l’importanza che riveste per
ognuno di noi la tradizione, la trasmissione all’altro,
il passaggio del testimone.
Solo avvertendo la continuità tra noi e il passato,
solo “coltivando” la tradizione possiamo veramente
fondare il nostro futuro.
E’ la rivoluzione culturale che occorre attuare
oggi, se vogliamo salvarci dai rischi di una società
vuota, finta o, ancor peggio, “ridotta”, “rimpicciolita”
perché incapace di aprire orizzonti, di volare
alto, di “debordare”, di andare oltre.
Perché occorre ricordare?
Perché spesso strani processi di rimozione avvengono
nel cervello degli individui: rimaniamo legati a fatti
tragici particolari, singoli per tutta la vita, mentre
ci dimostriamo insensibili e stranamente distratti di
fronte a migliaia di morti. E’ un meccaniscmo di
difesa che, evidentemente, ci ha permesso di sopravvivere,
ma alla lunga rischia di anestetizzarci.
Meccanismi simili possono verificarsi anche sul piano
storico, e a volte impediscono ai popoli di trarre lezioni
di vita dal passato. Dobbiamo recuperare la memoria del
nostro passato storico, la nostra identità, le
nostre radici.
Solo sapendo “chi siamo” possiamo aprirci
all’altro con atteggiamento di accoglienza e senza
pregiudizi.
Perché occorre informare?
Perché significa aprire il ventaglio delle conoscenze
e permettere di farsi un’opinione.
Informare è già ricordare, ma non è
ancora capire.
Perché occorre capire? Perché in questa società comprendere
l’altro è indispensabile.
Abbiamo spesso visto contrapporsi civiltà e barbarie:
ma chi è “civile” ? Chi è “barbaro”?
Solo partendo da qui, dal fare chiarezza con i nostri
ragazzi su questi termini, soprattutto superando le interpretazioni
etnocentriche e le derive razziste possiamo veramente
capire chi è l’altro da me.
Si richiede, pertanto, una riflessione etica sul senso
profondo della dignità umana e della giustizia,
per realizzare la riconciliazione dell’uomo con
l’uomo.
Il fine ultimo di interventi
di questo genere, soprattutto con studenti, è l’azione:
non basta soffermarsi sul male che è stato compiuto,
prendere atto dell’egoismo e spietatezza dell’uomo.
Sarebbe un atteggiamento vittimistico, sterile, controproducente
per dei giovani, del tutto simile a quel processo di rimozione
o anestesia interiore di cui si parlava poco fa.
I “giovani” non solo hanno
bisogno di capire,occorre scuoterne le coscienze, accendere
dentro di loro quelle scintille di autonomia di pensiero
che la nostra società omologante rischia di spegnere.
E’ indubbio che la nostra società sia omologante,
tanto che ha rivoluzionato quella che io definisco la
“fisica emotiva”, per cui siamo da un lato
anestetizzati nella nostra capacità critica e sensibiltà
e dall’altro solleticati e stimolati anche dalle
situazioni più perverse e crude, per cui il nostro
voyeurismo, la nostra mitomania o il semplice esibizionismo
sono talmente alimentati, anche grazie a certi programmi
televisivi, che corriamo il rischio di diventare un grande
“branco” i cui effetti devastanti potrebbero
essere incontrollabili.
Allora, l’unica via per uscire da questo pantano
esistenziale, è educare i ragazzi
al concetto di responsabiltà individuale,
abituarli a percepire, attraverso esempi concreti,
che si può dire sì o no, che si può
resistere al male, che ognuno, nel suo piccolo, anche
da solo, può dare qualche contributo personale.
Come ha detto Giovanni Paolo II:” Sì, tu
da solo, puoi mettere qualcosa in movimento perché
ogni buona risoluzione, ogni pronta assunzione di un compito
comincia sempre nell’uomo singolo”.
In questo senso abbiamo introdotto e affrontato durante
il Convegno di Piacenza anche il tema dei “Giusti”:
testimoni e protagonisti, uomini di buona volontà
che si sono opposti ai crimini e ai genocidi, rischiando
la vita, dimostrando che la loro vita aveva un senso proprio
nell’intenderla come un compito da portare avanti
con coraggio e rischio.
Il “Giusto” è, infatti, un “fuorilegge”
che combatte contro l’ingiustizia e la barbarie
legali.
La scuola come punto d’incontro
tra passato e futuro
Riguardo all’istituzione
scolastica, siamo passati da un modello di scuola
e di educazione volte a comunicare valori e codici di
comportamento saldamente fissati nel costume sociale,
ad una istruzione che si limita per lo più a fornire
all’individuo strumenti, competenze, abilità
da spendere in seguito.
I motivi del cambiamento, abbiamo visto,
derivano dalla crisi della comunità etica per cui
non ci sono più fini comuni per tutti, e si è
sostituito un pluralismo selvaggio che mette in discussione
ogni punto di riferimento, facendo però emergere,
per contro, una esigenza di libertà che appaghi
ogni aspirazione soggettiva possibile. Così la
scuola si è dovuta adeguare, il sistema educativo
nazionale ha dovuto rispondere a questa richiesta.
Ne è derivata una scuola non
più monolitica, verticistica, ma flessibile che
non propone più una gerarchia di fini,
ma che risponde a una variegatissima domanda di mezzi,
lasciando ad ognuno la responsabilità di utilizzarli
per gli obiettivi che meglio crede.
E’ persino cambiata la logica del pensiero
umano e della comunicazione, non più unidirezionale
e lineare, così come era il percorso umano che
aveva un preciso punto di partenza e uno d’arrivo
(Metafora del viaggio), bensì a rete, in cui non
è possibile determinare la direzione come il vagabondaggio
del nomade (metafora del navigare in rete con Internet;
metafora del labirinto.)
Nel primo caso c’è sempre un bosco, un mare,
un deserto dove si rischia di smarrirsi ma si ha chiara
la meta da raggiungere, nel secondo c’è un
labirinto in cui non esiste una strada “giusta”
che si possa perdere o trovare.
E’ la logica del supermarket,
del mercato, per cui la legge sull’Autonomia
ha introdotto la concorrenza tra istituti, lo stesso POF
nel nome richiama apparentemente la legge mercantile della
domanda e dell’offerta.
Dalla scuola dell’educazione si è passati
alle educazioni perdendo però il senso ultimo delle
finalità del percorso scolastico e incapaci di
unificare le molteplicità
Sia la vecchia scuola che quella che
si sta delineando con la nuova riforma sembrano inadeguate:
-fine della selezione
-rinuncia alla competenza disciplinare
-crisi dello studio individuale
-liquidazione del voto
-il superamento della classe
I soggetti del processo educativo:
-docenti: si è
ridimensionata l’importanza della competenza disciplinare
e è diventato:burocrate, sorvegliante intrattenitore,
accompagnatore, assistente sociale, psicologo -studenti: per riempire il vuoto umano
hanno cercato di riappropriarsi della scuola sfruttando
i tempi extracurricolari. Rimane la separazione tra dimensione
culturale/quella umana, relazionale e ricreativa(a una
cultura che non riesce a coinvolgere la vita, si è
contrapposta una vita che non coinvolge la cultura) scuola
per gli studenti/scuola degli studenti V. occupazioni -dirigente scolastico: preside-manager,
imprenditore che non ha più responsabilità
nei confronti dei fini, ma molta rispetto ai mezzi. Deve
tenere la sua scuola al passo con il mercato -famiglia: in passato il suo ruolo era
marginale, ora spetta a lei i delicato ruolo di cerniera
tra le esigenze della società e la dimensione culturale
ed educativa della scuola
ALTERNATIVE? CHE FARE?
Ma un giovane come può armonizzare
tanta ridondanza di stimoli, di informazioni, di cose
con il suo vero mondo interiore?
Come può discernere se le scelte che compie sono
veramente tali e non frutto di condizionamenti?
Come può giungere alla Verità?
Come può essere libero?
Come può diventare cittadino ?
A)Ricorrere alla tradizione: trasmettere,
consegnare da una generazione all’altra.
Superare i Preconcetti: -che sia un ostacolo all’innovazione
e al progresso quasi come fosse un qualcosa di assoluto
e insuperabile . In realtà è dinamismo,
è dialogo che unisce il passato con gli interrogativi
del presente e la scuola diventa luogo della domanda ,
dove i ragazzi si interrogano e non subiscono passivamente
il sapere -che minacci la libertà. In realtà
l’atto della consevazione è sempre una libera
scelta.. La tradizione ha bisogno di essere accettata,
adottata, coltivata . E’ un atto della ragione e
un atto di libertà, anzi è il passato che
ci chiama, che ci interpella per renderci consapevoli
di un’appartenenza che non possiamo rifiutare né
ripudiare, pena una rimozione patologica che ci rende
malati nella nostra identità: anoressia di futuro,
egocentrismo del presente. Il passato tuttavia da solo
non parla, ma siamo noi che dobbiamo costruire domande
intelligenti.
La scuola diventi allora luogo di accoglienza
delle voci che vengono dalla tradizione, luogo di scoperta
dell’appartenenza a una storia e anche laboratorio,
cantiere aperto dove il singolo è messo in condizione
di interpretare criticamente e creativamente ciò
che gli viene trasmesso per attalizzarlo nell’oggi
e farne punto di partenza per il domani.
Scuola come luogo dell’educazione
al pensare storicamente, perché la memoria del
passato è funzionale all’esigenza di costruzione
di un’identità personale e collettiva capace
di ORIENTARE IL PRESENTE e APRIRE ASPETTATIVE VERSO IL
FUTURO
C’è il rischio di forme
di PRIGIONIA DELLA MEMORIA che impedisce la Speranza e
il Futuro
Occorre liberarci dalla chiusura della memoria, perché
la memoria è il passato dell’io ma tale passato
può diventare un limite invalicabile, il passato
può diventare DESTINO, cioè una prigione
da cui non si riesce a liberarsi: il passato disegna la
persona, domina il presente della persona e può
condizionare il futuro: la memoria non è un semplice
deposito, ma una POTENZA che può aprire il presente
al futuro oppure risucchiare il presente nel passato.
Due possono essere gli atteggiamenti:
-rassegnazione, impotenza
-risentimento, vendetta.
Educare alla memoria, allora, significa
anche aprire alla speranza per evitare la follia di un
eccesso di raziocinio di quando si macina a vuoto e si
sono perse le dimensioni di passato, presente, futuro.
L’educatore, allora, deve trovare
luoghi di REDENZIONE, non di utopia, luoghi in cui il
futuro sia già nel passato, luoghi del presente
gravidi di passato, in cui baleni il futuro.
In questo senso l’educatore, da un lato introduce
alla memoria, ma dall’altro libera dalla memoria
tiranna, conferma l’io del ragazzo liberandolo anche
dalla tirannia della propria immagine, dandogli fiducia,
tirandolo fuori da tutti i preconcetti, i pregiudizi che
ha verso di sé, indirizzando il suo sguardo su
altro da sé, destando meraviglia e interesse.
Di quello che siamo di fatto non possiamo disporre, perché
non dipende da noi, dipende anche da molteplici condizionamenti.
Però possiamo scegliere ciò
che vogliamo essere In un tempo in cui non riusciamo più
neppure a scegliere un programma televiso, prigionieri
della logica dello zapping, la scuola deve aiutare i giovani
a recuperare quella libertà e autenticità
che risiedono nella sfera della consapevolezza e della
scelta motivata, piuttosto che seguire gli impulsi autoreferenziali
soggettivi.
Questo li renderà capaci di pensiero divergente,
di vera trasgressione, di rifiutare il conformismo falso
e il processo di “riduzione” cui tende la
nostra società livellante e globalizzata.
Solo però con un’educazione
alla meraviglia, al guardare con occhi sempre nuovi il
presente e il passato, educare all’attonita scoperta
del mistero che è presente in ogni piccola cosa,
si potrà accompagnare il giovane nella sua”
navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi
di certezze” ,rendendolo anche più umile.
B)Importanza della storicità,
partendo dalla storia personale, fatta di imprevedibilità
ma anche di libere scelte.
C)Importanza della narrazione che non è qualcosa
di successivo all’esperienza, ma le dà forma
collegando i frammenti per farli diventare parti di un
discorso. Logos, cioè parlare, pensare, ma deriva
anche da lego cioè raccogliere, unire i diversi
senza distruggere la diversità
Ecco che la narrazione diventa un compito
per l’uomo, perché è sapendo raccontare
che si prende coscienza del proprio io.
La storia e la storiografia è
una corda tesa tra Scienza del procedimento -
Arte della narrazione
La memoria è composta di immagini
e di concetti. Negli ultimi anni, c’è stata
una specie di schizofrenia tra la società (fondata
sull’immagine) e la didattica che ha privilegiato
una esposizione tecnico-scientifica che ha abolito la
narratività e le immagini.
N.B: riguardo al problema delle IMMAGINI,
nella storia della cultura occidentale si evidenziano
due indirizzi:
1- quello PLATONICO RAZIONALISTA che tende a negare valore
all’immagine nella memoria, per cui nel processo
del ricordo è saggio sottrarsi all’immagine,
occorre dimenticare le immagini a favore di una concettualizzazione
del tutto astratta (processo della dimenticanza di tipo
orientaleggiante)
2- la via dell’EPOS, dell’epica che lotta
contro la dimenticanza, contro l’oblio del regno
dei morti. V. l’Odissea in cui tutto l’iter
di Ulisse è il ritorno ad Itaca, per cui l’Odissea
appare come la scuola della memoria contro la dimenticanza,
e le disavventure di Odisseo sono finalizzate a far dimenticare
a Ulisse il ritorno a casa. Dall’epos nascono la
TRAGEDIA e la STORIA
3- L’epos greco si incontra con la tradizione ebraico-cristiana
per la quale ciò che conta è la storia e
non la fuga dalla storia. La memoria è memoria
di una liberazione storica: liberazione dalla schiavitù
d’Egitto; nel Cristianesimo è memoriale eucaristico(fate
questo in memoria di me), è memoria fondata su
un sacrificio
Pertanto possiamo dire che una storiografia
senza eventi cancella la storia: v. l’11 settembre
che ha riportato in modo brutale “avvenimento”
al centro della storia
Oggi si parla di FUGA DALLA STORIA che è un processo
che caratterizza tutto l’Occidente. E’ un’accusa
emergente anche nei secoli passati, ma è pregnante
molto oggi. C’è rimozione nel sentire delle
giovani generazioni.
Cause: da lontano.
Verificare perché si è persa la dimensione
della storia a livello personale e pubblico
Processo di de-storicizzazione che si
intreccia con l’americanizzazione.
Presente dilatato e la dimensione critica
è un sottofondo rumoroso: si intreccia con atteggiamenti
antiamericani, ma non riporta ad una valorizzazione della
tradizione.
Siamo un popolo in fuga dal ‘900 e dai dolori di
questo secolo
Ma proviamo a chiedereci come viviamo
la nostra vita quotidiana, con quale atteggiamento sordo
e cieco nei confronti dell’altro, di chi abbiamo
di fronte nella realtà o durante un telegiornale:
allora non faremo fatica ad accorgerci che siamo totalmente
insensibili a tutto se non a quello che ci tocca direttamente,
e solo allora diventiamo assertori della necessità
di affermare diritti. Siamo diventati la società
dei diritti di…
Con il rischio della rimozione o della
enfatizzazione
Il presente diventa consolatorio per
fuggire dal passato.
D)L’ urgenza nel campo
educativo è allora quella di sollecitare la capacità
critica: non nel senso distruttivo di obiettare,
negare, ridurre, eliminare, bensì la forza dell’intelligenza
che sa giudicare, mettere a confronto (vagliare) ciò
che viene sperimentato con l’esigenza profonda,
con il bisogno profondo di domanda e di risposte.
Non un modello neutro, dunque, in cui la capacità
critica porta a rimuovere ciò che si presenta come
un ostacolo per evitare scontri o differenziazioni.
Ogni ambito educativo che rimanga neutro (famiglia, scuola,
società) è proprio quello capace di accogliere
qualunque provenienza perché tutte la differenze
sono state eliminate, con gravissimi rischi per la costruzione
di una identità individuale e sociale.
Dal punto di vista educativo, proprio perché l’educazione
è una proposta, la posizione neutrale risulta assurda.
Ecco che allora l’EDUCAZIONE diventa una
SFIDA per superare le difficoltà e le
contraddizioni del nostro tempo.
Bisogna andare alla radice del concetto
di libertà che risiede anche nel concetto di IDENTITA’
-chi sono io?
-cosa significa essere una persona?
-quali piani prevede l’essere persona rispetto al
piano puramente biologico, istintuale? (psichico e spirituale)
-persona non come oggetto
-perdita della dimensione trascendente
-perdita della dimensione della sacralità: cioè
che c’è qualcosa di sacro, la realtà
deborda, anche la persona, anche la semplice cellula ha
in sé qualcosa che va oltre le pure componenti
biologiche e chimiche
-piena coscienza e responsabilità di ogni atto
della mia vita.
L’unica via per uscire dal pantano esistenziale
è allora educare alla libertà e alla responsabilità
individuale, abituare i giovani a percepire, con esempi
concreti, che si può dire di sì o di no,
che si può resistere al male, che ognuno nel suo
piccolo, anche da solo, può dare un contributo
personale.
E’la nuova cultura dell’impegno
che sostituisce quella del disimpegno, del chiamarsi
fuori, del pensare che dipenda sempre dagli altri; un
nuovo modo di educare i giovani ad essere uomini e cittadini
di domani in una realtà complessa e contraddittoria.
E’ la cultura dell’appartenenza
D)Riaffermare i valori di:
LIBERTA’
AUTENTICITA’
TRASGRESSIONE
AUTOREALIZZAZIONE
Confronto Mondo nuovo di Huxley-1984
di Orwell
Nel mondo nuovo si può essere
schiavi anche se si ha la possibilità di fare ciò
che si vuole, quando non si è in grado di riflettere
e di decidere cosa si vuole
Sono state spente le domande sul senso della vita, sulla
verità delle cose, sull’autenticità
dei rapporti
Oggi la scuola deve lavorare di scalpello,
per eliminare il di più interiore ed esteriore
dei nostri giovani: educare ad un “impoverimento”
rinunziando al consumismo in tutti i suoi aspetti: di
cose, di immagini, di messaggi, di esperienze.
Arte del discernimento, riscoprendosi
esseri spirituali, non determinati solo dai nostri stati
fisici e psichici, ma capaci di scrivere liberamente la
nostra storia.
V. RIFORMA MORATTI
La scuola deve riappropriarsi di una
visione morale che inevitabilmente ne esclude altre. Non
dobbiamo scandalizzarci di questo perché sono principi
e valori che ci sono già e sono il nostro orizzonte.
Se rifiutiamo questa prospettiva, continueremo a nasconderci
dietro un dito, a voler negare la nostra tradizione culturale
e soprattutto ad andare contro principi chiaramente espressi
nella nostra Costituzione.
Si può avere il diritto di essere relativisti e
di rifiutare i principi della Costituzione , ma allora
lo si faccia da una posizione privata, rinunciando al
riconoscimento dello Stato.
Chi decide di operare all’interno del sistema dell’istruzione
pubblica deve rispettare questi punti di riferimento che
nel nostro Paese non sono facoltativi.
Si entra poi nella sfera politica: la
scuola deve preparare il giovani all’esercio del
loro diritto-dovere di cittadinanza e la scuola dell’autonomia
può diventare un seminario di democrazia.